Aumento di 1.000 euro delle pensioni, ma solo sopra i 50.000 euro: il paradosso del governo spiegato.
Una scelta che sarebbe quantomeno discutibile e che gli elettori farebbero fatica a comprendere: un aumento fino a un massimo di 1.000 euro, ma solamente per chi percepisce una pensione superiore a 50.000 euro lordi l’anno. Non siamo proprio nell’ordine delle cosiddette pensioni d’oro, ma poco ci manca.
Ad anticipare questa possibilità sono state diverse fonti interne alla maggioranza di governo, da Antonio Tajani, leader di Forza Italia, a Maurizio Leo, viceministro dell’Economia, che hanno confermato l’intenzione di finanziare un nuovo taglio dell’Irpef con la prossima legge di Bilancio 2027. E questa volta l’intervento riguarderebbe chi guadagna più di 50.000 euro, dal momento che l’obiettivo sarebbe quello di estendere il secondo scaglione fino alla soglia di 60.000 euro.
Fino a 60.000 euro di pensione verrebbero così tassati al 33%, mentre oggi sulla parte che supera i 50.000 euro si applica un’aliquota del 43%, con un risparmio che arriverebbe quindi fino al 10% sulla quota di assegno compresa tra queste due soglie.
Sarebbe il secondo intervento in due anni a favore delle pensioni sopra i 50.000 euro. Ricordiamo, infatti, che, dal momento che l’Irpef è progressiva, anche chi percepisce redditi superiori a questa soglia ha beneficiato del risparmio generato dal taglio della seconda aliquota Irpef, portata dal 35% al 33%. Per i redditi più bassi, invece, bisogna tornare a quando l’allora secondo scaglione, quello compreso tra 15.000 e 28.000 euro, è stato accorpato al primo con un’aliquota unica del 23%, anziché del 25%.
Con l’estensione del secondo scaglione da 50.000 a 60.000 euro, quindi, si determinerebbe un netto squilibrio a favore di chi percepisce pensioni più elevate. E in un contesto come quello italiano, dove una larga parte dei trattamenti pensionistici è di importo contenuto e molti pensionati fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, è difficile comprendere la logica di una scelta di questo tipo.
D’altronde, se sul fronte degli stipendi questa differenza può essere in parte spiegata dal taglio del cuneo fiscale, che sulle retribuzioni fino a 40.000 euro riconosce un beneficio annuo che può arrivare a circa 1.000 euro, per le pensioni il discorso è diverso. I pensionati, infatti, non beneficiano dello stesso sgravio fiscale e, in molti casi, neppure di trattamenti integrativi come quello che in passato veniva comunemente indicato come bonus Renzi.
Perché le pensioni d’oro potrebbero aumentare di 1.000 euro l’anno
Il motivo per cui le pensioni più alte potrebbero beneficiare di un aumento fino a 1.000 euro l’anno dipende dal possibile nuovo intervento sull’Irpef a cui sta lavorando il governo.
Oggi, infatti, l’imposta sul reddito è articolata su tre aliquote: 23% fino a 28.000 euro, 33% sulla parte compresa tra 28.001 e 50.000 euro e 43% sulla quota che supera i 50.000 euro.
L’ipotesi anticipata dal leader di Forza Italia Antonio Tajani e dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo prevede di innalzare da 50.000 a 60.000 euro il limite del secondo scaglione. In questo modo, l’aliquota del 33% si applicherebbe fino a 60.000 euro, mentre quella del 43% scatterebbe solamente sulla parte di reddito eccedente questa soglia.
Trattandosi di un’imposta progressiva, il beneficio riguarderebbe esclusivamente la parte di pensione compresa tra 50.000 e 60.000 euro lordi l’anno. Su questi importi l’aliquota scenderebbe infatti di 10 punti percentuali, dal 43% al 33%. Di conseguenza, un pensionato con un reddito annuo di 52.000 euro risparmierebbe circa 200 euro l’anno, mentre con 55.000 euro il vantaggio salirebbe a 500 euro e con 58.000 euro arriverebbe a 800 euro.
