Quanto dobbiamo essere preoccupati per le pensioni del futuro? Tra assegni destinati a ridursi e dubbi sulla sostenibilità del sistema, il tema previdenziale è una delle grandi questioni che l’Italia dovrà affrontare nei prossimi anni.
Ne abbiamo parlato con Maurizio Del Conte, professore ordinario di Diritto del lavoro all’Università Bocconi di Milano ed ex presidente dell’Anpal, che, pur riconoscendo le molte criticità, si è detto fiducioso sulla capacità del sistema di reggere e di correggersi nel tempo.
D’altronde, parafrasando il titolo di un celebre film, l’Italia sarà sempre di più un Paese per vecchi. L’invecchiamento della popolazione impedirà a qualsiasi governo di ignorare le condizioni economiche degli anziani e renderà inevitabili politiche capaci di garantire pensioni dignitose.
Tra queste, secondo Del Conte, dovrebbe trovare spazio anche il riconoscimento di una pensione minima per tutti, compresi coloro che rientrano interamente nel sistema contributivo.
Professore, l’Italia ha oggi un problema più grande con il lavoro o con le pensioni?
Lavoro e pensioni sono temi inscindibili: non esiste possibilità di risolvere l’uno se non si risolve anche l’altro. Con il sistema contributivo le pensioni dipendono interamente dalla carriera lavorativa nell’arco della vita attiva di ogni persona. Per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale e, in prospettiva, un trattamento pensionistico adeguato, occorre una base di lavoro solida. Una carriera professionale, cioè, che presenti due fondamentali requisiti: qualità e continuità.
Il nostro Paese continua a registrare una produttività che fatica a crescere, nonostante un monte ore lavorate tra i più alti in Europa. È questa, a suo giudizio, la causa principale della stagnazione salariale?
Se si rappresentano in un grafico i dati sulla produttività, il PIL e i salari, si può cogliere una correlazione evidente e costante nel tempo da molti decenni. A partire dagli anni ‘90 del secolo scorso in Italia queste tre variabili sono rimaste sostanzialmente piatte. Non cresce la produttività, non cresce il PIL, non crescono i salari. A questo scenario di lungo periodo, negli ultimi quattro/cinque anni si sono aggiunte le fiammate inflattive dovute alle crisi internazionali, che hanno eroso il potere di acquisto dei lavoratori salariati più velocemente di quanto la contrattazione collettiva si riuscita a recuperare. Infine, l’aumento della occupazione – che è certamente un’ottima notizia – ha paradossalmente concorso alla depressione dei salari, proprio perché è mancato un corrispondente incremento della produttività. Così ci troviamo a dover distribuire tra più lavoratori una ricchezza prodotta che è rimasta sostanzialmente inchiodata ai valori pre-Covid.
Il tema dei salari si riflette inevitabilmente anche sulle pensioni future. Con carriere spesso discontinue, retribuzioni basse e un tasso di sostituzione destinato a ridursi, dobbiamo prepararci a una stagione di nuovi poveri tra gli anziani?
Provo a invertire il ragionamento, partendo da una premessa che mi sembra dirimente: il nostro modello sociale non può permettersi di tenere in povertà gli anziani, per la semplice ragione che la demografia ci condanna a diventare un paese di persone sempre più vecchie. L’indice di vecchiaia (rapporto tra over 65 e under 15) era pari a 188 nel 2022, ovvero circa 1,88 anziani per ogni giovane. L’indice di dipendenza (rapporto tra over 65 e popolazione in età attiva) si attestava invece a 37,5, pari a 0,38 over 65 per ogni persona in età lavorativa. Le previsioni per il 2050 indicano un ulteriore peggioramento di entrambi gli indicatori, che saliranno rispettivamente a 300 e a 66. Da questi numeri non si sfugge. Perciò credo che la sostenibilità economica dell’invecchiamento debba diventare una priorità dell’agenda politica. E la più efficace politica per rendere sostenibile l’invecchiamento sociale è l’investimento in maggiore e migliore occupazione. In Italia abbiamo un tasso di occupazione del 63%, tra i più bassi d’Europa. E l’occupazione delle donne è di dieci punti inferiore. Insomma, c’è una miniera di capitale umano da attivare o riattivare. Ma bisogna che il sistema Paese offra lavoro di qualità e remunerazioni competitive nel quadro internazionale.
Una delle soluzioni più richiamate, e su cui anche il governo sta intervenendo, è l’aumento dell’adesione alla previdenza complementare. Ma con stipendi così bassi, come si può realisticamente chiedere a un lavoratore di destinare una parte della retribuzione alla pensione futura?
