Meno ore di lavoro e stipendi più alti: così i Paesi Bassi danno una lezione all’Italia.
C’è un Paese che, se confrontato con l’Italia, rappresenta un vero e proprio paradosso: si lavora meno, ma al tempo stesso si guadagna di più. Si tratta dei Paesi Bassi, dove il mercato del lavoro sembra aver trovato un equilibrio che da noi appare ancora lontano: nonostante meno ore passate in ufficio, o in azienda, gli stipendi medi sono più alti grazie a una produttività decisamente superiore.
A confermarlo sono i dati europei, secondo i quali i Paesi Bassi risultano il Paese dell’Unione europea in cui si lavora mediamente per meno ore a settimana, mentre l’Italia si colloca persino sopra la media Ue. Eppure, nonostante questo maggiore tempo trascorso al lavoro, gli stipendi italiani restano molto più bassi rispetto a quelli olandesi.
Una differenza che racconta bene uno dei grandi limiti del nostro sistema economico, perché non sempre lavorare di più significa produrre di più, né tantomeno guadagnare meglio. Nei Paesi Bassi, ad esempio, il part-time è molto diffuso e spesso rappresenta una scelta organizzativa anziché una decisione obbligata. E questo, soprattutto, non impedisce di mantenere livelli elevati di produttività e salari tra i più alti d’Europa.
In Italia, invece, il problema è opposto, visto che si lavora tante ore, ma il valore prodotto per ogni ora lavorata resta basso. Pesano diversi fattori: ritardi negli investimenti tecnologici, dimensione ridotta di molte imprese, scarsa innovazione, poca formazione continua e un’organizzazione del lavoro spesso ancora troppo legata alla presenza più che ai risultati.
Orario di lavoro, i Paesi Bassi danno una lezione all’Italia
Secondo i più recenti dati Eurostat, in Europa si lavora in media 35,9 ore effettive a settimana. I Paesi Bassi si collocano però ben al di sotto di questa soglia, con una media di 31,9 ore settimanali, registrando il dato più basso dell’Unione europea.
Un risultato che, come anticipato, si spiega anche con il forte ricorso al part-time, molto più diffuso rispetto ad altri Paesi: qui, infatti, circa il 65% delle donne occupate con figli lavora con orario ridotto. Ma sarebbe riduttivo spiegare tutto soltanto con il part-time, poiché non mancano esempi di aziende che hanno scelto di ridurre l’orario settimanale anche per i lavoratori full-time, sperimentando modelli più flessibili e orientati ai risultati.
Anche in Italia il part-time è molto diffuso, ma con una differenza sostanziale: spesso non si tratta di una libera scelta , bensì di una condizione involontaria. E, soprattutto, nel nostro Paese il part-time è ancora troppo spesso sinonimo di stipendio basso.
Il confronto diventa ancora più significativo se si guarda al numero complessivo di ore lavorate. In Italia, infatti, la settimana lavorativa media si aggira intorno alle 37 ore, quindi ben al di sopra del dato olandese e anche della media europea. La differenza è notevole: considerando una media di 46 settimane lavorate l’anno, in Italia si arriva a lavorare circa 230 ore in più rispetto ai Paesi Bassi. Tradotto in giornate da 8 ore, significa quasi 29 giorni lavorativi aggiuntivi, cioè poco meno di un mese intero passato interamente al lavoro.
Il problema è che, come vedremo di seguito, queste ore in più non si traducono in salari più alti per i lavoratori.
Stipendio, anche qui i Paesi Bassi danno una lezione all’Italia
Come anticipato, meno ore di lavoro non significano necessariamente stipendi più bassi. Anzi, nel confronto con l’Italia il rapporto sembra quasi rovesciarsi: da noi si lavora di più per guadagnare meno, mentre nei Paesi Bassi si lavora mediamente meno ma con salari più elevati.
A confermarlo sono i dati Ocse riferiti al 2025 e contenuti nel rapporto Taxing Wages 2026. Nei Paesi Bassi lo stipendio medio annuo è pari a 69.028 euro, mentre l’Italia si ferma a 36.594 euro, una distanza enorme che non può essere spiegata soltanto con il diverso costo della vita, ma che chiama in causa soprattutto la capacità del sistema economico di produrre maggiore valore per ogni ora lavorata.
Nonostante, come raccontato di recente anche dal Financial Times, i Paesi Bassi stiano progressivamente andando verso una sorta di settimana corta di fatto, gli stipendi non ne risentono. Qui il lavoro viene organizzato in modo più efficiente, con maggiore attenzione alla produttività, alla tecnologia, alla formazione e alla conciliazione tra vita privata e professionale.
In Italia, invece, un dibattito serio sulla settimana corta fatica persino a decollare. Il timore è che una riduzione dell’orario possa avere effetti negativi su una produttività già debole, aggravando un problema che da anni rappresenta uno dei principali freni alla crescita del Paese.
Basti pensare che, secondo i dati Istat, tra il 2023 e il 2024 la produttività del lavoro in Italia ha continuato a mostrare segnali di difficoltà: dopo il calo del 2,7% nel 2023, è arrivata un’ulteriore riduzione dell’1,9% nel 2024. E come visto sopra non perché si lavori meno: il problema è che il valore prodotto non cresce in modo proporzionale alle ore lavorate. A pesare sono diversi fattori, tra cui il ritardo negli investimenti in innovazione tecnologica e organizzativa, la ridotta dimensione media delle imprese, la scarsa formazione continua e una struttura produttiva ancora troppo concentrata su attività a basso valore aggiunto. C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare: la minore partecipazione al mercato del lavoro delle fasce potenzialmente più dinamiche e innovative, a partire da giovani e donne, riduce la capacità del sistema di rinnovarsi e di spostare risorse verso settori più produttivi.
Il risultato è un circolo vizioso: si lavora tanto, ma si produce poco valore e di conseguenza gli stipendi restano bassi. E dai Paesi del Nord Europa abbiamo solo da imparare.
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