Le banche centrali temono per il futuro delle linee di swap in dollari: l’era post-Powell potrebbe cambiare le regole del gioco globale

Gillian Tett

16 Luglio 2025 - 08:12

L’incertezza sul ruolo futuro della Fed e le spinte isolazioniste USA mettono in allarme Europa e Asia, che valutano piani alternativi per evitare una nuova crisi di liquidità in dollari.

Le banche centrali temono per il futuro delle linee di swap in dollari: l’era post-Powell potrebbe cambiare le regole del gioco globale

Nel 1857 la Banca d’Austria caricò dieci milioni di once d’argento su un treno per inviarle ad Amburgo, salvando le banche della città dal collasso. Tre decenni dopo, durante la crisi di Barings, fu la Francia a rispondere con una nave carica d’oro per aiutare il sistema britannico. Oggi, la storia potrebbe ripetersi sotto nuove forme: non con metalli preziosi, ma con flussi di dollari, la valuta dominante nel sistema finanziario internazionale.

A lanciare l’allarme sono diverse banche centrali in Europa e in Asia, che iniziano a domandarsi cosa accadrà quando Jay Powell lascerà la guida della Federal Reserve nel 2026. Al centro della questione ci sono le linee di swap in dollari, strumenti vitali per fornire liquidità in dollari a istituzioni non americane nei momenti di crisi finanziaria, come avvenuto nel 2008, durante la crisi dell’eurozona, e nel 2020 con la pandemia.

Queste linee di swap hanno rappresentato un ancora di salvezza per il sistema bancario globale, garantendo accesso diretto a dollari in momenti di stress di mercato. Ma con il crescente clima di nazionalismo economico negli Stati Uniti, e la prospettiva di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il loro futuro non appare più così scontato.

Il vicepresidente JD Vance ha dichiarato di “odiare salvare l’Europa”, mentre la stessa Casa Bianca rivede intese anche con partner storici come Regno Unito e Australia. In questo contesto, la Fed – che mantiene accordi permanenti con le banche centrali di Eurozona, Canada, Regno Unito, Giappone e Svizzera – potrebbe trovarsi sotto pressione politica o legislativa.

Il timore è che le linee temporanee, attivate in passato per paesi come Australia, Brasile o Danimarca, possano non essere ripristinate in futuro, o che vi siano richieste politiche in cambio. La possibilità che la politica monetaria venga influenzata da scelte di geopolitica – come la questione della Groenlandia, già oggetto di tensioni – preoccupa gli operatori.

Alcuni suggeriscono la creazione di un patto multilaterale tra 14 banche centrali, coordinato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, per condividere i circa 1.900 miliardi di dollari in riserve e garantire liquidità senza dipendere dalla Fed. Nessuna adesione ufficiale, ma l’interesse cresce, insieme a una corsa all’oro e alla firma di nuovi swap con la Cina da parte di economie più piccole.

Nel dibattito emerge anche la trappola di Kindleberger, secondo cui il sistema finanziario globale rischia il caos quando una potenza dominante perde la volontà o la capacità di sostenere una valuta di riserva, e nessun altro attore è pronto a subentrare. È quanto avvenne con la sterlina nel periodo tra le due guerre mondiali, prima dell’ascesa definitiva del dollaro.

Oggi non siamo ancora a quel punto, ma il segnale è chiaro: senza un chiaro sostegno politico alle linee di swap in dollari, l’intero sistema potrebbe entrare in fase di tensione. L’auspicio è che Scott Bessent, il nuovo segretario al Tesoro e appassionato di storia finanziaria, comprenda la posta in gioco. In caso contrario, il mondo potrebbe davvero tornare a correre verso l’oro.

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