Il beneficio massimo scatterebbe invece a partire da 60.000 euro di pensione lorda annua: sui 10.000 euro compresi tra 50.000 e 60.000 euro si pagherebbe infatti il 33% anziché il 43%, con un risparmio complessivo di 1.000 euro l’anno, pari in media a circa 83 euro al mese se rapportato a 12 mensilità.
Oltre questa soglia, però, il vantaggio non aumenterebbe ulteriormente. Anche chi percepisce 70.000, 80.000 euro o più avrebbe infatti un risparmio massimo di 1.000 euro, perché sulla quota superiore a 60.000 euro continuerebbe ad applicarsi l’aliquota del 43%.
Più soldi alle pensioni d’oro che a chi prende meno, il paradosso del governo Meloni
Fermo restando che per quanto riguarda l’estensione della soglia del secondo scaglione è ancora tutto da decidere, un’operazione di questo tipo aggiungerebbe un ulteriore tassello a un processo di riduzione dell’Irpef che, almeno in termini assoluti, negli ultimi anni ha garantito vantaggi crescenti all’aumentare del reddito.
Basta ripercorrere le tappe degli ultimi interventi sull’Irpef. Il primo è stato l’accorpamento dei primi due scaglioni, con l’aliquota del 23% estesa anche alla parte di reddito compresa tra 15.000 e 28.000 euro, precedentemente tassata al 25%. Il vantaggio massimo è stato quindi pari a 260 euro l’anno.
Poi è arrivato il secondo taglio dell’Irpef, quello in vigore dal 2026, con la riduzione dal 35% al 33% dell’aliquota applicata alla parte di reddito compresa tra 28.000 e 50.000 euro. In questo caso il risparmio massimo è salito a 440 euro l’anno e viene raggiunto da chi ha un reddito di almeno 50.000 euro. Il vantaggio continua quindi a spettare anche oltre questa soglia; solamente per i redditi superiori a 200.000 euro è prevista una riduzione di 440 euro su alcune detrazioni fiscali.
E adesso potrebbe arrivare il terzo intervento. Se il secondo scaglione venisse effettivamente esteso da 50.000 a 60.000 euro, sulla parte di reddito compresa tra queste due soglie l’aliquota scenderebbe dal 43% al 33%. Il risparmio massimo sarebbe quindi di altri 1.000 euro l’anno per chi percepisce almeno 60.000 euro.
La differenza rispetto alle pensioni più basse diventerebbe evidente mettendo insieme i tre interventi. Considerando, per semplicità, una pensione lorda corrisposta per 13 mensilità, e guardando esclusivamente all’effetto delle aliquote Irpef, il quadro sarebbe il seguente:
| Pensione lorda mensile | Risparmio annuo primo taglio Irpef | Risparmio annuo secondo taglio Irpef | Risparmio annuo terzo taglio Irpef | Risparmio totale annuo |
|---|---|---|---|---|
| 1.000 euro | --- | --- | --- | --- |
| 1.500 euro | 90 euro | --- | --- | 90 euro |
| 2.000 euro | 220 euro | --- | --- | 220 euro |
| 2.500 euro | 260 euro | 90 euro | --- | 350 euro |
| 3.000 euro | 260 euro | 220 euro | --- | 480 euro |
| 3.500 euro | 260 euro | 350 euro | --- | 610 euro |
| 4.000 euro | 260 euro | 440 euro | 200 euro | 900 euro |
| 4.500 euro | 260 euro | 440 euro | 850 euro | 1.550 euro |
| 5.000 euro | 260 euro | 440 euro | 1.000 euro | 1.700 euro |
| 5.500 euro | 260 euro | 440 euro | 1.000 euro | 1.700 euro |
Il risultato è piuttosto evidente. Una pensione da 1.500 euro lordi al mese avrebbe guadagnato appena 90 euro l’anno dal complesso degli interventi sulle aliquote, mentre a 2.000 euro il vantaggio si ferma a 220 euro.
Salendo verso le pensioni più elevate, invece, gli effetti si sommano: con 4.500 euro lordi al mese il risparmio teorico arriverebbe complessivamente fino a 1.550 euro l’anno, mentre da circa 5.000 euro al mese si potrebbe arrivare fino a 1.700 euro annui considerando tutti e tre i tagli.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso.