Un’assistente sociale viene licenziata per violazione del codice di condotta aziendale. La sua colpa? Aver fatto giocare i bambini a cowboy e indiani (ma non solo).
Il dibattito sulla cosiddetta cultura woke continua a far discutere, soprattutto negli Stati Uniti dove anche comportamenti apparentemente innocui possono finire al centro di polemiche molto accese.
Lo dimostra il caso di un’assistente sociale che nell’Iowa (negli Stati Uniti appunto) lavorava con bambini affetti da disturbo dello spettro autistico e che ha perso il posto di lavoro dopo aver proposto un gioco molto diffuso tra i più piccoli: “cowboy e indiani”, una sorta del nostro “guardie e ladri”.
Un gioco che richiama inevitabilmente una parte della storia americana, legata alla conquista del West e al rapporto tra coloni europei e popolazioni native. Un passato certamente controverso e spesso tragico, ma che - secondo quanto sostenuto dalla stessa lavoratrice - non era minimamente nelle sue intenzioni evocare o giustificare. Eppure quella che sembrava un’attività spontanea, proposta senza particolari riflessioni, si è trasformata in un caso disciplinare che alla fine le è costato il lavoro, alimentando un acceso dibattito su quanto sia giusto spingersi nella tutela del linguaggio e dei comportamenti.
Ha senso essere così severi in circostanze come queste? Anche ammettendo che il gioco possa essere ritenuto oggi inopportuno o stereotipato, questo basta davvero per definire razzista chi lo propone? Domande che stanno dividendo l’opinione pubblica e che riaccendono il confronto sui confini tra sensibilità culturale e libertà individuale.
Perché l’assistente è stata licenziata
Secondo quanto emerge dai documenti ufficiali, la lavoratrice - impiegata come tecnico comportamentale in una struttura che si occupa di supportare bambini con disturbo dello spettro autistico - era già stata richiamata nei mesi precedenti al licenziamento per alcune attività ritenute inappropriate dal datore di lavoro.
Il primo episodio risale al luglio 2025, quando avrebbe fatto giocare i bambini a “cowboy e indiani”, un’attività che la direzione avrebbe considerato problematica per il possibile richiamo a stereotipi legati ai nativi americani. Un secondo richiamo sarebbe arrivato ad agosto dello stesso anno, questa volta per aver cantato con i minori una filastrocca tradizionale contenente lo stesso riferimento culturale.
La situazione si è poi aggravata nell’ottobre successivo. Durante una conversazione privata con una collega, l’assistente avrebbe utilizzato un termine ritenuto offensivo per descrivere il proprio cane. La segnalazione dell’episodio alla direzione ha portato, nel giro di pochi giorni, al licenziamento per violazione del codice di condotta aziendale, che impone ai dipendenti di mantenere un linguaggio professionale e rispettoso, soprattutto in un contesto educativo e assistenziale.
La lavoratrice ha contestato il provvedimento sostenendo di non aver avuto alcuna intenzione discriminatoria. Tuttavia, nel corso del successivo procedimento per ottenere i sussidi di disoccupazione, il giudice amministrativo ha ritenuto legittima la decisione del datore di lavoro, evidenziando come l’assistente fosse già stata avvertita in precedenza sulla necessità di prestare maggiore attenzione all’uso delle parole e ai comportamenti sul posto di lavoro.
Una decisione esagerata?
Fermo restando che la vicenda meriti di essere approfondita in tutti i suoi aspetti, resta una domanda di fondo: può davvero un semplice gioco, o comunque un’affermazione detta senza pensarci troppo, diventare causa di licenziamento? È evidente che il contesto conti molto e che, soprattutto in un ambiente educativo e assistenziale, sia fondamentale prestare grande attenzione al linguaggio e alle attività proposte ai minori. Nel caso specifico, inoltre, alla lavoratrice era già stato segnalato più volte di adottare maggiore cautela.
Allo stesso tempo, però, decisioni particolarmente severe per comportamenti che possono essere frutto di superficialità o di buona fede rischiano di alimentare un clima di forte contrapposizione culturale. È proprio su questo punto che si concentra una parte delle critiche rivolte alla cosiddetta cultura woke: il timore che l’attenzione - pur legittima - verso inclusione e sensibilità linguistica possa trasformarsi, in alcuni casi, in una rigidità eccessiva, con conseguenze molto pesanti sul piano professionale e personale.
Il confine tra tutela del rispetto e rischio di stigmatizzazione è sottile e continua a dividere l’opinione pubblica. Probabilmente il nodo centrale resta quello dell’equilibrio: promuovere ambienti di lavoro inclusivi e consapevoli senza però rinunciare a valutare caso per caso intenzioni, contesto e proporzionalità delle sanzioni. Una sfida che tuttavia sembra essere destinata a restare al centro del dibattito ancora a lungo.
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