Le turbolenze bancarie di marzo, anche se stanno rientrando leggermente in questa prima settimana di aprile, fanno tornare i timori di recessione a livello globale.
I fallimenti delle banche statunitensi Silicon Valley Bank (SVB) e Signature Bank, seguiti dal salvataggio di Credit Suisse e le conseguenti turbolenze sui mercati mondiali hanno riacceso i rischi di recessione che sembravano essersi attenuati fino alla fine di febbraio.
La crisi finanziaria arriva dalle banche
Le banche ora avranno bisogno di non aumentare troppo gli impieghi se non possono facilmente aumentare la loro dotazione patrimoniale emettendo nuovi bond AT1. Al momento, infatti, emettere nuovi prestiti Tier1 perpetual costerebbe troppo per le banche emittenti. Ogni aumento degli impieghi, secondo le regole di Basilea III del 2010, si “paga” con più capitale, e se non si possono fare aumenti di capitale o emettere nuovi prestiti perpetui co.co. bonds perché le condizioni di mercato non te lo permettono allora si “stringe” la cinghia dei prestiti.
Il rapporto patrimonio netto/totale attività ponderate per il rischio deve sempre rimanere su livelli “rassicuranti”, altrimenti in sede di effettuazione di uno stress test da parte BCE possono giungere degli inviti nemmeno tanto gentili dalle autorità di vigilanza (leggi EBA, l’European Banking Authority) a ripristinare il corretto livello di patrimonializzazione.
Se le banche non possono rimpolpare il numeratore del rapporto di cui sopra, dovranno diminuire il denominatore, cioè i rischi sul mercato, cioè i prestiti all’economia. Dal punto di vista della politica monetaria, gli operatori scommettono che la Federal Reserve abbia praticamente finito di aumentare i tassi di interesse. Intanto l’ottimismo che ha seguito la riapertura dell’economia cinese e il crollo dei prezzi dell’energia all’inizio dell’anno si sono affievoliti.
L’implicazione più grande, a medio termine, di quanto accaduto nel mese di marzo è che la crescita globale sarà più debole tra sei mesi rispetto a quanto pensavamo anche solo poche settimane fa, proprio per effetto di una aumentata “ritrosia” delle banche a prestare soldi all’economia reale.
Questo è sicuramente ancor più vero per le banche regionali USA, che saranno sottoposte in corso d’anno a nuove regole più stringenti per quanto riguarda la composizione dell’attivo di bilancio e ad una più accurata gestione della duration integrata tra attivo e passivo. Si teme quindi una maggior prudenza delle banche americane a prestare i soldi.
Più in generale, i banchieri centrali stanno monitorando attentamente la possibilità che lo stress bancario, in aggiunta alle condizioni di prestito già inasprite dai rialzi dei tassi ufficiali, possa innescare una contrazione del credito.
I fallimenti delle banche hanno lo stesso effetto dell’aumento dei tassi Fed
Alcuni centri di ricerca si sono sbizzarriti nel calcolare che le alterne vicende di Credit Suisse, della SVB e della Signature Bank valgano come un rialzo di 50bps nella struttura dei tassi interbancari, sia a livello USA che a livello europeo.
Il capo della Fed Jerome Powell, nella sua recente audizione al Senato USA, ha dichiarato che le condizioni finanziarie si sono probabilmente inasprite più di quanto provocato, fino a fine febbraio, dalle misure tradizionali di politica monetaria. Anche il capo della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha affermato che le turbolenze dei mercati potrebbero contribuire a combattere l’inflazione. Proprio per effetto di un aumento delle probabilità di recessione in zona euro.
Per esempio, Goldman Sachs ritiene che l’inasprimento degli standard di prestito bancario previsto potrebbe sottrarre almeno 0,25-0,5 punti percentuali alla crescita economica statunitense del 2023, pari all’impatto di altri 25-50 punti base di rialzo dei tassi della Fed. Il capo economista di AXA Investment Managers, Gilles Moec, ha osservato che le banche statunitensi, piccole e grandi, hanno contratto prestiti e conservato liquidità, citando i dati della Fed che mostrano le posizioni attive e passive delle banche al 15 marzo 2023.
Di fatto, ogni banca, se conserva più liquidità in bilancio per far fronte a richieste di prelievo dei depositanti, dovrà inevitabilmente ridurre la quota di raccolta destinata a finanziare gli impieghi.
Perché una recessione è sempre più certa
C’è il rischio quindi che entro l’estate 2023 i problemi bancari in corso inneschino un «arresto improvviso» dei prestiti che porterebbe l’economia a una recessione che andrebbe al di là di quanto era strettamente necessario per contenere la sola inflazione.
La diminuzione della liquidità in circolazione è quindi destinata a peggiorare ulteriormente.
Se osserviamo qui sotto nel grafico Bloomberg l’andamento del tasso di crescita annuale di M2 (una variabile della moneta in circolazione fatta da depositi presso le banche e fondi monetari con asset entro i 12 mesi, come spiega la stessa Fed) possiamo notare che l’inasprimento della politica monetaria della Fed aveva già prodotto a partire dal febbraio 2021 un calo del ritmo di crescita annuale della moneta su base nazionale.
L’ultimo dato al 28 febbraio segnala addirittura un tasso di crescita negativo del -2,4%. E non comprende ancora i dati di marzo, dopo il fallimento della SVB e della Signature Bank. Dopo il mese appena trascorso ci aspettiamo un crollo ulteriore della moneta in circolazione attorno al -3%.
TASSO DI CRESCITA ANNUALIZZATO DI M2 DAL 2017 AL 28.2.2023 NEGLI USA
FONTE: ELABORAZIONE BLOOMBERG SU DATA BASE FEDERAL RESERVE
Concludendo, se fino alla fine di febbraio c’erano dubbi e perplessità sul fatto che gli USA potessero cadere in recessione (i dati macroeconomici sono stati fino ad ora sorprendentemente forti, nonostante la politica monetaria della Fed molto aggressiva), ciò che è accaduto a marzo e le misure che verranno intraprese dalle banche regionali USA da fine marzo (volte a predisporre una più ampia base di liquidità per far fronte alla fuga dei depositanti verso i titoli di Stato e i fondi monetari), porterà ad una recessione negli USA, quasi sicuramente nella seconda metà del 2023. Il segnale di una recessione in arrivo è testimoniato dal prosciugamento della liquidità in circolazione. La M2 su base assoluta negli USA si situava a 21,7 trilioni di dollari a giugno 2022, mentre a fine febbraio 2023 è già scesa poco al di sotto dei 21 trilioni di dollari. Quando avremo i dati di fine marzo 2023, mi aspetto una M2 in stock assoluto aggirasi sui 20,7/20,8 trilioni di dollari. Forse sarà una recessione lieve perché accompagnata dallo stop della Fed al rialzo dei tassi, ma pur sempre recessione sarà.
Per il mondo obbligazionario, tutta la curva dei rendimenti USA quindi è destinata a scendere di almeno 30bps -50bps rispetto ai livelli attuali nella seconda metà del 2023 e conseguentemente il dollaro potrebbe anche indebolirsi fino in area 1,12 -1,14 contro l’euro. E non si può nemmeno escludere che la stessa recessione (e la discesa dei tassi di mercato obbligazionario) possa accadere anche nell’area euro, data la forte dipendenza dell’economia europea dall’export verso l’area statunitense.