Nuovo aumento dell’offerta OPEC+. L’alleanza affronta un futuro sempre più incerto

Oliver Hearn

8 Giugno 2026 - 14:27

Il gruppo conserva un notevole livello di influenza a livello internazionale, incidendo sull’economia globale e sugli equilibri geopolitici di decine di Paesi.

Nuovo aumento dell’offerta OPEC+. L’alleanza affronta un futuro sempre più incerto

Con la diffusione della notizia dell’aumento della produzione deciso dall’OPEC+, la natura spesso opaca dell’organizzazione continua a suscitare interrogativi sul ruolo di questo gruppo di nazioni nella produzione petrolifera mondiale. Poche organizzazioni esercitano un’influenza così significativa sull’economia globale quanto l’OPEC+.

Composta dagli undici membri dell’OPEC e altri unidici importanti produttori non appartenenti all’organizzazione, come la Russia, l’alleanza è responsabile di circa il 40% della produzione mondiale di petrolio e di una quota ancora maggiore delle riserve accertate. Le sue decisioni possono influenzare qualsiasi aspetto dell’economia, dai prezzi dei carburanti e dai tassi d’inflazione fino alla crescita economica e ai bilanci pubblici.

Per decenni, prima l’OPEC e successivamente l’OPEC+ hanno cercato di gestire il mercato petrolifero coordinando i livelli di produzione tra gli Stati membri. Limitando l’offerta, il gruppo può sostenere l’aumento dei prezzi; incrementando la produzione, può contribuire a stabilizzare i mercati nei periodi di carenza. Tuttavia, gli eventi recenti hanno evidenziato le crescenti difficoltà di un’organizzazione sempre più divisa, sottoposta a tensioni politiche e costretta a operare in un panorama energetico in rapida trasformazione.

Gli aumenti di produzione si scontrano con la realtà geopolitica

Domenica, l’OPEC+ ha approvato il quarto aumento consecutivo della produzione da aprile, autorizzando i Paesi partecipanti ad accrescere l’estrazione di circa 188.000 barili al giorno a partire da luglio. Sulla carta, la misura è destinata ad alleviare le pressioni sui mercati globali dopo mesi di turbolenze causate dal conflitto che coinvolge l’Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Nella pratica, però, la situazione è molto più complessa. Nonostante i successivi aumenti degli obiettivi produttivi, la produzione complessiva dell’alleanza è diminuita sensibilmente. Problemi di sicurezza, infrastrutture danneggiate e interruzioni delle rotte marittime hanno impedito a diversi produttori di attuare pienamente gli incrementi concordati.

Il risultato è un paradosso significativo: l’OPEC+ annuncia aumenti della produzione mentre, allo stesso tempo, produce meno petrolio. Questo scollamento ha messo in luce una delle debolezze fondamentali dell’alleanza. Stabilire quote produttive è una cosa; garantire che gli Stati membri siano effettivamente in grado di rispettarle è tutt’altra.

L’abbandono degli Emirati Arabi Uniti

Lo sviluppo più rilevante è stato la decisione degli Emirati Arabi Uniti di lasciare l’OPEC il 1° maggio, dopo quasi sessant’anni di appartenenza. La crisi regionale più ampia, pur rappresentando uno dei fattori scatenanti, le tensioni tra Abu Dhabi e la principale potenza dell’organizzazione, l’Arabia Saudita, si erano accumulate da anni.

Gli Emirati hanno più volte sostenuto che la loro quota produttiva non riflettesse adeguatamente la crescente capacità estrattiva del Paese e gli ingenti investimenti effettuati nel settore petrolifero. L’Arabia Saudita, al contrario, ha generalmente favorito controlli più rigorosi sulla produzione per mantenere prezzi elevati. Il disaccordo riflette una più ampia competizione sul futuro indirizzo dell’organizzazione e su chi debba determinarne le politiche.

Per l’OPEC+, la perdita degli Emirati rappresenta un duro colpo. Abu Dhabi dispone infatti di una consistente capacità produttiva inutilizzata, che la rende uno dei pochi Paesi in grado di aumentare rapidamente l’offerta in caso di carenze sul mercato. La sua uscita indebolisce la capacità del gruppo di rispondere a future crisi e solleva interrogativi sulla possibilità che altri membri possano seguirne l’esempio.

Vecchi problemi, nuove pressioni

L’uscita degli Emirati ha riportato al centro dell’attenzione problemi strutturali che da tempo caratterizzano l’OPEC+. L’alleanza è sempre stata tenuta insieme da un delicato equilibrio tra interessi nazionali concorrenti. Gli Stati esportatori di petrolio dipendono fortemente dalle entrate derivanti dagli idrocarburi, ma non condividono necessariamente le stesse priorità.

I Paesi sottoposti a forti pressioni di bilancio tendono spesso a privilegiare volumi di produzione più elevati, anche a fronte di prezzi inferiori. Altri, in particolare l’Arabia Saudita, hanno storicamente preferito limitare l’offerta per massimizzare i ricavi ottenuti da ogni singolo barile.

L’OPEC+ inoltre non gode più della posizione dominante che possedeva in passato. Durante gli shock petroliferi degli anni Settanta, l’OPEC controllava circa la metà della produzione mondiale di greggio. Oggi, la crescita del petrolio di scisto statunitense e l’aumento della produzione da parte di altri Paesi non membri hanno ridotto in modo significativo la quota di mercato dell’organizzazione. Anche se l’OPEC+ continua a esercitare una notevole influenza, la sua capacità di determinare i prezzi è molto inferiore rispetto all’apice del suo potere.

Il dilemma della transizione energetica

Al di là delle immediate preoccupazioni geopolitiche si profila una sfida ancora più grande: la transizione globale dai combustibili fossili verso fonti energetiche alternative. I governi europei, nordamericani e di certi Paesi dell’Asia investono enormemente in fonti di energia rinnovabile e promuovono politiche finalizzate alla riduzione delle emissioni di carbonio.

Per i Paesi produttori di petrolio, questo crea un dilemma strategico. Se la crescita futura della domanda diventa incerta, emerge un forte incentivo a massimizzare la produzione finché il mercato resta redditizio. Un simile comportamento, tuttavia, si scontra direttamente con la disciplina collettiva sulla quale si fonda l’OPEC+.

Paradossalmente, la transizione energetica potrebbe quindi favorire una maggiore competizione tra i produttori anziché una cooperazione più stretta. La prospettiva di un mercato destinato a restringersi nel lungo periodo potrebbe rendere le dispute sulle quote produttive ancora più aspre negli anni a venire.

Un futuro incerto

L’OPEC+ rimane uno degli attori più importanti dell’economia mondiale, ma gli eventi recenti hanno messo in evidenza crepe sempre più profonde nelle fondamenta geopolitiche dell’alleanza. Le difficoltà nell’aumentare la produzione, l’uscita degli Emirati Arabi Uniti e le più ampie turbolenze geopolitiche che interessano il Golfo hanno evidenziato le sfide che il gruppo si trova ad affrontare.

Resta aperta la questione se l’OPEC+ riuscirà a mantenere la propria coesione di fronte a queste pressioni. Ciò che appare chiaro è che l’organizzazione opera oggi in un mondo profondamente diverso da quello in cui acquisì notorietà e influenza. Con l’intensificarsi delle rivalità geopolitiche e l’accelerazione della transizione energetica, il futuro della più potente alleanza petrolifera del mondo appare sempre più incerto.

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