Pensioni, le ultime sentenze potrebbero portare a un aumento di circa 600 euro l’anno. Ecco per chi.
Potrebbe arrivare dai giudici una delle novità più rilevanti degli ultimi anni sul fronte delle pensioni minime: l’affermazione di un principio giuridico che potrebbe cambiare gli equilibri attuali, soprattutto per chi oggi resta escluso da ogni forma di integrazione.
Il punto di partenza è noto: l’integrazione al trattamento minimo, cioè il meccanismo che consente di portare l’assegno fino a una soglia fissata annualmente dall’Inps in base all’inflazione, non riguarda tutti. Oggi, infatti, ne beneficiano solo i pensionati che rientrano nel sistema misto, ossia coloro che possono far valere almeno un contributo versato entro il 31 dicembre 1995. Restano invece fuori i cosiddetti contributivi puri, chi ha iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996 in poi, anche quando la pensione maturata è particolarmente bassa.
Una differenza che pesa, e molto. Perché con il sistema contributivo non è raro trovarsi con assegni inferiori alla soglia minima - oggi intorno ai 611 euro - senza alcuna possibilità di integrazione.
Per questo motivo, negli anni si è più volte parlato di introdurre una pensione di garanzia per chi ha carriere fragili o redditi bassi, ma finora non si è andati oltre le ipotesi.
Ora, però, qualcosa si muove sul piano giuridico. Una recente pronuncia della Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il divieto di integrazione al minimo per l’assegno ordinario di invalidità calcolato interamente con il sistema contributivo. Un passaggio che potrebbe fare da apripista a un’estensione più ampia dello stesso principio, arrivando a coinvolgere anche altre pensioni contributive, comprese quelle di vecchiaia. Se così fosse, per molti pensionati si tradurrebbe in un aumento dell’assegno, fino a circa 600 euro in più l’anno.
Perché la pensione minima potrebbe spettare a tutti
Il nodo è quello di sempre: l’esclusione dei contributivi puri dall’integrazione al trattamento minimo. Una regola che, nei fatti, crea una doppia velocità tra pensionati. Da una parte chi può contare su una tutela che porta l’assegno fino alla soglia minima; dall’altra chi, pur avendo versato contributi, resta vincolato all’importo effettivamente maturato, anche quando è molto basso.
Tradotto in termini pratici, oggi funziona così: se una pensione è inferiore ai circa 611 euro mensili, non viene automaticamente adeguata per tutti. Chi rientra nel sistema misto può vedere l’assegno aumentare fino a quella soglia, mentre chi è interamente nel contributivo continua a percepire quanto maturato, senza alcun correttivo. Anche importi molto bassi, come 200 o 300 euro, restano invariati.
Per chi ha almeno un contributo prima del 1996, invece, scatta il meccanismo dell’integrazione al minimo. In questi casi una pensione più bassa viene portata fino al livello previsto, con la possibilità, al raggiungimento dei requisiti anagrafici, di beneficiare anche delle maggiorazioni come il cosiddetto incremento al milione, che entra in gioco dai 70 anni (o prima in presenza di determinati requisiti contributivi).
È proprio questa differenza a essere finita sotto la lente della Corte costituzionale. I giudici hanno infatti ritenuto non giustificata l’esclusione totale dei contributivi puri almeno in un caso specifico, quello dell’assegno ordinario di invalidità. In quella circostanza è stato riconosciuto che anche una prestazione interamente calcolata con il sistema contributivo può accedere all’integrazione al minimo.
Si tratta di un passaggio limitato, ma tutt’altro che secondario. Perché introduce un principio destinato a pesare anche oltre il caso concreto: se l’integrazione è ritenuta necessaria per garantire una soglia minima in un ambito, diventa difficile escluderla in modo assoluto negli altri. Da qui la possibilità che lo stesso orientamento venga richiamato in nuovi ricorsi, anche per le pensioni di vecchiaia interamente contributive.
Se questo indirizzo dovesse consolidarsi, cambierebbe l’impostazione stessa del sistema. L’idea di una soglia minima come garanzia potrebbe smettere di essere una tutela selettiva e diventare un riferimento valido per tutti i pensionati.
Cosa cambierebbe con l’integrazione al trattamento minimo per tutti
Va detto che oggi, anche per chi è interamente nel sistema contributivo, una forma di “integrazione” esiste già, ma segue una logica diversa. Non passa dalla pensione minima, bensì dall’Inps attraverso l’assegno sociale, che interviene solo in presenza di determinati requisiti economici.
Il meccanismo è questo: chi non raggiunge l’importo minimo richiesto per la pensione a 67 anni può essere costretto a rinviare l’uscita fino ai 71 anni. A quel punto, anche con pochi contributi, matura comunque una pensione, spesso molto bassa. Prendiamo il caso di un assegno da 300 euro mensili.
In questa situazione non scatta alcuna integrazione fino alla soglia della pensione minima (circa 611 euro). L’unico sostegno possibile è rappresentato dall’assegno sociale, che può portare il reddito complessivo fino a circa 546 euro. In pratica, una parte deriva dai contributi versati, mentre la restante è coperta dallo Stato.
Se però il principio indicato dai giudici venisse esteso, lo scenario cambierebbe, in quanto l’integrazione non si fermerebbe più al livello dell’assegno sociale, ma arriverebbe alla pensione minima. Questo significherebbe un aumento nell’ordine di 50-60 euro al mese, cioè fino a circa 600 euro l’anno. Una cifra non risolutiva, ma tutt’altro che irrilevante per chi oggi vive con assegni molto bassi.
Per rendere davvero efficace una riforma di questo tipo, però, servirebbe un intervento più ampio. Il nodo resta quello dei requisiti economici per l’accesso alla pensione di vecchiaia nel sistema contributivo: oggi, a 67 anni, non bastano 20 anni di contributi, ma è necessario anche raggiungere un importo minimo pari all’assegno sociale. Superare questo vincolo permetterebbe a molti lavoratori di andare in pensione senza dover attendere i 71 anni.
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