Il mercato dei cambi ha assistito a una mossa che ha riportato la memoria indietro di quasi trent’anni. Gli Stati Uniti e il Giappone hanno coordinato un intervento congiunto per sostenere lo yen, la prima operazione di questo tipo dal 1998.
Al centro di questa decisione non c’è un burocrate tradizionale del Tesoro, ma Scott Bessent, segretario al Tesoro dell’amministrazione Donald Trump e, in una vita precedente, uno dei trader macro più noti di Wall Street, cresciuto nella scuola di George Soros.
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L’intervento sullo yen
Bessent ha portato al Dipartimento del Tesoro lo stesso istinto che gli aveva permesso di guadagnare un miliardo di dollari scommettendo contro le valute. Invece di limitarsi ai canali discreti e formali tipici della diplomazia monetaria, ha scelto di muovere i mercati con segnali deliberati. Durante una riunione di gabinetto a Camp David, a fine luglio, ha lasciato ben visibile sul tavolo un blocco notes con la scritta «To Do: Buy Japanese Yen (JPY) $5-10 bil». La fotografia, scattata alle spalle del segretario, è circolata rapidamente e ha anticipato di poche ore l’intervento vero e proprio. Non si è trattato di una svista, ma di una tecnica classica da hedge fund: far filtrare l’intenzione per orientare le aspettative prima ancora di agire.
L’intervento coordinato con Tokyo ha invertito, almeno temporaneamente, mesi di deprezzamento dello yen, che aveva toccato i minimi da quarant’anni contro il dollaro. Bessent non si è limitato all’acquisto diretto di yen. Ha attinto a strumenti poco convenzionali per un Tesoro americano: ha venduto euro dalle riserve ufficiali per finanziare gli acquisti di yen, definendola una semplice riallocazione di risorse, e ha spinto affinché il Giappone utilizzasse e possibilmente ampliasse la Foreign and International Monetary Authorities Repo Facility della Federal Reserve. Questo meccanismo, creato durante la pandemia, consente alle autorità giapponesi di ottenere dollari impegnando titoli del Tesoro americano senza doverli vendere sul mercato, evitando così pressioni al rialzo sui rendimenti dei bond USA.
La valenza geopolitica del piano di Bessent
La logica che Bessent ha esposto in interviste successive è chiara e geopolitica. Uno yen troppo debole rischia di innescare svalutazioni competitive in Asia, con effetti a catena sul won sudcoreano e, potenzialmente, sullo yuan. Il segretario ha richiamato esplicitamente le lezioni della crisi finanziaria asiatica della fine degli anni Novanta, quando un yen eccessivamente debole aveva contribuito a destabilizzare l’intera regione. Stabilizzare la valuta giapponese, ha ripetuto, non è solo un favore a un alleato, ma un interesse diretto degli Stati Uniti. «Faremo tutto il necessario», ha dichiarato, «in un modo che aiuti l’economia americana e i contribuenti americani».
Dietro la mossa tecnica c’è anche un ricalcolo strategico dei rapporti con Tokyo. Il governo di Sanae Takaichi e il ministro delle Finanze Satsuki Katayama sono stati pubblicamente sostenuti, mentre Bessent ha lasciato intendere di attendersi passi ulteriori dalla Bank of Japan guidata da Kazuo Ueda, che conosce da quindici anni. L’intervento, secondo il segretario, deve essere accompagnato da politiche monetarie e fondamentali che riportino lo yen verso un equilibrio più sostenibile. In questo senso l’operazione non è solo difensiva: diventa uno strumento di pressione indiretta su tassi e bilancia commerciale, coerente con l’approccio più assertivo dell’amministrazione Trump verso i partner commerciali.
Altri interventi in arrivo?
Ciò che emerge con maggiore forza è il cambiamento di stile. I predecessori di Bessent al Tesoro tendono a muoversi con grande cautela, temendo di essere accusati di manipolazione valutaria o di interferenza. Bessent, al contrario, tratta la politica monetaria internazionale come un’operazione macro: legge i flussi, anticipa le reazioni di mercato, usa la comunicazione come leva e inquadra ogni mossa all’interno di una più ampia statecraft economica. Il salvataggio dello yen diventa così il primo caso di scuola di questa nuova impostazione, un laboratorio in cui gli istinti da trader vengono applicati alla gestione delle riserve e delle alleanze.
Finora lo yen resta sotto pressione e Bessent non esclude ulteriori interventi congiunti. Il messaggio inviato ai mercati è netto: il Dipartimento del Tesoro americano non è più soltanto un’istituzione di sorveglianza passiva, ma un attore disposto a entrare in campo con gli stessi strumenti e la stessa mentalità che un tempo servivano a far crollare una valuta, e che oggi vengono impiegati per tentare di salvarne una. La differenza, questa volta, è che chi dirige l’operazione siede dalla parte del governo e non più dietro uno schermo di trading.