L’Ucraina è il nuovo Vietnam. Perché in mezzo al guado l’Europa resterà sola?

Guido Salerno Aletta

05/12/2025

Il mondo si avvia irrimediabilmente ad essere multipolare. Questa è la sfida della complessità e dell’equilibrio in cui l’Unione europea deve cercare un futuro.

L’Ucraina è il nuovo Vietnam. Perché in mezzo al guado l’Europa resterà sola?

La Storia non si ripete. Ma il tentativo di comprendere ció che accade oggi non puó fare a meno di analizzare i termini del confronto che è avvenuto negli scorsi decenni tra le Grandi Potenze del nostro tempo, Usa, Russia e Cina, e di cui abbiamo memoria piena perché lo abbiamo vissuto.

C’è un dato di partenza, fondamentale: la guerra in Ucraina, ed il sostegno variamente apprestato negli anni dagli Usa al governo di Kiev, non è assolutamente paragonabile a quanto è accaduto in Afganistan, oppure in Iraq, oppure ancora in altre aree in cui l’America è intervenuta militarmente: si tratta di un confronto diretto tra Washington e Mosca, di un conflitto strategico tra due Grandi Potenze che si gioca su un terreno terzo, Ucraina, in cui si determina la sfera di influenza reciproca.

E’ indubbio che Washington abbia cercato di evitare la tendenza di riavvicinamento alla Russia da pare della Ucraina, sostenendo politicamente e finanziariamente attraverso il FMI i governi dichiaratamente filoccidentali, e che Bruxelles abbia fatto altrettanto per renderne possibile il processo di adesione all’Unione Europea. Ed è altrettanto indubbio che Mosca abbia dichiarato apertamente che l’estensione ai suoi diretti confini dell’Alleanza Atlantica confliggeva con i suoi interessi di sicurezza. Tra l’altro, la questione della Crimea giocava un ruolo determinante, per via della base navale militare russa basata a Sebastopoli che costituisce dai tempi dell’Impero zarista la porta di accesso al Mar Nero e di qui al Mediterraneo: perderla, o vederne ridotta in qualunque modo la disponibilità, avrebbe rappresentato un vulnus inaccettabile.

Torniamo indietro, a questo punto, alla guerra del Vietnam, un Paese che si configura come una penisola che confina a Nord direttamente la Cina, esattamente come la penisola di Corea: in entrambi questi due Paesi c’è stato sin dai primi anni Cinquanta un intervento militare americano volto a limitare l’influenza di Pechino, ed in particolare quello della Cina comunista che nel 1949 aveva sconfitto Chiang Kai-shek, il Presidente della Repubblica di Cina che era l’alleato degli Usa nel conflitto contro il Giappone, e che era stato costretto a rifugiarsi sotto protezione statunitense nell’isola di Taiwan.

Per quanto il conflitto in Vietnam abbia avuto una caratteristica peculiare, quello di essere una “guerra rivoluzionaria” per via del comportamento della popolazione civile che combatteva nelle forme più diverse e dirette la presenza militare americana, non c’è dubbio che, come nel precedente caso della Corea, si sia trattato di un conflitto militare e geopolitico tra Washington e Pechino.

La costituzione del Vietnam del Nord autonomo, con capitale Hanoi, era stato il primo passo di una pesante sconfitta strategica: Saigon resisteva a mala pena per l’infiltrazione di guerriglieri, i viet-cong, ed il conflitto non si concluse con un congelamento di fatto della linea di demarcazione tra i due eserciti come era successo in Corea, ma con la decisione di Richard Nixon di negoziare la ritirata americana, “una pace con onore”, direttamente con Mao Tse-tung. Il Presidente americano si trovava in una situazione particolarmente complessa, con l’economia in difficoltà ed il dollaro sotto attacco da parte della speculazione valutaria: il 15 agosto 1971 dovette dichiarare il ritiro unilaterale dagli impegni assunti a Bretton Woods in ordine alla conversione internazionale del dollaro in oro, e non poteva sostenere il prolungarsi dell’enorme costo economico di una guerra che era devastante anche sotto il profilo sociale, per via dei disordini nelle università organizzati dagli studenti che erano costretti dalla leva obbligatoria a partire per il Vietnam e combattere.

