Quando l’AI guida il PIL USA: opportunità, illusioni e rischi sistemici

Redazione Money Premium

17 Ottobre 2025 - 06:47

Il boom degli investimenti in AI sostiene gran parte della crescita americana, ma tra importazioni, mercati finanziari e leva nascosta il rischio non è nella produzione, bensì negli asset.

Quando l’AI guida il PIL USA: opportunità, illusioni e rischi sistemici

Il 2025 è diventato l’anno in cui la AI ha smesso di essere soltanto una promessa tecnologica per trasformarsi in una componente visibile dei conti economici degli Stati Uniti. La crescita del PIL nella prima metà dell’anno, secondo l’economista di Harvard Jason Furman, è stata trainata per oltre il 90% dagli investimenti in information processing: hardware, software e infrastrutture di data center che alimentano la corsa alla nuova intelligenza artificiale generativa.

Eppure, il dato solleva più interrogativi che entusiasmi. Se il 4% del PIL è responsabile quasi da solo della crescita, significa che gran parte dell’economia americana si muove a velocità ridotta. Il boom degli investimenti in AI rischia quindi di nascondere fragilità strutturali, soprattutto in settori tradizionali che non riescono a generare nuova produttività.

Un primo elemento critico riguarda la bilancia commerciale. Molti dei server, chip e componenti necessari a sostenere la crescita dei data center sono importati, riducendo l’impatto netto sulla ricchezza interna. L’AI spinge i numeri, ma non necessariamente la base industriale americana.

Il secondo fronte è quello dei mercati finanziari. Gli analisti più scettici, come Dario Perkins di TS Lombard, avvertono che il rischio non è tanto un calo improvviso del PIL, quanto la possibilità di una correzione significativa negli asset finanziari. Se i ritorni sugli enormi capex in AI non saranno all’altezza delle aspettative, l’effetto potrebbe manifestarsi come un forte repricing azionario, con impatti a catena su ricchezza privata, consumi e fiducia.

La differenza rispetto a bolle storiche, come quelle immobiliari o delle telecomunicazioni, è che il ciclo attuale sembra meno legato alla leva finanziaria. Le big tech stanno utilizzando perlopiù free cash flow per finanziare la costruzione dei data center, evitando un’esposizione debitoria eccessiva. Tuttavia, il sistema finanziario è abile nel nascondere leve inattese, soprattutto quando si diffonde la narrativa del “next big thing”.

La questione centrale resta la natura di questo boom: siamo di fronte a una fase transitoria, un picco legato all’entusiasmo iniziale, oppure a una trasformazione strutturale della composizione del PIL americano? Se la seconda ipotesi fosse corretta, l’AI potrebbe diventare un nuovo pilastro della crescita di lungo periodo. Ma se i ritorni fossero inferiori alle promesse, la conseguenza non sarebbe solo una frenata economica: potrebbe emergere un effetto sistemico legato a un ridimensionamento degli asset finanziari, con conseguenze globali.

Il vero nodo, in ultima analisi, è se l’AI sia già una nuova “infrastruttura” dell’economia, paragonabile all’adozione dell’elettricità o di internet, oppure soltanto l’ennesimo ciclo di entusiasmo tecnologico. L’Europa e il resto del mondo guardano con attenzione: perché un rallentamento dell’economia americana legato alla AI non resterebbe confinato entro i confini nazionali, ma avrebbe ripercussioni globali.