In generale, è difficile convincere un giovane a mettere da parte una quota dei propri guadagni per un investimento di cui vedrà i frutti molti decenni dopo. Se a questo aggiungiamo livelli retributivi che, particolarmente per i giovani, sono al limite della sopravvivenza, è facile comprendere perché nel nostro paese la previdenza complementare fatichi a decollare. E, tuttavia, non si deve dare per perso un obbiettivo che è, invece, di vitale importanza. Perciò sarebbe importante che si varasse una campagna di informazione e formazione di massa, a partire dalla scuola dell’obbligo. L’educazione finanziaria deve diventare materia fondamentale nel percorso educativo delle nuove generazioni.
A questo si aggiunge l’impatto dell’intelligenza artificiale, che potrebbe trasformare profondamente il mercato del lavoro, rendendo alcune carriere ancora più discontinue. Ritiene che servano nuove forme di sostegno alla previdenza pubblica, ad esempio prevedendo un contributo aggiuntivo da parte delle imprese legato all’automazione e all’utilizzo delle nuove tecnologie?
Gli effetti della intelligenza artificiale sul mercato del lavoro italiano sono ancora modesti perché le nostre imprese la utilizzano ancora poco e, spesso, in modo rudimentale. Tuttavia non si può ignorare il potenziale impatto sul lavoro della nuova tecnologia. Nessuno studio oggi riesce a stimare con certezza il rapporto tra distruzione e creazione di occupazione che produrrà la diffusione generalizza della I.A. nei processi produttivi. E’ possibile - e, forse, probabile - che nel lungo periodo il saldo sarà positivo. Ma ciò non toglie che l’effetto di sostituzione sarà dirompente. Serve, quindi, attuare politiche di accompagnamento dei disoccupati tecnologici alla transizione verso le nuove competenze richieste dalle imprese, attraverso percorsi formativi, di orientamento e di incontro domanda-offerta adeguati alle nuove sfide tecnologiche. Serve, in sintesi, una rifondazione del sistema delle politiche attive in risposta alla trasformazione del lavoro. Quanto all’idea di introdurre nuovi oneri a carico delle imprese che utilizzano l’I.A., temo che, almeno in questa fase, rischierebbero di scoraggiare gli investimenti in tecnologie che, invece, potrebbero davvero rappresentare un fattore di incremento della produttività. Dunque, rinvierei questa ipotesi a un momento in cui sarà più chiaro il saldo tra lavoro distrutto e lavoro creato.
Lei è pessimista sul futuro del sistema pensionistico, oppure ritiene che ci sia ancora margine per intervenire in corso d’opera, ad esempio correggendo le regole del contributivo e rendendole meno penalizzanti per i lavoratori?
Io sono ottimista per le ragioni che ho esposto. Ogni sistema pensionistico è il riflesso della società in un dato momento storico. Siccome gli anziani sono e saranno i protagonisti del presente e del futuro, sono abbastanza fiducioso che si farà ogni sforzo per rendere il sistema sostenibile. In questa fase storica mi sembra che il sistema contributivo, nei suoi principi generali, sia il più equo. Certo, si possono introdurre dei correttivi ai margini, ma non credo che si possa metterlo in discussione nel suo complesso.
A questo proposito, va ricordato che per chi rientra interamente nel sistema contributivo non è prevista l’integrazione al trattamento minimo. Di recente, però, la Corte costituzionale ha esteso questo diritto agli assegni ordinari di invalidità liquidati con il contributivo. Può essere il primo passo verso il riconoscimento, anche per via giurisprudenziale, di una pensione minima per tutti, indipendentemente dal sistema di calcolo?
La Corte costituzionale, interviene quando rileva un contrasto tra disposizioni di legge e principi, spesso generali, che ricostruisce da una lettura complessiva della Costituzione. Personalmente credo che la pensione minima debba essere riconosciuta alla stregua di un diritto di civiltà. E non mi sorprenderei se, in futuro, la Consulta ne individuasse i fondamenti nella trama dei principi costituzionali. A mio avviso sarebbe bene che il legislatore intervenisse prima, per incardinare il diritto a una pensione minima in un contesto di regole coerenti.
Tornando alla domanda iniziale, ma ribaltandola: se fosse il legislatore e dovesse scegliere dove intervenire prima, darebbe quindi priorità al lavoro o alle pensioni? E con quali strumenti?
Premesso che nulla vieta di intervenire contemporaneamente su entrambi i fronti, io partirei dal lavoro e dalle politiche industriali. Occorre stimolare le imprese a investire in innovazione, finanziando la ricerca e lo sviluppo delle nuove tecnologie. Serve una nuova architettura della formazione professionale di massa, che consenta di ricostruire l’occupabilità delle persone in funzione dei continui mutamenti del mercato del lavoro. Una formazione che sia permanente, certificata e portabile da una occupazione all’altra. Servono servizi per il lavoro accessibili, efficienti e presenti su tutto il territorio. Serve un sostegno alla contrattazione collettiva di qualità. E serve un nuovo patto sociale per mettere al servizio del lavoro l’enorme potenziale offerto dalla tecnologia.