Riforma delle Pensioni Fornero, è incostituzionale: rivalutazione degli assegni pensionistici e effetti sul bilancio pubblico e sui contribuenti

Con una sentenza storica la Corte Costituzionale boccia definitivamente la riforma Fornero ritenendola incostituzionale: ecco quali sono gli effetti sulla rivalutazione delle pensioni, sul bilancio pubblico e sui contribuenti.

La Corte Costituzionale, con una sentenza shock, mette l’ultima parola su uno dei provvedimenti più discussi degli ultimi anni nel comparto previdenziale, la riforma Fornero, giudicata incostituzionale per aver disposto il blocco della rivalutazioni delle pensioni, in base all’inflazione.

Emanata nel 2011, nell’ambito del Decreto Salva Italia, dal Governo Monti, la riforma Fornero delle Pensioni, oltre a rivedere i requisiti contributivi e anagrafici per il pensionamento con il sistema contributivo, aveva disposto che per i trattamenti pensionistici superiori a tre volte il minimo, ovvero superiori ai 1443 euro mensili, non fosse più prevista la rivalutazione annuale dell’assegno pensionistico, in base all’aumento del costo della vita, ovvero in base all’andamento dell’inflazione.

Pur trattandosi di una norma estremamente invisa a molti contribuenti, di cui la stessa Elsa Fornero conosceva bene la pesantezza e la gravità (si ricordino le lacrime dell’allora Ministro del Lavoro in conferenza stampa ma anche le recenti dichiarazioni, rilasciate al Fatto Quotidiano, in cui Elsa Fornero ha spiegato che quella specifica misura fu voluta da tutto il Consiglio dei Ministri) si trattava, comunque, di un provvedimento d’urgenza, che manteneva una sua ratio: penalizzare gli assegni pensionistici della classe media ma, soprattutto, le pensioni d’oro, richiedendo dei «sacrifici», in un momento in cui il Paese era sull’orlo del tracollo.

La sentenza della Corte Costituzionale sulla riforma delle Pensioni
Con la sentenza numero 70, depositata lo scorso 30 Aprile, la Corte Costituzionale ha affermato che

«L’interesse dei pensionati, in particolar modo i titolari di trattamenti previdenziali modesti, è teso alla conservazione del potere di acquisto delle somme percepite, da cui deriva in modo consequenziale il diritto a una prestazione previdenziale adeguata. Tale diritto, costituzionalmente fondato, risulta irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio»

Per la Corte Costituzionale, non sarebbero, quindi, sufficienti le esigenze finanziarie addotte a sostegno della Riforma Fornero:

«la censura relativa al comma 25 dell’art. 24 del decreto legge n. 201 del 2011, se vagliata sotto i profili della proporzionalità e adeguatezza del trattamento pensionistico, induce a ritenere che siano stati valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del trattamento stesso e con irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività»

Ciò implica che siano stati

«intaccati i diritti fondamentali connessi al rapporto previdenziale, fondati su inequivocabili parametri costituzionali: la proporzionalità del trattamento di quiescenza, inteso quale retribuzione differita (art. 36 Costituzione) e l’adeguatezza (art. 38)».

Gli effetti sul bilancio dello Stato
Nel momento in cui si tenne l’udienza presso la Corte Costituzionale, l’avvocatura dello Stato aveva stimato che l’impatto sui conti dello Stato, derivante da un eventuale risarcimento dei contribuenti penalizzati dal blocco della rivalutazione delle pensioni sarebbe stato pari a:

  • circa 1,8 miliardi per il 2012;
  • circa 3 miliardi per il 2013;

Si tratterebbe di un totale di quasi 5 mld di euro, che ha interessato i pensionati con un reddito da pensione superiore ai 1500 euro lordi mensili, si tratterebbe di circa 6 milioni di cittadini, ossia oltre il 36% dei contribuenti, su un totale di oltre 16,3 milioni di pensionati italiani.

Si tratta di una notizia shock soprattutto per il Governo che si trova di fronte a un ammanco di 5 mld di euro di euro nel bilancio dello Stato, dal momento che tali importi, andranno restituiti ai contribuenti.

