Il prezzo del petrolio e la mossa OPEC. Le previsioni degli analisti a Money.it

Laura Naka Antonelli

6 Luglio 2026 - 16:03

Quali sono le previsioni per il prezzo petrolio dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz e la mossa dell’OPEC? Parlano gli analisti interpellati da Money.it.

Il prezzo del petrolio e la mossa OPEC. Le previsioni degli analisti a Money.it

Cosa succederà al prezzo del petrolio, a seguito della riapertura dello Stretto di Hormuz e della decisione di 7 Paesi dell’OPEC + di aumentare la produzione di 188.000 barili al giorno, a partire dal prossimo 1° agosto?

Oggi, lunedì 6 luglio 2026, le quotazioni del WTI e del Brent sono scese fino a oltre -1%, pagando la scelta delle 7 economie - Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman - di alzare di nuovo l’offerta, dopo i tagli volontari varati già in precedenza.

I futures sul Brent sono scivolati fino a -1,4%, a quota $71,10 al barile, mentre il contratto sul WTI ha perso fino a -1,1%, a $67,89 al barile, prima di ridurre le perdite, e viaggiare in lieve ribasso: d’altronde, il taglio della produzione dei 7 Paesi facenti parte dell’OPEC era stato ampiamente previsto dagli analisti.

Il dubbio rimane a questo punto sul trend futuro del crude oil, sulla scia della riapertura dello Stretto di Hormuz che ha riportato il traffico delle navi cargo, interrotto a causa della guerra USA-Iran, al 40% circa della sua capacità precedente il conflitto.

Non tutto è risolto, però, visto che le compagnie di navigazione fanno tuttora i conti con i rischi rappresentati dalla presenza di mine, e con gli elevati costi assicurativi.

Fatto sta che i numeri parlano chiaro: a seguito dell’accordo raggiunto alla metà del mese di giugno tra l’Iran e gli Stati Uniti di Trump, la caduta verticale dei prezzi del petrolio è stata immediata.

Dopo aver raggiunto nei giorni successivi all’inizio del conflitto valori superiori ai $120 al barile, le quotazioni del greggio sono scese ripetutamente, fino ad attestarsi all’interno del range compreso tra $72 e $75 al barile nel caso del contratto Brent e alla forchetta tra $69 e $72 al barile per il WTI scambiato sul Nymex di New York.

Prezzo petrolio in calo dopo fragile accordo USA-Iran. Il calo durerà?

Ma davvero si può parlare di fine dello shock petrolifero, dunque anche di impennata dell’inflazione in tutto il mondo, scatenata dall’escalation delle tensioni geopolitiche?

Eric Croak, consulente finanziario americano con certificazioni CFP (Certified Financial Planner) e Accredited Wealth Management Advisor, esperto di pianificazione finanziaria e di gestione patrimoniale, ha commentato, interpellato da Money.it, come potranno muoversi le quotazioni del prezzo di petrolio sottolineando che, a seguito della riapertura dello Stretto di Hormuz, “i prezzi del petrolio dovrebbero stabilizzarsi”.

Croak ha aggiunto che “basta guardare il mercato delle spedizioni per capirlo”.

L’esperto - che, nel pianificare il reddito pensionistico per le famiglie con elevato patrimonio gestisce strategie di portafoglio guardando in particolare alle azioni energetiche e ai cicli delle materie prime - ha ricordato tuttavia che “le assicurazioni contro il rischio di guerra per le petroliere che attraversano il Golfo sono arrivate a costare fino a 10 volte di più durante l’allarme su Hormuz”, aggiungendo che “normalmente servono dai 6 ai 9 mesi perché quei costi tornino alla normalità”.

Il riferimento è stato a quei premi assicurativi che aumentano enormemente durante i periodi di guerra, e che rappresentano costi extra che vengono scaricati alla fine sul prezzo finale di petrolio.

Visto che l’effetto del boom di queste assicurazioni impiegherà del tempo a smorzarsi, nei prossimi mesi sarà ancora presente un “pavimento” di 3-5 dollari al barile, una volta che l’attenzione mediatica sparirà: elemento che impedirà nello specifico al Brent di scendere in modo troppo significativo.