La decisione di Nixon di ritirare le truppe americane dal Vietnam segnava una svolta geopolitica fino ad allora inimmaginabile: se, per un verso, anticipando la pragmaticità di Deng Xiao-ping, si apriva alla Cina la prospettiva di una crescita economica di stampo capitalistico, pur senza mettere in discussione il ruolo del Partito comunista, gli Usa potevano liberarsi da un conflitto che la logorava sotto ogni punto di vista e potevano concentrarsi sullo scontro nei confronti dell’URSS che invece rimaneva inchiodata al capitalismo di Stato di matrice stalinista, stravolto dalle riforme di Krushev ed in particolare da quella monetaria e valutaria del 1961. Una strategia perseguita con successo dal suo successore Ronald Reagan, che riprese le redini dopo il tracollo in Iran subito da Carter: finalmente, nel 1989 cadde il Muro di Berlino e nel 1991 l’URSS venne disciolta.

Nel suo secondo mandato, all’inizio del 2025, Trump ha trovato l’America in condizioni assai simili a quelle che Nixon dovette affrontare nel 1971. Innanzitutto, la guerra in Ucraina, che è assai costosa per via dei consistenti aiuti finanziari e di armi fatti pervenire a Kiev, anche se sono state risparmiate le pesanti perdite di militari americani che ci furono in Vietnam. In secondo luogo, Trump deve cercare di riequilibrare in ogni modo il saldo commerciale strutturalmente in rosso per circa mille miliardi di dollari l’anno, e di fronteggiare la dinamica del debito federale che cresce ad un ritmo superiore alla dinamica economica nominale. In terzo luogo, per Trump la Cina rappresenta un competitor geoeconomico e geopolitico pericolosissimo, in grado di contendere il primato americano sotto il profilo economico e tecnologico, esattamente come lo era l’URSS, sotto il profilo militare e delle alleanze internazionali, ai tempi di Nixon.

Trump ha deciso di ridurre gli aiuti all’Ucraina, scaricandone l’onere sulla Nato e sull’Europa, e vuole anche offrire a Mosca una condizione di agibilità strategica ed economica che non la costringa ad essere un partner obbligato di Pechino. L’offerta fatta a Putin, di un potenziale ritorno della Russia nel formato a “G8”, rappresenta il completo ribaltamento della politica seguita dai suoi predecessori democratici, un ritorno al clima di Pratica di Mare del 2003. Di converso, l’ipotesi di utilizzare di concerto una quota pari alla metà delle somme congelate dagli Occidentali degli asset sovrani russi rappresenta una apertura ulteriore alla cooperazione tra Washington e Mosca. Il ritiro, appena annunciato, delle sanzioni nei confronti della Lukoil è la più chiara dimostrazione di questo intento.

Trump sa bene che quanto sia difficile tornare indietro rispetto alla politica dei suoi predecessori democratici, che miravano ad isolare sia la Russia che la Cina sui due versanti dell’Atlantico e del Pacifico ipotizzando due Trattati di liberalizzazione paralleli il TPP ed il TTIP, che hanno indotto Mosca e Pechino ad intensificare le relazioni reciproche, fino a rendersi protagoniste del Gruppo BRICS.

L’Europa è rimasta sola nel sostenere fermamente Kiev, nel chiedere solo un “cessate il fuoco” in vista di colloqui di pace che non prevedano alcuna cessione di territori e tantomeno il diniego di accesso della Ucraina alla Nato. L’allineamento con gli Usa era stato perfetto nel tenere alto il livello dello scontro con la Russia fintanto che alla Presidenza c’era stato Joe Biden: è l’America che, ancora una volta, ha cambiato strategia.

La Storia non si ripete: il mondo si avvia irrimediabilmente ad essere multipolare. Questa è la sfida della complessità e dell’equilibrio in cui l’Unione europea deve cercare un futuro.