Pensioni, da oggi vale meno. Pensionati preoccupati, ecco perché

Simone Micocci

2 Gennaio 2026 - 10:17

Pensioni, da oggi l’assegno perde potere di acquisto. Ecco quali sono gli aumenti non riconosciuti dalla rivalutazione che scatta sul cedolino di gennaio.

Pensioni, da oggi vale meno. Pensionati preoccupati, ecco perché

Nel cedolino di gennaio, in pagamento tra domani e lunedì 5 gennaio a seconda che l’accredito sia in posta o in banca, scattano gli aumenti previsti dalla rivalutazione. Un meccanismo che adegua l’importo della pensione al costo della vita, contrastandone così la svalutazione.

Ma è davvero così? La rivalutazione così come è pensata oggi è sufficiente per mantenere lo stesso potere d’acquisto? In realtà no, e non solo per il fatto che ci sono pensionati - quelli con l’importo che supera la soglia delle 4 volte il trattamento minimo - che godono di una rivalutazione parziale.

Bisogna anche considerare, infatti, che l’aumento viene calcolato prendendo come riferimento un paniere di beni e servizi che, per quanto ampio, tende a escluderne alcuni e soprattutto che è calcolato secondo gli aumenti registrati nell’anno precedente.

Tutti gli aumenti che scattano dall’1 gennaio 2026, quindi, non vengono - per adesso - presi in considerazione. Pertanto possiamo effettivamente dire, alla luce degli aumenti già annunciati, che dall’1 gennaio la pensione vale meno e con il crescere dell’inflazione andrà sempre peggio. Ecco perché i pensionati, molti dei quali già con un assegno piuttosto basso, sono legittimamente preoccupati.

Pensioni, come viene calcolata la rivalutazione

La rivalutazione, o perequazione, è quindi uno strumento che presenta dei limiti strutturali. È utile sì, ma non garantisce il pieno mantenimento del potere d’acquisto.

Nel dettaglio, la rivalutazione delle pensioni viene determinata applicando una percentuale basata sull’andamento dei prezzi al consumo rilevato dall’Istat. In altre parole, l’aumento dell’assegno è legato a un paniere statistico che rappresenta i consumi medi della popolazione, costruito includendo un’ampia gamma di beni e servizi.

Nel paniere rientrano voci come alimentari, utenze domestiche, carburanti, trasporti, abbigliamento, spese sanitarie, comunicazioni, istruzione e servizi vari. Sono quindi considerate molte delle spese quotidiane, comprese alcune che incidono in modo significativo sui bilanci familiari, come luce, gas o benzina.

Il problema, però, non è tanto ciò che il paniere include, quanto ciò che tende a pesare poco o a non rappresentare fedelmente la realtà dei pensionati. L’indice è costruito per descrivere un consumo “medio”, non quello specifico di chi vive prevalentemente di pensione. Alcune spese che per un pensionato sono centrali - come i costi sanitari ricorrenti, l’assistenza, le spese condominiali o l’aumento delle tariffe locali - finiscono per avere un peso limitato all’interno dell’indice complessivo.

Allo stesso tempo, restano esclusi dal paniere tutti quegli elementi che non rientrano nei consumi correnti: imposte dirette, tasse sulla casa, acquisto di immobili, investimenti o spese straordinarie. Sono voci che non entrano nel calcolo della rivalutazione ma che, nella pratica, incidono comunque sul reddito disponibile e sulla capacità di spesa.

C’è poi un ulteriore aspetto da non sottovalutare: anche quando un bene o un servizio è incluso nel paniere, l’aumento viene considerato solo dopo che si è già verificato. Gli incrementi dei prezzi che scattano dal 1° gennaio - come quelli su pedaggi, trasporti, servizi locali o utenze - non incidono immediatamente sulla pensione, ma verranno eventualmente recuperati solo l’anno successivo, e sempre nei limiti delle percentuali riconosciute.

È per questo che la rivalutazione, pur restando uno strumento indispensabile, non riesce a garantire il pieno mantenimento del potere d’acquisto. La pensione cresce sulla carta, ma spesso non tiene il passo con la spesa reale. Ed è anche per questo che molti pensionati, guardando al cedolino di gennaio, hanno la sensazione, tutt’altro che infondata, che il loro assegno, anno dopo anno, stia perdendo valore.

I nuovi aumenti da gennaio 2026

E va detto che con l’inizio del 2026 entrano in vigore diversi aumenti che incidono direttamente sulle spese quotidiane, ma che appunto non vengono immediatamente compensati dalla rivalutazione delle pensioni, calcolata sull’inflazione dell’anno precedente.

Nel dettaglio, dal 1° gennaio aumentano le accise sui tabacchi: il rincaro medio è di circa 6 centesimi a pacchetto nel 2026, con ulteriori aumenti già programmati nei prossimi anni. Coinvolti anche tabacco trinciato, prodotti riscaldati e sigarette elettroniche.

Scatta poi l’allineamento delle accise sui carburanti. La benzina beneficia di un lieve calo, mentre il diesel aumenta di circa 5 centesimi al litro, con un aggravio che, su base annua, può superare i 60 euro per automobilista. Aumentano anche i pedaggi autostradali, con un adeguamento medio dell’1,5%, mentre sul mercato immobiliare la cedolare secca sugli affitti brevi sale al 26%, con il rischio di un trasferimento dei maggiori costi sui prezzi finali.

Sul fronte delle bollette, termina il contributo straordinario da 200 euro: dal 2026 il bonus energia torna alla versione ordinaria, riservata ai nuclei con Isee fino a 9.530 euro (20.000 euro per famiglie numerose). Per molti questo significa bollette più care già nei primi mesi dell’anno.

Senza dimenticare poi che nel frattempo l’inflazione cresce, comportando aumenti anche per altri beni e servizi. Il quadro complessivo, pertanto, è chiaro: gli aumenti partono subito, la pensione li può solamente rincorrere. Ed è proprio questo scarto temporale che spiega perché, nonostante la rivalutazione di gennaio, molti pensionati abbiano la sensazione fondata che l’assegno valga meno.

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