Allo stesso tempo Croak ha ricordato quanto sta avvenendo dal fronte dell’OPEC+, che dispone di più di 5 milioni di barili al giorno di capacità produttiva inutilizzata: quantità che fa da contraltare al pavimento di cui sopra, e che “rappresenta un forte limite massimo per qualsiasi rialzo dei prezzi”.

Di conseguenza, le previsioni per il prezzo del petrolio sono di un Brent che, fino al mese di dicembre, dovrebbe oscillare “ tra 78 e 88 dollari ”.

Così ha precisato il gestore:

“Naturalmente rimane un rischio al rialzo se la geopolitica dovesse nuovamente agitare i mercati ma secondo me, in quel caso, il prezzo si fermerà intorno ai 95 dollari, salvo un secondo tentativo di chiudere Hormuz”.

Riguardo al consensus degli analisti interpellati da Reuters, Croak ha sottolineato che il prezzo a 84,50 dollari a suo avviso è “corretto… forse persino leggermente alto”.

Ma lo shock petrolifero è davvero finito?

Target price a parte, si può parlare di fine dello shock petrolifero, visto che quelle previsioni di prezzo del petrolio fino a $150 al barile, lanciate dallo stesso Qatar, almeno per ora non sembrano più suffragate dai fatti?

Nominato nella lista Forbes’ 2026 Top Next-Gen Wealth Advisors, Eric Croak preferisce optare per la cautela:

“E’ complicato. Da un punto di vista di prospettiva dei prezzi, lo shock è davvero finito: ora sono 20 milioni i barili che attraversano lo stretto di Hormuz, e 5 milioni di barili possono essere reindirizzati tramite oleodotti alternativi in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, se necessario. Si tratta di livelli di ridondanza che non esistevano 10 anni fa. La vera questione è quanto durano le interruzioni. La crisi del 2022 ha richiesto circa 9 mesi per normalizzarsi. Questo panico invece si è risolto in metà del tempo. Il monitoraggio satellitare delle petroliere, l’uso delle riserve strategiche e le capacità di reindirizzamento più rapide hanno ridotto il periodo di panico. Esiste ancora un’esposizione strutturale ai rischi legati a Hormuz o ad altri punti critici del traffico marittimo, ma la tendenza è che ogni nuova interruzione provoca aumenti dei prezzi più brevi e meno intensi rispetto alla precedente.”

A questo punto, quali saranno i principali elementi che condizioneranno l’andamento dei prezzi nei prossimi 12-18 mesi?

Probabilmente, ha spiegato il gestore, proprio “la politica dell’OPEC+ è probabilmente il fattore più importante per i prezzi del petrolio nei prossimi 12-18 mesi”.

D’altronde, i Paesi che ne fanno parte “stanno reintroducendo sul mercato da 2 a 3 milioni di barili al giorno di produzione precedentemente trattenuta, mentre la domanda reale cresce di meno di 1 milione di barili al giorno”.

Inoltre, bisogna ricordare anche gli apporti che arrivano “dal Guyana, dal Brasile, così come lo shale oil statunitense, che insieme stanno aumentando la produzione di quasi un altro milione di barili al giorno”.

Sono a questo punto le decisioni trimestrali dell’OPEC+ gli elementi che, second Croak, muoveranno i prezzi, “più delle notizie geopolitiche”.

Ovviamente, la debolezza della domanda è un fattore decisivo: “se la Cina rallenta, qualsiasi aumento dell’offerta può tradursi in un calo del 5-8%”.

Certo, ovviamente “la geopolitica può ancora condizionare i prezzi nel breve termine e farli schizzare per un paio di settimane, ma dopo 90 giorni spesso non conta più nulla”.

Dunque, “bisogna guardare seriamente alle tabelle delle quote produttive, perché è lì che si decide il prezzo del petrolio del 2027”.

Apertura Stretto di Hormuz? L’analista: Non la considererei segnale di stabilità

Più prudente e cauto a ritenere che i prezzi del petrolio siano esenti da rischi rialzisti legati a fattori geopolitici è Wesley Herche, co-fondatore di Sustainability Decoded, veterano dei mercati energetici che ha prestato servizio per diversi anni presso lo U.S. Intelligence Officer, e che ha contribuito a forgiare la strategia energetica di gruppi come Amazon e Prologis.

