All’inizio di ogni anno gli importi delle pensioni vengono aumentati per effetto della rivalutazione.
Mentre in Italia si discute di “scala mobile”, ossia di un meccanismo che adegui le retribuzioni all’inflazione così da mantenere inalterato il potere d’acquisto, non tutti sanno che per le pensioni e per alcuni trattamenti di natura assistenziale un sistema simile è già previsto.
Nel dettaglio, la rivalutazione viene calcolata sulla base dei dati relativi all’inflazione registrata nell’anno precedente. Si applica poi un meccanismo percentuale che riduce progressivamente la perequazione per i trattamenti pensionistici superiori a quattro volte il valore del trattamento minimo, penalizzando quindi chi percepisce pensioni più elevate.
Va detto che le percentuali di rivalutazione sono state spesso oggetto di interventi legislativi, in quanto i governi, soprattutto nei periodi caratterizzati da difficoltà economiche o da un’inflazione particolarmente elevata, hanno spesso reso più severo il meccanismo di adeguamento.
Un sistema che potrebbe apparire illegittimo, ma che non è necessariamente tale: la Corte costituzionale è intervenuta più volte sui tagli alla rivalutazione, ritenendoli compatibili con la Costituzione quando risultano temporanei e giustificati da esigenze di finanza pubblica.
Quindi, per quanto riguarda gli aumenti delle pensioni attesi all’inizio di gennaio 2027, è ancora presto per parlare di importi definitivi: molto dipenderà dal tasso d’inflazione che verrà accertato dall’Istat, oltre che da eventuali interventi inseriti nella legge di Bilancio. Dubbi che verranno sciolti solamente in autunno inoltrato, fermo restando che già oggi sono disponibili alcune anticipazioni utili per capire cosa potrebbe cambiare a legislazione invariata.
Come funziona la rivalutazione delle pensioni
Al netto di possibili cambi al meccanismo di rivalutazione, che per il momento non risultano in programma, quello oggi utilizzato è descritto dall’articolo 34 della legge n. 448 del 1998.
Come anticipato, l’aumento è dovuto al meccanismo conosciuto anche come perequazione, il quale, considerando che le pensioni non possono beneficiare degli aumenti previsti dai rinnovi contrattuali o dagli scatti di anzianità, prevede un adeguamento automatico degli importi per evitare che quanto calcolato al momento della liquidazione si svaluti nel tempo.
Una minima perdita del potere d’acquisto va comunque considerata per coloro che percepiscono una pensione superiore a quattro volte il valore del trattamento minimo, per i quali appunto la rivalutazione viene riconosciuta solo parzialmente sulla quota che supera tale soglia.
Nel dettaglio, la rivalutazione viene riconosciuta nella misura del 100% sulla parte di pensione fino a quattro volte il trattamento minimo, del 90% sulla quota compresa tra quattro e cinque volte il minimo e del 75% sulla parte che supera cinque volte il trattamento minimo.
È importante precisare che il meccanismo si applica per fasce. Ciò significa che, nel caso in cui l’importo della pensione superi una delle soglie previste, la percentuale più bassa non viene applicata sull’intero assegno, ma solamente sulla parte eccedente.
Quali trattamenti godono della rivalutazione
La rivalutazione interessa sia le pensioni dirette, come quelle di vecchiaia, anticipate, di invalidità e di inabilità, che quelle indirette riconosciute ai superstiti, come la pensione di reversibilità e la pensione indiretta.
L’adeguamento viene applicato a prescindere dalla gestione previdenziale che eroga il trattamento, tenendo conto, nel caso in cui il pensionato sia titolare di più assegni, del loro importo complessivo.
Godono della rivalutazione anche alcuni trattamenti di natura assistenziale, come l’assegno sociale e la pensione sociale, nonché le pensioni e gli assegni riconosciuti agli invalidi civili, ai ciechi civili e ai sordi. Ogni anno vengono aggiornati anche gli importi di alcune indennità collegate, come quella di accompagnamento, oltre ai limiti di reddito previsti per accedere alle diverse prestazioni.
Inoltre, anche il trattamento minimo al di sotto del quale può scattare un’integrazione, ma solo per chi ha almeno un contributo settimanale versato nel sistema retributivo, quindi prima del 31 dicembre 1996, è soggetto a rivalutazione.
Le anticipazioni sugli importi 2027
Fatta chiarezza su come funziona la rivalutazione e su quali sono i criteri utilizzati per il calcolo, ecco alcune anticipazioni rispetto a cosa potrebbe succedere nel 2027.
Come anticipato, per conoscere con certezza l’aumento bisognerà attendere il dato definitivo dell’indice Foi al netto dei tabacchi, rilevato dall’Istat e poi recepito con un apposito decreto del ministero dell’Economia. Al momento, quindi, non è ancora possibile sapere con esattezza di quanto aumenteranno le pensioni dal prossimo gennaio.
Una prima indicazione arriva però dal Documento di finanza pubblica approvato dal governo ad aprile, nel quale per il 2026 viene stimata un’inflazione pari al 2,8%.
Qualora il tasso utile per la perequazione dovesse effettivamente attestarsi su questa percentuale, gli aumenti riconosciuti nel 2027 sarebbero circa il doppio rispetto a quelli applicati nel 2026, quando la rivalutazione si è fermata all’1,4%.
Per le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo, ossia fino a circa 2.447 euro lordi mensili prendendo come riferimento l’importo del 2026, la rivalutazione sarebbe applicata interamente. Una pensione da 1.000 euro aumenterebbe quindi di circa 28 euro lordi al mese, salendo a 1.028 euro, mentre un assegno da 1.500 euro beneficerebbe di un incremento di circa 42 euro, arrivando a 1.542 euro.
Per le pensioni superiori a quattro volte il trattamento minimo, invece, l’aumento sarebbe calcolato per fasce. Ad esempio, su una pensione da 2.800 euro il 2,8% verrebbe applicato integralmente fino alla soglia delle quattro volte il minimo, mentre sulla parte restante la rivalutazione sarebbe riconosciuta nella misura del 90% del tasso. L’aumento complessivo sarebbe così pari a circa 77 euro lordi al mese.
Per gli importi superiori a cinque volte il trattamento minimo, sulla quota eccedente tale soglia si applicherebbe invece il 75% del tasso, ossia il 2,1% nell’ipotesi di una rivalutazione generale del 2,8%. Una pensione da 4.000 euro, ad esempio, aumenterebbe di circa 103 euro lordi al mese, arrivando a poco meno di 4.103 euro.
Gli effetti della rivalutazione riguarderebbero anche i trattamenti assistenziali. Il trattamento minimo, oggi pari a 611,85 euro, salirebbe a circa 628,98 euro al mese, con un incremento di poco più di 17 euro.
L’Assegno sociale, oggi pari a 546,24 euro per 13 mensilità, aumenterebbe invece fino a circa 561,54 euro al mese. Aumenterebbero infine anche le pensioni di invalidità civile. L’importo ordinario di 340,71 euro salirebbe a circa 350,25 euro al mese, mentre per i ciechi assoluti non ricoverati si passerebbe dagli attuali 368,46 euro a circa 378,78 euro.