Da Palazzo Chigi, il superficiale ottimismo che ha connotato le prime reazioni è stato comunque controbilanciato dal riconoscimento della gravità del problema:

«Stiamo verificando l’impatto che la sentenza della Consulta può avere sui conti pubblici, non sarà una prova facile ma non siamo molto preoccupati (...) Siamo al governo per risolvere questioni complesse, quindi calma e gesso: studieremo la sentenza e troveremo la soluzione»

Una reazione più ponderata è arrivata dal Vice Ministro dell’Economia Enrico Morando che ha spiegato che, pur riconoscendo che

«se si dichiara illegittima la mancata corresponsione dell’adeguamento, quei pensionati ora hanno diritto ad averlo. La conseguenza è che l’adeguamento va corrisposto»

Ha anche rilevato come le maggiori conseguenze sul bilancio pubblico potrebbero derivare dalle decisioni che verrano prese per gli anni successivi al 2013:

«Il problema non è quello degli interessi ma il nodo è che quel blocco deve essere interamente superato, determinando, sembrerebbe, conseguenze di tipo strutturale sul bilancio che riguardano anche tutti gli anni dopo il 2013»

Le conseguenze per i contribuenti italiani
All’indomani della decisione della Consulta i sindacati sono stati i primi a cantare vittoria, parlando di ingiustizia che va sanata e della necessità di restituire tutto e subito. Assieme a loro sono molte altre le categorie - da Manageritalia a Federmanager, fino alla Lega di Salvini - che, in una compagine tanto variegata quanto insolita, hanno richiesto l’immediata restituzione degli importi non corrisposti per l’adeguamento delle pensioni al costo della vita.
Quella che, però, per molti privilegiati, sembra un’ingiustizia da sanare, comporterà ben altri problemi per la maggioranza dei contribuenti italiani.
Trovandosi con un buco di almeno 5 mld (che potrebbero salire a 10 mld con gli interessi sugli importi non corrisposti e con un’eventuale rivalutazione degli assegni degli anni successivi) nel bilancio dello Stato è facile intuire quali potrebbero essere le possibili opzioni del Governo.
Il Tesoretto da 1,6 mld, recentemente emerso dal DEF, invece, che essere destinato a misure a favore dei redditi più bassi (eventuali bonus da 30 o 50 euro per incapienti) sarà molto probabilmente «sacrificato» per risarcire i pensionati di fascia medio alta.
Altre soluzioni creative che il Governo potrebbe adottare, peraltro già allo studio per risanare i conti pubblici, potrebbero verosimilmente essere i tagli alla Sanità pubblica e la riduzione delle detrazioni fiscali a favore dei redditi più bassi; meno probabili, ma non impossibili, potrebbero essere una revisione al rialzo delle tasse locali (Imu e Tasi) o, addirittura, dell’IVA.
Insomma, gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale, pur implicando un risarcimento destinato alla fascia medio - alta dei pensionati italiani, determineranno molto probabilmente conseguenze più gravose per la totalità dei cittadini, in uno scenario economico dove non si vede ripresa, la disoccupazione continua a crescere e il 65% dei trattamenti pensionistici risulta inferiore ai 750 euro.

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3 commenti

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Paolo • Luglio 2015

Vorrei sapere perché la legge Fornero dichiarata non costituzionale non decade.

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CARLO • Maggio 2015

Ciò che ogni giornalista evidenzia è che la recente sentenza della Corte Costituzionale determinerebbe un buco di circa 5 miliardi al bilancio dello stato ..... Nessuno dice che da anni sono stati rubati con destrezza soldi ai pensionati per un importo di circa 5 miliardi !!!!!!!!

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Claudio Zanasi • Maggio 2015

Il provvedimento sulle pensioni, oltre che sacrosanto, sarebbe anche irrilevante sul piano del bilancio. A nessuno verrebbe tolto alcunchè. Nessun servizio pubblico sarebbe minimamente sacrificato: occorrerebbe solo un pò di coraggio: dichiarare, da parte della compagine politica che ci rappresenta, che intendiamo riprenderci la nostra sovranità monetaria, che insulsamente Andreatta e Ciampi ci tolsero nell’ ormai lontano 1981. E tanti saluti all’euro!

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