Dietro il boom della difesa degli ultimi mesi c’è stato tanto entusiasmo, forse troppo? Azioni come Leonardo, Rheinmetall, Lockheed Martin e altri colossi del comparto hanno catturato fiumi di capitale e attenzioni, ma su cosa? Su aspettative. Aspettative di crescita degli utili per azione (EPS) sostenute dall’aumento della spesa pubblica militare, dai conflitti, dall’instabilità geopolitica.
Ma cosa accade se, con Trump e la sua politica commerciale aggressiva, queste aspettative si rivelano eccessive o non realizzabili? Il rischio è di assistere a una mean reversion, un ritorno verso la media che nel linguaggio dei mercati significa: una sgonfiata potenzialmente dolorosa.
Trump, Cina e il nuovo “far west” delle materie prime
L’attuale scenario geopolitico assomiglia a un braccio di ferro tra superpotenze. Trump ha intensificato i dazi, non solo contro la Cina ma anche verso chiunque minacci la supremazia industriale americana. Pechino, da parte sua, ha limitato l’esportazione di terre rare, materiali fondamentali per l’industria militare e tecnologica.
Il risultato? Un nuovo “stallo in stile Far West”: nessuno arretra, ma intanto i mercati tremano.
Dietro la narrazione dei “nuovi ordini miliardari” per il settore difesa, si nasconde infatti una verità più complessa. Le aziende occidentali del comparto, da Leonardo a BAE Systems, dipendono da una catena di approvvigionamento globale. Le componenti elettroniche, i metalli rari, persino alcuni semiconduttori militari potrebbero provenire (direttamente o indirettamente) dalla Cina.
Un inasprimento della guerra commerciale non è quindi un fattore del tutto neutro. Potrebbe provocare un aumento dei costi di produzione, ritardi nelle consegne, compressione dei margini e, in ultima analisi, una riduzione delle aspettative sugli EPS.
Ecco il paradosso.
Valutazioni ai massimi: un comparto che scotta
Per capire quanto il comparto sia diventato “caro”, basta guardare i numeri. Leonardo (LDO) tratta intorno a un P/E di 30x, un valore anomalo per un’azienda industriale. È come se il mercato stesse prezzando non solo la crescita futura, ma anche quella successiva, e forse quella ancora dopo.
Negli ultimi mesi, le aspettative hanno tirato troppo la corda? Le azioni della difesa hanno corso spinte più dal sentiment che dai fondamentali. Quando Trump ha annunciato nuovi dazi, Leonardo è crollata del 4% in un solo giorno, un movimento che non si spiega solo con la notizia, ma con la fragilità delle aspettative incorporate nei prezzi.
Se la guerra commerciale dovesse realmente rallentare la produzione o aumentare i costi di input, il mercato dovrà ricalibrare le valutazioni del settore (attenzione non significa necessariamente anche quelle di LDO). E in quel caso, la mean reversion non sarà un concetto accademico, ma un rischio concreto di repricing.
Il mito della spesa pubblica illimitata
Uno degli argomenti più utilizzati per giustificare il rally del comparto è l’aumento della spesa pubblica militare.
A partire dalla Germania, molti governi hanno annunciato piani ambiziosi per allargare la spesa in armamenti.
Tuttavia, le tempistiche e la reale disponibilità di fondi sono tutt’altro che certe.
In Europa, i vincoli fiscali e le regole di bilancio tornano a pesare, mentre negli USA il deficit federale sfiora livelli da record. Anche in un contesto di politiche espansive, la sostenibilità della spesa è un tema.
Il rischio è che i mercati abbiano già scontato nel prezzo anni di crescita che potrebbero non concretizzarsi.
In altre parole: il mercato tratta come se i bilanci pubblici fossero illimitati, ma la realtà macroeconomica, fatta di inflazione, debito e deficit, racconta allo stesso tempo un’altra storia.
L’effetto Trump: da catalizzatore a zavorra?
Quando Trump parla, i mercati reagiscono, anche quello della difesa. Per fare un punto della situazione, possiamo dire che, le instabilità geopolitiche che crea potrebbero portare un effetto:
- positivo, se si considera la maggiore domanda di sicurezza e protezione industriale nazionale;
- negativo, se si valuta l’effetto sui costi e sull’interdipendenza delle filiere.
Il paradosso è che Trump, il presidente considerato “amico della difesa”, potrebbe diventare il principale ostacolo per i margini di profitto delle aziende del comparto.
Un contesto simile potrebbe spingere gli investitori istituzionali a riconsiderare il rapporto rischio/rendimento del comparto, soprattutto se i tassi restano alti e il settore obbligazionario torna competitivo.
Tra hype, geopolitica e realtà dei numeri
Il boom della difesa non è una bolla nel senso classico del termine, ma un eccesso di aspettative, questo potrebbe essere.
Non significa che il settore sia “finito” o che non abbia potenziale: al contrario, molti contratti sono pluriennali, i flussi di cassa stabili, e l’espansione della spesa militare è reale. Attenzione: il settore è sano, non in bolla nel vero senso della parola.
Tuttavia, il mix tra guerra commerciale, materie prime critiche e valutazioni estreme rende il comparto più fragile di quanto sembri.
In sintesi: non è detto che la crescita finisca, ma la traiettoria rialzista sarà davvero sempre così facile?
Chi investe nella difesa oggi non deve farsi prendere dalla FOMO, ma comprendere che in un mondo dove le guerre economiche contano più di quelle sul campo, anche i vincitori possono perdere terreno.