La guerra di Trump contro gli arbitraggi fiscali e finanziari che hanno plasmato l’economia globale

Redazione Money Premium

22/06/2025

La strategia “America First” punta a riportare le fabbriche negli USA e smantellare catene globali, ma la vera battaglia è contro l’arbitraggio fiscale che ha gonfiato i profitti offshore.

La guerra di Trump contro gli arbitraggi fiscali e finanziari che hanno plasmato l’economia globale

Negli ultimi decenni, la globalizzazione ha ridisegnato profondamente l’economia mondiale, dando vita a un sistema complesso di catene di approvvigionamento internazionali, ma anche a sofisticati meccanismi di arbitraggio fiscale, arbitraggio regolatorio e arbitraggio finanziario. La politica “America First” dell’amministrazione Trump ha l’obiettivo dichiarato di invertire questo corso, riportando le fabbriche in patria e ponendo fine a un’era di delocalizzazioni che, secondo il presidente, ha svuotato il settore manifatturiero americano.

Il segnale più evidente sono le minacce di dazi punitivi, come il 25% su Apple se non producesse iPhone negli USA, o l’aumento al 50% delle tariffe su acciaio e alluminio importati. Ma il vero terreno di scontro va ben oltre il commercio delle merci: riguarda le vaste reti di arbitraggio che le multinazionali americane hanno costruito per ottimizzare tasse, regolamentazioni e finanziamenti.

Un esempio lampante riguarda la fuga di profitti verso paradisi fiscali come Bermuda, Cayman, Irlanda e Lussemburgo, dove multinazionali – soprattutto nel settore Big Pharma – dichiarano redditi enormemente superiori a quelli ottenuti negli USA, grazie a tassazioni estremamente ridotte. Brad Setser del Council on Foreign Relations ha documentato come, nel 2024, le società USA abbiano registrato 300 miliardi di dollari di utili in queste sette giurisdizioni a basso regime fiscale, sei volte superiori a quelli in sette delle principali economie mondiali.

Questa “epidemia di arbitraggio” ha gonfiato i margini di profitto delle aziende, ma a scapito dei contribuenti americani e dei lavoratori lasciati indietro dalla delocalizzazione produttiva. La riforma fiscale del 2017, pensata per correggere queste distorsioni, ha invece creato ulteriori scappatoie, tanto che alcuni l’hanno ironicamente ribattezzata “Tax Cuts and Irish Jobs Act”.

Anche il settore finanziario ha adottato strategie analoghe. Per esempio, gli assicuratori statunitensi stanno spostando riserve per oltre 600 miliardi di dollari in paradisi come Bermuda, con regolamenti più permissivi, liberando capitale e aumentando i profitti. Questo fenomeno ha favorito anche giganti del credito privato come Apollo Global Management e KKR, che hanno acquisito operazioni offshore per alimentare la loro crescita.

Se l’amministrazione Trump decidesse di intervenire anche su questi arbitraggi fiscali e regolatori, gli investitori potrebbero vedere un drastico ridimensionamento dei margini di Big Pharma e un aumento dei costi di finanziamento per il credito privato. Potrebbe anche innescare un movimento opposto ai flussi verso i paradisi fiscali, con conseguenze importanti per questi mercati.

L’ultima frontiera riguarda il sistema finanziario globale basato sul dollaro USA e sulla vasta emissione di debito pubblico americano, che alimenta un meccanismo di credito internazionale da decine di trilioni di dollari. Mentre molti considerano questo un “privilegio esorbitante” per gli USA, l’amministrazione Trump lo vede come un fardello insostenibile. La proposta di tassare gli investitori esteri in titoli americani, inclusa nella recente legge fiscale, potrebbe trasformare la guerra commerciale in una battaglia anche sui flussi di capitale.

Il rischio per gli investitori è quindi enorme: la volontà di Trump di smantellare le infrastrutture finanziarie e fiscali della globalizzazione potrebbe provocare turbolenze senza precedenti, colpendo non solo paradisi fiscali come Irlanda e Bermuda, ma anche Washington stessa.