Impegnato ora ad aiutare alcuni giganti mondiali del calibro di Maersk, Starbucks, e Coca-Cola a riposizionarsi a favore di un nuovo paradigma energetico mondiale, Hersche ha fatto notare che, se è vero che la riapertura (dello stretto di Hormuz ha alleviato immediatamente la pressione sui prezzi, come dimostrano i numeri più bassi del consensus, “farei attenzione a considerarlo un segnale di stabilità”, mettendo in evidenza la vulnerabilità del petrolio, in quanto commodity “energetica, che viene estratta in pochi luoghi del mondo, con la maggior parte che viene trasportata attraverso pochi stretti marittimi molto stretti, di cui Hormuz è il più importante”.

L’esperto ha ricordato che “per gran parte dell’ultimo secolo questa fragilità non sembrava qualcosa di insolito, perché ogni forma di energia funzionava più o meno allo stesso modo e non esisteva un vero termine di paragone”.

Ma ora, invece esiste, tanto che “la chiusura di un solo stretto ha spostato il consenso sul Brent 2026 di circa sei dollari in un solo mese”.

Cosa succederà a questo punto ai prezzi del petrolio? Secondo Hersche, che riconosce al fattore geopolitico ancora molta importanza, “mi aspetto che il rischio di rialzi dei prezzi ritorni non appena ci saranno nuove tensioni concrete nel Golfo, anche qualcosa di molto meno grave rispetto a una nuova chiusura completa”.

Previsioni prezzo petrolio. Tra i fattori che condizioneranno il prezzo anche elettrificazione Cina

Per quanto riguarda i fattori che condizioneranno i prezzi del petrolio nel corso dei prossimi 12-18 mesi, l’analista ha affermato che sono tre quelli principali da considerare:

  • La geografia dei “punti critici” (chokepoint). Hormuz non è un caso unico, e i mercati continuano a trattare ogni interruzione come un evento isolato invece che come una caratteristica ricorrente del modo in cui il petrolio viene trasportato fisicamente. Questa abitudine è il motivo per cui le previsioni oscillano così violentemente quando succede qualcosa.
  • La disciplina dell’OPEC+ nel contrastare la crescita della produzione dei paesi non OPEC, soprattutto la rapidità con cui lo shale oil statunitense reagisce se i prezzi del petrolio recuperano e rimangono elevati.
  • La lenta erosione della domanda di petrolio causata dall’elettrificazione, soprattutto nel settore dei trasporti. Non è un fattore che muove i prezzi settimana per settimana, ma sta silenziosamente indebolendo le ipotesi di domanda di lungo periodo su cui si basano le valutazioni delle aziende petrolifere.

È indicativo in ta senso il caso della Cina, “che ha raggiunto il più grande mercato mondiale di camion pesanti - con un traguardo di oltre il 50% delle vendite di camion pesanti completamente elettrici ” e le cui esportazioni di veicoli elettrici, nel 2025, “hanno superato la produzione totale combinata di automobili di tutte le case automobilistiche statunitensi”: una “tendenza non sta rallentando né invertendosi”.

Ma c’è chi sostiene che la fase acuta del rally sia ormai alle spalle

Infine, a Money.it ha detto la sua anche l’analista di mercato Saverio Berlinzani, sottolineando che, a seguito del memorandum of understanding siglato tra gli Stati Uniti e l’Iran, il traffico marittimo si è ripreso più velocemente di quanto anticipato, portando le principali banche di investimento globali a tagliare in modo significativo le previsioni per il prezzo del petrolio relativo alla seconda metà dell’anno, con quelle sul Brent scese a un range compreso tra $71–$73 al barile e quelle sul WTI alla forchetta tra $68–$70.

In generale, ha continuato Berlizani, “il mercato petrolifero globale non è uscito in modo permanente dal suo stato di fragilità, anche se sta attraversando un periodo temporaneo di attenuazione dei prezzi”.

Detto questo, l’analista ha sottolineato che, a suo avviso e nel prossimo futuro, “il mercato ha comunque superato ormai la fase più acuta dei picchi di prezzo - oltre 100-114 dollari - osservati negli ultimi mesi, orientandosi invece verso un possibile surplus strutturale”.