L’entusiasmo per l’intelligenza artificiale sembra inarrestabile. Dalle valutazioni record di OpenAI ai massimi storici dei mercati azionari, fino ai colossi tecnologici pronti ad assumere nuovo debito per potenziare i loro data center: gli ingredienti per una “nuova bolla” sembrano esserci tutti. Persino Sam Altman, CEO di OpenAI, ha ammesso che gli investitori si stanno “sovraeccitando per l’AI”, tracciando un parallelo con la bolla delle dotcom dei primi anni 2000.
Eppure, gli analisti di Capital Economics sostengono che i numeri raccontano una storia diversa. Secondo l’istituto, le previsioni sugli utili futuri delle società dell’indice S&P 500 — le cosiddette forward-12-month earnings per share (FTM EPS) — continuano a crescere, alimentando il rally azionario. Questo incremento non riguarda solo i giganti tech, ma anche il resto delle aziende dell’indice.
Il rapporto tra prezzi azionari e utili attesi, uno dei principali indicatori di sopravvalutazione, è salito solo marginalmente: da 22,3 a 22,6. Un aumento minimo se confrontato con i livelli raggiunti alla vigilia dello scoppio della bolla dotcom. Anzi, per i titoli Big Tech, il rapporto prezzo/utili è addirittura leggermente diminuito.
I multipli di valutazione, sia per l’S&P 500 nel suo complesso che per i settori tecnologici, non hanno ancora raggiunto le vette del 2000.
Un altro fattore chiave distingue l’attuale fase dal boom-bust di venticinque anni fa: la Federal Reserve oggi sta tagliando i tassi d’interesse, non alzandoli. Negli anni della bolla dotcom, la Fed guidata da Alan Greenspan aveva avviato una stretta monetaria per raffreddare l’economia, contribuendo alla successiva correzione dei mercati. Oggi, invece, l’istituto sembra orientato verso una politica più accomodante, riducendo la probabilità di uno shock improvviso.
Higgins avverte tuttavia che una correzione arriverà — probabilmente non prima del 2027 — quando l’hype sull’AI comincerà a svanire. Ma fino ad allora, il trend positivo dei profitti e la solidità macroeconomica potrebbero sostenere i mercati.
Anche Oxford Economics concorda: l’attuale boom ha basi più robuste rispetto al passato. Il rapporto prezzo/utili dei titoli tecnologici è oggi solo il 56% di quello raggiunto al picco della bolla dotcom, e per i produttori di chip è ancora più basso, al 43%.
Inoltre, solo il 4% delle aziende tecnologiche e di telecomunicazioni dell’S&P 500 registra oggi perdite — contro il 12% poco prima del 2000. In altre parole, la maggior parte delle società che cavalcano l’onda dell’AI è realmente profittevole.
Mentre OpenAI non ha ancora raggiunto la redditività, i fornitori chiave dell’ecosistema — come Nvidia e TSMC — stanno registrando utili record grazie alla domanda esplosiva di hardware per l’intelligenza artificiale.
Per gli analisti di Oxford, l’AI rappresenta una trasformazione strutturale paragonabile a quella portata da Internet, non una semplice moda passeggera. “Molte aziende potrebbero non riuscire a conquistare una quota di mercato, ma la tecnologia di base continuerà a espandersi. Proprio come Internet, ci vorrà più tempo del previsto, ma la rivoluzione è già in atto.”
In sintesi, nonostante i paragoni suggestivi con la bolla delle dotcom, i dati indicano che questa volta la corsa all’AI si fonda su utili concreti, innovazione reale e condizioni macroeconomiche più favorevoli.
Il vero rischio, forse, non è una “bolla” pronta a scoppiare, ma piuttosto una crescita che — come l’AI stessa — sarà meno esplosiva ma più intelligente.