Pensioni, chi ha iniziato a lavorare prima ci va più tardi. Il paradosso italiano

Simone Micocci

26 Giugno 2026 - 13:12

Hai iniziato a lavorare prima ma rischi di andare in pensione più tardi rispetto a chi ha iniziato a farlo dopo di te. Non è un incubo, ma un paradosso tutto italiano.

Pensioni, chi ha iniziato a lavorare prima ci va più tardi. Il paradosso italiano

Aver iniziato a lavorare prima del 1996 può comportare, paradossalmente, un ritardo nell’accesso alla pensione.

Almeno con le regole attuali, e al netto quindi delle novità che potrebbero essere introdotte dalla prossima riforma previdenziale. Il paradosso italiano è proprio questo: chi ha versato anche un solo contributo prima del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo può trovarsi escluso da alcune forme di pensionamento anticipato oggi riservate ai cosiddetti contributivi puri.

Il sistema pensionistico italiano, infatti, continua a essere segnato da una forte disuguaglianza, nella quale la data di inizio della contribuzione assume un peso decisivo. Da una parte, il sistema introdotto dalla legge Dini e poi ulteriormente rivisto dalla legge Fornero ha contribuito a garantire una maggiore sostenibilità di lungo periodo, dall’altra però ha finito per creare due categorie di lavoratori e futuri pensionati: non solo soggetti a un diverso metodo di calcolo dell’assegno, ma anche a regole differenti per l’accesso alla pensione.

Su questa disparità in passato si è già provato a intervenire, basti pensare alla proposta di revisione avanzata dall’allora presidente dell’Inps Tito Boeri, rimasta però senza seguito.

Il tema è tornato oggi al centro del dibattito con la riforma a cui sta lavorando il governo: tra le ipotesi sul tavolo c’è anche quella di superare, dal 2027, alcune delle barriere che oggi separano i contributivi puri da chi rientra nel sistema misto. Tuttavia, una definizione compiuta è ancora lontana.

La misura al centro della questione è in particolare la pensione anticipata contributiva, che oggi consente l’uscita a 64 anni di età, quindi con tre anni di anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia.

Si tratta però di una possibilità riservata soltanto a chi ha iniziato a versare contributi dal 1996 in poi. Chi invece ha anche un solo contributo accreditato prima di quella data resta escluso da questa strada e, di fatto, rischia di dover attendere tre anni in più per andare in pensione.

Chi ha iniziato a lavorare dopo va prima in pensione, il paradosso dell’opzione anticipata contributiva

Prendiamo il caso di due lavoratori nati nello stesso anno. Il primo ha iniziato a lavorare nel 1994, il secondo nel 1996. La differenza, apparentemente minima, è in realtà decisiva. Il primo rientra nel sistema misto, con appena due anni di contribuzione valorizzati con le vecchie regole e tutto il resto della carriera calcolato con il metodo contributivo. Il secondo, invece, è un contributivo puro, perché tutta la sua pensione viene determinata secondo il nuovo sistema di calcolo.

Ed è proprio quest’ultimo ad avere oggi un vantaggio significativo: può accedere alla pensione anticipata contributiva a 64 anni di età, a condizione di avere almeno 20 anni di contributi e un importo dell’assegno pari ad almeno 3 volte il valore dell’assegno sociale, soglia che scende a 2,8 volte per le lavoratrici con un figlio e a 2,6 volte per quelle con almeno due figli.

Il primo lavoratore, quindi, pur avendo iniziato a lavorare due anni prima, non può invece utilizzare questa strada. Salvo altre forme di pensionamento anticipato, dovrà attendere i 67 anni richiesti per la pensione di vecchiaia, al netto dei futuri adeguamenti alla speranza di vita. Il secondo, che ha iniziato dopo, potrà invece smettere di lavorare tre anni prima.

Una differenza che difficilmente può essere giustificata dalle diverse regole di calcolo dell’assegno. Nel caso preso in esame, infatti, il vantaggio del sistema retributivo riguarda appena due anni di carriera: troppo poco per determinare, a parità di montante contributivo, una pensione sensibilmente più alta rispetto a quella del lavoratore contributivo puro.

Siamo quindi davanti a un vero paradosso: chi ha iniziato a lavorare prima rischia di andare in pensione dopo.

Una situazione che negli anni ha alimentato una richiesta crescente di maggiore flessibilità in uscita, spingendo i governi a introdurre misure temporanee di pensionamento anticipato, come Quota 100, che hanno però avuto un impatto significativo sui conti pubblici. Eppure, una strada diversa sarebbe stata possibile: estendere il pensionamento a 64 anni anche ai lavoratori del sistema misto, accompagnando questa apertura con meccanismi di revisione dell’importo, come il ricalcolo contributivo della quota di assegno interessata, così da rendere la misura più sostenibile.

Una soluzione solo nel 2027?

A tal proposito va detto che il governo Meloni sembra stia valutando, seppur con un certo ritardo rispetto a una necessità emersa ormai da tempo, la possibilità di estendere la pensione anticipata contributiva a tutti i lavoratori, compresi coloro che hanno anche un solo contributo settimanale versato prima dell’1 gennaio 1996.

Sulla cosiddetta pensione a 64 anni per tutti stanno lavorando i tecnici del Mef, chiamati a verificare se le risorse disponibili siano sufficienti e, soprattutto, quali correttivi possano rendere sostenibile l’intervento. Tra le ipotesi allo studio ci sarebbe anche il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno, così da consentire una maggiore flessibilità in uscita senza scaricare costi eccessivi sui conti pubblici.

Siamo ancora nel campo delle valutazioni, e molto dipenderà dagli spazi di bilancio e dalle scelte che verranno compiute in vista della prossima manovra. Tuttavia, per la prima volta dopo anni, la fine del paradosso italiano potrebbe non essere così lontana: chi ha iniziato a lavorare prima potrebbe finalmente non essere più penalizzato proprio per questo.