Lavoro autonomo o dipendente: pro e contro

Maria Stella Rombolà

28 Maggio 2018 - 15:26

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Oggi è sempre più importante avere le idee chiare sul mondo del lavoro. Quella tra lavoro autonomo e lavoro dipendente è la prima scelta da fare, ma per compierla in modo consapevole è bene valutare i pro e i contro.

Lavoro autonomo o dipendente: pro e contro

In un mondo del lavoro complesso e in cambiamento, come quello di oggi, è importante essere consapevoli di tutte le strade percorribili e valutare tutti i pro e contro della propria scelta. L’importante è scegliere informati e consapevoli.

La prima scelta da fare è quella tra lavoro autonomo e lavoro dipendente.

Innanzitutto è bene sottolineare che non esiste una scelta migliore a priori: ci sono persone più portate per lavorare in proprio e altre che hanno una personalità più consona al lavoro dipendente.

Ci sono però delle caratteristiche oggettive che differenziano i due tipi di approccio al lavoro: durata della giornata lavorativa, luogo fisico di lavoro con i relativi spostamenti, diritti del lavoratore, versamento delle tasse e dei contributi.

Sarà utile quindi fare chiarezza su tutti questi punti per avere un quadro completo, così da non affidarsi al caso o alle credenze comuni su un argomento di tale rilevanza nella vita di ognuno.

La stabilità lavorativa

Il primo vantaggio che salta all’occhio quando si parla di lavoro dipendente è senza dubbio la sicurezza di percepire uno stipendio.

L’azienda, infatti, si impegna a pagare lo stipendio del proprio dipendente ogni mese e tutti i contributi pensionistici e gli oneri necessari. Inoltre quasi tutte le categorie hanno diritto alla tredicesima e, in alcuni casi, anche alla quattordicesima.

Inoltre, ogni dipendente avrà maturato, al termine del contratto, una somma di denaro definita Trattamento di Fine Rapporto, della quale è possibile usufruire anche nel corso degli anni. Per quanto riguarda il lavoratore indipendente invece da questo punto di vista i vantaggi sono pochi.

Deve fare tutto da solo, dal pagamento dei contributi alla gestione dei soldi. Senza dimenticare ferie non pagate e nessuna tredicesima.

Orari più flessibili

Altro punto dolente della questione è quello che riguarda il monte ore lavorativo. La maggior parte dei dipendenti lavora 40 ore settimanali che spesso, fra straordinari e reperibilità costante, diventano molte di più.

Il libero professionista, da questo punto di vista ha una maggiore flessibilità, riuscendo più facilmente a gestire i propri impegni.

Questo non vuol dire certo che non abbia anche lui i suoi orari: le scadenze esistono anche per lui e i clienti non possono aspettare. Infatti, come rilevano i dati del Payoneer Freelancer Income Survey, quasi la metà dei liberi professionisti lavora da 30 a 50 ore a settimana.

Essere parte di un gruppo

Un altro aspetto da non sottovalutare è quello dei rapporti con i colleghi e le dinamiche di azienda che generano spesso tensioni quotidiane influendo non poco sulla vita del dipendente.

Il lavoratore autonomo è estraneo a ciò, ma questo non sempre rappresenta un aspetto positivo. Si parla infatti della “solitudine del freelance”.

Quando si entra in una società, in automatico, si diventa anche parte di una rete sociale, all’interno della quale è possibile creare rapporti, partecipare a eventi sociali e di formazione, che rendono dinamico il lavoro del dipendente.

Motivazione e routine

Nel lavoro dipendente poi c’è anche una certa routine nella giornata lavorativa: si svolge la stessa mansione per diversi anni consecutivi, nel medesimo ufficio, spesso con le stesse persone.

Questo aspetto, se da una parte può rappresentare un vantaggio nel regolarizzare le attività quotidiane, dall’altro può essere un motivo di appiattimento e monotonia.

Il freelance invece si automotiva, organizzando la propria giornata, creando in qualche modo da zero il proprio lavoro e ponendosi sempre nuovi obiettivi.

Tassazione differente

Entrambi i lavoratori, che siano o meno autonomi, sono soggetti all’obbligo del versamento delle tasse. Basta prendere in mano la busta paga di un lavoratore dipendente per accorgersi di quanto viene decurtato in tasse e contributi dal suo stipendio.

La differenza tra retribuzione effettiva del lavoro e costo (il cosiddetto cuneo fiscale) è, infatti, molto elevata in Italia.

Ma anche i costi relativi all’apertura di una Partita Iva e al suo mantenimento non sono certo irrisori.

Aprire una partita IVA non costa nulla, ma vi sono da considerare le spese di mantenimento, che possono esser anche sostanziose.

Chi deve iscrivere una ditta alla Camera di Commercio, pagherà una quota di circa 80-100 euro l’anno; a questo va aggiunto il costo del commercialista che ammonta approssimativamente a circa 1.000 euro l’anno e i contributi INPS. Infine al totale bisogna aggiungere il pagamento delle imposte Irpef e Irap, calcolate rispettivamente sul reddito e sul valore aggiunto prodotto.

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