Pensioni, bastano questi contributi se hai iniziato a lavorare prima del 1996

Simone Micocci

23 Gennaio 2026 - 09:41

Sai che se hai iniziato a lavorare prima del 1996 puoi andare in pensione con meno anni di contributi? Ecco quanti te ne servono.

Pensioni, bastano questi contributi se hai iniziato a lavorare prima del 1996

Tra l’aver iniziato a lavorare prima o dopo il 1996 c’è molta differenza. Basta anche un solo contributo settimanale versato entro il 31 dicembre per cambiare la strada verso il pensionamento.

Basti pensare che ci sono misure riservate a chi ha un’anzianità contributiva successiva all’1 gennaio, come la pensione anticipata a 64 anni, o altre che invece richiedono l’aver versato almeno un contributo prima di questa data. È il caso, ad esempio, di Quota 41 riservata ai precoci che appartengono ad almeno una categoria tra disoccupati, invalidi, caregiver e lavoratori addetti a mansioni gravose o usuranti, con la quale si smette di lavorare indipendentemente dall’età anagrafica con 41 anni di contributi (invece dei 42 anni e 10 mesi richiesti dalla pensione anticipata).

E ancora, chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 può andare in pensione con il minimo di contribuzione possibile, pari a 5 anni, dovendo però attendere i 71 anni di età e con un assegno che con così pochi contributi rischia di essere davvero molto basso. Ma attenzione, perché uno sconto sui contributi - 20 anni quelli richiesti per l’accesso alla pensione di vecchiaia - c’è anche per coloro che invece hanno iniziato a lavorare prima del 1996.

Le principali agevolazioni sono quelle introdotte con la legge Amato del 1992, che ha previsto tre deroghe al requisito contributivo standard, permettendo l’accesso alla pensione di vecchiaia a 67 anni con soli 15 anni di contributi.

Delle tre deroghe ancora in vigore - originariamente erano quattro, ma una non è più applicabile - ce n’è una che continua a essere particolarmente rilevante, soprattutto per chi ha svolto lavoro part-time. Come abbiamo spiegato anche in risposta a una recente segnalazione arrivata in redazione, chi ha lavorato per molti anni part-time rischia infatti di non raggiungere il requisito minimo per la pensione, perché i contributi versati potrebbero non corrispondere esattamente agli anni lavorati.

In questi casi, la terza deroga Amato può fare la differenza, in quanto consente l’accesso alla pensione a chi ha almeno un contributo settimanale versato entro il 31 dicembre 1995 e ha svolto in prevalenza lavoro part-time, evitando così l’esclusione dal sistema pensionistico per chi non arriva ai 20 anni di contributi. Vediamo come funziona.

Cosa dice la terza deroga Amato

La terza deroga Amato si rivolge ai lavoratori dipendenti - con la sola eccezione degli iscritti alla Gestione esclusiva - che possono far valere un’anzianità assicurativa di almeno 25 anni (ma in realtà ne servono di più vista la necessità di aver versato almeno un contributo settimanale entro il 31 dicembre 1995), e che per almeno 10 anni, anche non consecutivi, risultano occupati per periodi di durata inferiore a 52 settimane nell’anno solare.

Questi possono andare in pensione anche solo con 15 anni di contributi, sempre al compimento dei 67 anni richiesti dalla pensione di vecchiaia.

La misura, quindi, si rivolge a coloro che per almeno 10 anni hanno maturato meno di 52 settimane contributive. Vale per coloro che hanno avuto carriere discontinue, ma anche per chi appunto ha sempre lavorato ma percependo stipendi molto bassi. Come nel caso dei part-time.

Perché la terza deroga Amato aiuta i lavoratori part-time

Non bisogna commettere l’errore di pensare che gli anni di contributi corrispondano esattamente a quelli di lavoro. La legge, infatti, stabilisce che ai fini del pieno riconoscimento di una settimana contributiva bisogna guadagnare un certo importo, al di sotto del quale spetta una contribuzione parziale.

Cosa significa questo? Che se guadagni meno della soglia prevista, rivalutata ogni anno in base al costo della vita, devi lavorare per più tempo per ottenere il riconoscimento di una settimana contributiva. Quanto? Dipende da quanto guadagni.

Nel dettaglio, nel 2026 il minimale settimanale per l’accredito dei contributi è pari a 244,74 euro. Di conseguenza, solo chi guadagna almeno 12.726,48 euro l’anno ha diritto al riconoscimento di un intero anno di contributi, cioè 52 settimane.

In caso contrario è necessario effettuare una proporzione, moltiplicando il proprio reddito annuo per 52 e dividendo il risultato per 12.726,48. Pensiamo, ad esempio, a un lavoratore che percepisce 8.000 euro l’anno: in questo caso vengono riconosciute circa 33 settimane contributive, anche se l’attività lavorativa è stata svolta per tutti i 12 mesi.

Questi, quindi, rischiano di arrivare all’età di 67 anni senza aver raggiunto i 20 anni di contribuzione richiesta dalla normativa. Ecco che la terza deroga Amato viene in loro soccorso, riconoscendo uno sconto di 5 anni che rappresenta un importante aiuto ai fini del collocamento in quiescenza.

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