Da un po’ di tempo, e ben prima del nuovo terribile conflitto in Medio Oriente, i mercati avevano cominciato a soffrire. Con le trimestrali di metà ottobre le accelerazioni ribassiste, già cominciate nel mese di agosto, sono state ancora più cogenti, segno del fatto che i tassi di interesse così alti non potevano non avere un impatto negativo sui conti di famiglie e imprese e, di riflesso, sui conti delle società quotate.
Il riacutizzarsi poi delle tensioni in Medio Oriente ha dato altra benzina al movimento ribassista in atto. Ma il 2023 continua tuttavia ad essere un anno di piene anomalie speculative ed insensatezze. Si tende ancora a comprare o mantenere alte le quotazioni di titoli estremamente sopravvalutati come Leonardo o Ferrari e a vendere, invece, titoli sottostimati come Saipem, Tod’s, Unieuro, Ariston, FinecoBank e molti altri.
Al di fuori di alcuni strumenti come l’oro e il petrolio, non sono molti i settori che si sono salvati. Ma proprio su oro e petrolio, chi si illude di poter pensare che in essi ci sia una sola motivazione rialzista, è evidente che non comprende davvero quanto in questo momento storico non esista nulla di difensivo se non la liquidità e le obbligazioni.
La parola d’ordine, prima che sia tardi, dovrebbe essere quella di uscire in vendita da ogni strumento (equity, commodities, valute, etc) considerando che macro e micro-economia risultano fortemente compromesse. Vorrei però concentrarmi proprio su quella che considero l’ennesima sciocchezza dei “traders fanfaroni” o dei “fondi senza logica”, ossia cercare “riparo” nell’oro e nel petrolio. Quando si cedono le quote nell’equity si è sempre provato a bilanciare il portafoglio andando su strumenti difensivi come l’oro e il petrolio. Ma un tempo l’oro si trovava sotto ben sotto i 1.000 dollari e poteva avere un senso acquistarne una parte poiché i settori dell’economia comunque non erano in piena sofferenza come oggi. L’inflazione era bassa e consentiva al sistema finanziario di vivere ugualmente, sostenuto da una economia davvero in crescita. Ma nello stato attuale il mondo si trova in piena crisi di sopravvivenza, con tante esposizioni debitorie da parte di imprese e famiglie, e l’oro non è certo un valore circolante e protettivo come un tempo!
Ai valori attuali se fossi in uno Stato con piena autonomia e avessi delle riserve, ne venderei buona parte per coprire i deficit di bilancio. Anche a voler vedere l’oro come mero strumento di tendenza, attualmente non c’è alcun motivo per portarlo su! Ma la spirale speculativa interessa, come logico, pure il petrolio, probabilmente con maggiore “giustificazione” a causa del ritrovato conflitto mediorientale e della possibilità che l’l’Iran entri a pieno titolo in guerra e finisca per subire un embargo. Quanto vale, però, la quota dell’Iran all’interno dei paesi esportatori di petrolio? Una classifica aggiornata fa rientrare l’Iran al 13° posto dei paesi maggiori esportatori.
Capite quindi che è tutta speculazione insensata? Basterebbe considerare la fragile condizione economica mondiale per comprendere come l’embargo dell’Iran (tra l’altro già sostituito dal Venezuela) non possa alimentare alcuna salita dell’oro nero. La prova, infine, dell’irrazionale insensatezza negli acquisti di questi due strumenti è il loro indice di volatilità, aumentato esponenzialmente più di quanto non fosse successo nel periodo del Covid, a dimostrare quanto emotività e paura influiscano nelle logiche degli investimenti e spesso producono, alla fine del ciclo, perdite profonde. Probabilmente c’è un forte desiderio di trovare quei “bulbi di tulipani” olandesi, tanto famosi per l’enorme salita e poi il crollo terrificante che ebbero nel 1600!
L’oro è passato dai 200 dollari circa del 2001 agli attuai 2.000 dollari senza che questo aumento sia giustificabile in nessuna maniera. Come al solito, finirà malissimo. Qualunque forma di speculazione esagerata e insensata (come questa) è destinata a rientrare prima o poi. Stay tuned.