Mentre i rendimenti delle OAT decennali francesi oscillano intorno al 3,69% e lo spread con i Bund tedeschi si mantiene stabilmente sopra i 70 basis points, il report di Deutsche Bank Research mette nero su bianco ciò che gli investitori temono da mesi: la Francia è entrata in una fase di instabilità politica strutturale che sta diventando un fattore di rischio macro-finanziario di prima grandezza.
A poco più di nove mesi dalle presidenziali del 2027, il Rassemblement National di Jordan Bardella e di Marine Le Pen, si candida a diventare la variabile dominante dell’economia francese. Il Parlamento resta frammentato dopo le legislative anticipate del 2024, i governi si susseguono senza maggioranza assoluta e il consolidamento fiscale è di fatto bloccato.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un deficit pubblico che, secondo le ultime proiezioni della Commissione Europea, si attesterà al 5,1% del PIL sia nel 2025 sia nel 2026, per poi risalire al 5,7% nel 2027 in assenza di correzioni. Il debito/PIL, già al 113,2% a fine 2024, è previsto salire al 115,6% nel 2025, al 118,1% nel 2026 e oltre il 120% entro il 2028.
Ecco cosa può accadere ai titoli di Stato
In questo contesto, ogni mossa politica si trasforma immediatamente in una variabile finanziaria. Il mercato obbligazionario francese – le OAT – è diventato il termometro più sensibile dell’umore degli investitori istituzionali globali. Quando Jordan Bardella o i suoi luogotenenti parlano di “preferenza nazionale” nelle politiche sociali, di riduzione drastica del contributo netto della Francia al bilancio dell’Unione Europea (attualmente circa 23,3 miliardi di euro nel 2025) o di revisione della riforma delle pensioni, i rendimenti salgono e lo spread si allarga. Negli ultimi dodici mesi lo spread ha oscillato tra 59 e 85 basis points, segno di un premio di rischio politico ormai stabilmente incorporato nei prezzi.
Il report di Deutsche Bank descrive con precisione questa dinamica di “push and pull”. Da una parte il Rassemblement National spinge con forza verso un’agenda sovranista: taglio dei contributi UE (il contro-budget RN per il 2026 ne prevede una contrazione di circa 8,7 miliardi), introduzione di meccanismi di priorità nazionale negli aiuti sociali, aumento delle spese per famiglie e riduzione dell’IVA su energia e beni essenziali. Dall’altra parte intervengono i vincoli di mercato e istituzionali – regole europee, sorveglianza della Commissione, reazione degli investitori esteri che detengono centinaia di miliardi di OAT – che tirano indietro, limitando la libertà di manovra.
Un bilancio pubblico a rischio
I numeri del contro-budget RN presentato per il 2026 sono ambiziosi: 57 miliardi di euro di tagli alle “cattive spese” (agenzie inutili, aiuti allo sviluppo, politiche migratorie), 31 miliardi di nuove entrate (di cui 12 miliardi da tassazione sulla speculazione finanziaria) e 45 miliardi di riduzione netta delle imposte per famiglie e imprese. L’obiettivo dichiarato è espansivo: più potere d’acquisto, più crescita, meno burocrazia. Ma gli analisti di Deutsche Bank sottolineano le ambiguità residue.
Da un lato Bardella ha intensificato i contatti con il mondo delle imprese – compreso l’incontro con il MEDEF nell’aprile 2026 – per rassicurare su semplificazioni fiscali e tagli agli impôts de production; dall’altro permangono elementi protezionistici e di spesa popolare che, se non compensati da tagli credibili, rischiano di peggiorare il saldo primario.Le conseguenze sul costo del debito sono già visibili.
La spesa per interessi sul debito pubblico francese è destinata a raggiungere il 2,4-2,6% del PIL nel 2026, ovvero circa 73-77 miliardi di euro annui, una cifra che erode progressivamente lo spazio di bilancio disponibile per altre politiche. Le banche francesi, fortemente esposte ai titoli di Stato nazionali, vedono salire i requisiti patrimoniali e i costi di funding proprio mentre l’economia cresce a ritmi anemici: le previsioni per il PIL 2026 si attestano tra lo 0,7% e lo 0,9%, con un’inflazione tra l’1,3% e il 2,4%.
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Un rapporto con l’Ue sempre più incrinato
Il nodo europeo resta il più delicato. Una Francia che riduce unilateralmente il proprio contributo al bilancio UE rischia di innescare una reazione a catena sui fondi strutturali e sulla Politica Agricola Comune, di cui il Paese è tra i maggiori beneficiari. I mercati prezzano questo rischio di frammentazione: uno spread francese strutturalmente più alto potrebbe ripercuotersi sugli altri Paesi periferici, costringendo la Banca Centrale Europea a un esercizio di equilibrismo tra controllo dell’inflazione e prevenzione di nuove crisi di debito sovrano.
Il Rassemblement National parte in posizione di vantaggio nei sondaggi, ma deve ancora completare la transizione da partito di protesta a forza di governo credibile sul piano fiscale. Se non riuscirà a convincere i mercati della sostenibilità del proprio programma, l’instabilità si protrarrà, con deficit alti, debito in crescita e investimenti privati frenati dall’incertezza.