Record di fallimenti per le aziende USA, +14% nel 2025. È l’anno peggiore dal 2010

Giorgia Paccione

31 Dicembre 2025 - 13:21

Dazi, tassi alti e inflazione hanno messo in ginocchio migliaia di imprese americane. Tra i settori più colpiti manifattura, retail e arredamento.

Record di fallimenti per le aziende USA, +14% nel 2025. È l’anno peggiore dal 2010

Il 2025 passerà alla storia come uno degli anni più difficili per le imprese americane. Nei primi undici mesi dell’anno, 717 grandi società hanno presentato istanza di fallimento negli Stati Uniti, segnando un incremento del 14% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Si tratta del livello più elevato registrato dal 2010, quando l’economia americana era ancora alle prese con le conseguenze della Grande Recessione. Un dato che racconta una crisi silenziosa ma diffusa, che ha colpito trasversalmente diversi settori e causato la perdita di oltre 70.000 posti di lavoro solo nel comparto manifatturiero.

Aumento dei fallimenti negli Stati Uniti: i fattori scatenanti

Dietro questa ondata di bancarotte si nasconde una combinazione di fattori. Il primo è rappresentato dall’inflazione persistente, che ha eroso i margini di profitto e reso i consumatori più cauti nelle loro scelte d’acquisto. Anche quando l’inflazione ha rallentato, i prezzi sono rimasti stabilmente più alti, costringendo molte famiglie a ripensare le priorità di spesa.

Il secondo elemento critico riguarda i tassi d’interesse, che dopo anni di denaro a basso costo sono tornati su livelli più elevati, rendendo difficile e oneroso il rifinanziamento del debito per molte aziende già in difficoltà. Come ha osservato Jeffrey Sonnenfeld, docente della Yale School of Management: “Queste aziende sono profondamente consapevoli della crisi di accessibilità economica che sta affrontando l’americano medio. Stanno facendo del loro meglio per compensare il costo dei dazi e dei tassi di interesse più elevati, ma possono farlo solo fino a un certo punto”.

Il terzo e forse più controverso fattore riguarda le politiche tariffarie dell’amministrazione Trump. I dazi hanno creato un clima di incertezza nelle catene di approvvigionamento, con costi di importazione imprevedibili che hanno costretto le imprese a scelte difficili: aumentare i prezzi rischiando di perdere clienti, accumulare scorte immobilizzando liquidità preziosa, o assorbire i maggiori costi erodendo ulteriormente i margini già sottili.

I settori più esposti alla crisi

L’analisi dei fallimenti rivela una distribuzione ampia che interessa numerosi comparti dell’economia americana. Il settore industriale, che comprende produzione, edilizia e trasporti, risulta il più colpito. Queste aziende dipendono fortemente dalle importazioni di componenti e materie prime, aspetto che le rende particolarmente vulnerabili alle oscillazioni tariffarie.

Al secondo posto si collocano le imprese legate ai consumi discrezionali, come moda e arredamento per la casa. Colossi come Forever 21 e Claire’s hanno dovuto chiudere centinaia di punti vendita, mentre nel settore dell’arredo casi come American Signature testimoniano le difficoltà di un comparto penalizzato dal calo della domanda abitativa e dalla competizione agguerrita.

Particolarmente significativo è poi l’aumento dei cosiddetti “mega fallimenti”: secondo Cornerstone Research, tra gennaio e giugno 2025 si sono registrate 17 bancarotte di società con patrimoni superiori al miliardo di dollari, il dato semestrale più alto dall’inizio della pandemia di Covid-19. Anche aziende note al grande pubblico come iRobot, produttrice dei celebri aspirapolvere Roomba, hanno dovuto ricorrere al Chapter 11 per ristrutturare debiti e operazioni.

Quali sono le prospettive per il 2026?

Gli esperti concordano sul fatto che il 2026 potrebbe non portare sollievo immediato. Se tassi d’interesse e instabilità tariffaria dovessero persistere, il mercato continuerà a operare una selezione naturale dove sopravvivranno principalmente le aziende con riserve di liquidità solide, potere contrattuale sui fornitori e debito sostenibile.

Amy Quackenboss dell’American Bankruptcy Institute ha sottolineato come “l’aumento dei costi, le condizioni di credito più restrittive e la continua volatilità geopolitica continuano a esercitare pressioni su famiglie e imprese che già si trovano ad affrontare difficoltà finanziarie”. Un quadro che lascia quindi presagire ulteriori difficoltà per il tessuto imprenditoriale americano anche nei prossimi mesi.

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