Perché il value investing sta tornando di moda?

Redazione Money Premium

5 Giugno 2025 - 06:27

Dopo anni di declino e lo storico ritiro di Warren Buffett, il value investing intravede una rinascita, grazie a tassi d’interesse in rialzo, mercati meno concentrati e nuove opportunità globali.

Perché il value investing sta tornando di moda?

Il value investing, a lungo dato per morto o irrimediabilmente superato, sembra pronto a riemergere dalle ceneri. La recente notizia del pensionamento di Warren Buffett, il leggendario fondatore e presidente di Berkshire Hathaway, segna la fine di un’epoca ma anche l’inizio di una nuova fase per uno degli approcci più longevi della storia della finanza. In un mondo dominato dalla tecnologia, dall’indicizzazione passiva e da valutazioni stellari, il ritorno della strategia fondata sull’analisi fondamentale e sulla pazienza sembra sempre più plausibile — e forse necessario.

Negli ultimi quindici anni, il value investing ha vissuto una fase di declino. Dopo la crisi finanziaria globale del 2008, le condizioni macroeconomiche e monetarie hanno favorito l’ascesa delle cosiddette growth stock, ovvero titoli con forti prospettive di crescita futura ma valutazioni elevate nel presente. Le aziende tecnologiche, spesso caratterizzate da utili lontani nel tempo e modelli di business fortemente scalabili, sono state le principali beneficiarie dei tassi d’interesse prossimi allo zero. I grandi nomi — Apple, Microsoft, Amazon, Google, Nvidia, Tesla e Meta — noti anche come i «Magnifici Sette», hanno dominato l’indice S\&P 500, lasciando indietro sia le azioni value che le small cap.

Secondo i dati dell’UBS Global Investment Returns Yearbook, il rendimento annualizzato reale delle azioni statunitensi tra il 2010 e il 2024 è stato del 10%, contro il 2,6% dei mercati sviluppati non USA e appena l’1,3% degli emergenti. In questo contesto, i fondi passivi che replicano gli indici principali sono diventati la scelta preferita da molti investitori, a scapito delle gestioni attive che prediligono titoli sottovalutati. I flussi di capitale verso l’index investing hanno superato i 3.000 miliardi di dollari dal 2014, secondo Goldman Sachs, erodendo ulteriormente l’efficacia delle strategie value tradizionali.

Nonostante ciò, i fondamenti del value investing sono rimasti intatti. Gli studi accademici di Eugene Fama e Kenneth French dimostrano che, nel lungo periodo, i titoli con un basso rapporto prezzo/valore contabile tendono a sovraperformare quelli con valutazioni elevate. Il problema è che il mercato recente ha premiato l’opposto, accentuando la concentrazione dei rendimenti in pochissimi titoli. Alla fine del 2024, la capitalizzazione dei Magnifici Sette rappresentava una percentuale del mercato azionario americano superiore a qualsiasi altro periodo dalla crisi del 1929.

Il ritiro di Buffett non è solo un passaggio generazionale, ma anche simbolico. Per decenni, l’«Oracolo di Omaha» è stato la voce più autorevole del value investing, grazie alla sua capacità di unire intuizione imprenditoriale, disciplina finanziaria e un’eccezionale visione di lungo periodo. Ma anche Buffett ha vissuto periodi di scetticismo. Durante la bolla dot-com degli anni ’90, fu considerato «superato» per aver rifiutato di investire in titoli tecnologici allora di moda. Quando la bolla esplose, il suo approccio si rivelò vincente.

Il suo compagno di sempre, Charlie Munger, ha contribuito a modernizzare la teoria value, suggerendo che non tutte le aziende sottovalutate siano buoni investimenti e che occorra considerare il “moat”, ovvero il vantaggio competitivo sostenibile di un’azienda. Questa visione ha reso più flessibile il paradigma value, andando oltre il semplice rapporto prezzo/valore contabile. In un mondo in cui gli asset intangibili (come il brand, il capitale umano, la ricerca e sviluppo) sono sempre più centrali, valutare le aziende solo sulla base del bilancio contabile è una pratica obsoleta.

Il 2025 segna un possibile punto di svolta. Diversi fattori congiunturali e strutturali sembrano suggerire un ritorno in auge del value investing. In primo luogo, i tassi d’interesse globali sono tornati su livelli più normali, rendendo meno attrattivi i flussi di cassa lontani nel tempo tipici dei titoli growth. In secondo luogo, la corsa delle big tech all’intelligenza artificiale, con investimenti miliardari in infrastrutture e data center, potrebbe ridurre i loro margini e aumentarne la vulnerabilità.

Sul piano geopolitico, il secondo mandato di Donald Trump si è aperto con instabilità e retorica protezionista. L’incertezza sulla politica commerciale americana e le tensioni con gli alleati tradizionali potrebbero ridurre l’afflusso di capitali verso gli Stati Uniti, aprendo la strada a un ritorno di interesse per i mercati emergenti e per l’Europa.
Anche Howard Marks, cofondatore di Oaktree Capital, ha segnalato come molte delle «norme» di mercato siano saltate. Ma in un ambiente che ritorna a premiar la selezione e la prudenza, il lavoro dei gestori attivi torna ad avere senso. Gli investitori pazienti, capaci di resistere alla moda del momento e di concentrarsi sul valore intrinseco di un’azienda, potrebbero finalmente tornare a brillare.

Il value investing non è mai stato solo una tecnica finanziaria, ma una vera e propria filosofia. Al centro ci sono concetti come il margine di sicurezza, la comprensione profonda del business, la gestione del rischio e l’orizzonte di lungo termine. In un’epoca dominata dalla velocità degli algoritmi e dalla pressione per ottenere rendimenti immediati, il valore di un approccio disciplinato, razionale e fondato su analisi concrete appare più attuale che mai.

La lezione di Buffett continuerà dunque a vivere, non solo nelle lettere annuali agli azionisti ma nel lavoro quotidiano di decine di fondi, analisti e investitori che, lontano dai riflettori, cercano il valore dove nessuno guarda. In un mondo disorientato dai cambiamenti rapidi, dal sovraffollamento di capitale e dall’incertezza geopolitica, il value investing torna a offrire una bussola solida. Non infallibile, ma necessaria.

Parafrasando una delle massime più celebri di Buffett: nel lungo periodo, il mercato è una bilancia del valore. E oggi, quella bilancia sembra pronta a riequilibrarsi.