L’onda lunga dell’intelligenza artificiale e i rischi nascosti della crescita infinita

Redazione Money Premium

7 Gennaio 2026 - 07:50

La nuova economia dell’AI tra crescita esplosiva, concentrazione del potere e tensioni sistemiche che potrebbero mettere alla prova i mercati globali

L’onda lunga dell’intelligenza artificiale e i rischi nascosti della crescita infinita

Il 2025 ha sancito definitivamente un punto di non ritorno per l’intelligenza artificiale. Non si tratta più di una tecnologia emergente, ma di un’infrastruttura portante dell’economia globale.

L’ondata di cambiamento è tutt’altro che esaurita e sta anzi accelerando, con effetti sempre più profondi su finanza, industria e geopolitica tecnologica.

A sorprendere non è tanto l’adozione dell’AI da parte degli utenti finali, quanto la sproporzione tra chi costruisce l’ecosistema e chi lo utilizza. La vera crescita del 2025 è avvenuta a monte: data center, chip avanzati, reti energetiche e infrastrutture di calcolo su scala mai vista.
Le stime di spesa sono state riviste più volte nel corso dell’anno. Morgan Stanley è passata da una previsione di crescita del 20-25% a quasi il 70%, con investimenti che potrebbero raggiungere i 470 miliardi di dollari entro fine anno e superare i 620 miliardi nel 2026.

Il parallelo con la bolla dot-com è inevitabile, ma incompleto. Alla fine degli anni ’90, l’offerta di reti e infrastrutture superava largamente la domanda. Oggi accade l’opposto: la richiesta di capacità computazionale cresce più velocemente della possibilità di costruirla.
Questo rende l’attuale ciclo dell’AI più resiliente nel breve periodo, ma non privo di rischi. Quando l’offerta inizierà a colmare il divario, la correzione potrebbe essere brusca. Il problema è che tale momento potrebbe essere ritardato da vincoli strutturali come la disponibilità di energia, i tempi di costruzione e le complessità normative.

Uno dei fattori meno visibili, ma più critici, è l’energia. I data center AI consumano quantità enormi di elettricità e non tutte le economie sono pronte a sostenerne l’espansione. Questo crea un vantaggio competitivo per le aziende che hanno già esperienza nella gestione di infrastrutture su scala globale.
In altre parole, mentre l’AI continua a crescere, il potere tende a concentrarsi nelle mani di pochi operatori in grado di superare le barriere fisiche e finanziarie all’ingresso.

Il 2025 ha segnato anche l’anno delle valutazioni estreme. OpenAI è passata da 157 miliardi a oltre 800 miliardi di dollari in poco più di dodici mesi. Anthropic e xAI hanno seguito lo stesso percorso, con moltiplicazioni di valore che sollevano una domanda cruciale: quante piattaforme AI potranno davvero coesistere nel lungo periodo?
La risposta non è chiara. Queste aziende potrebbero diventare le nuove “big platform” del secolo, oppure essere travolte da una progressiva commoditizzazione dei modelli.

Mentre le valutazioni salgono, i prezzi dei token crollano. Oggi, con poco più di un dollaro, è possibile acquistare la stessa potenza di calcolo che due anni fa costava oltre 60 dollari. Il miglioramento annuo del rapporto prezzo/prestazioni procede a un ritmo decuplicato.
Questo accelera la diffusione dell’AI, ma riduce i margini. Il risultato è un ecosistema che favorisce l’integrazione verticale: chip, cloud, modelli e applicazioni sotto lo stesso tetto. Non a caso, i colossi che controllano l’intero stack tecnologico sono tornati al centro dell’interesse dei mercati.

L’adozione dell’AI è esplosa: oltre 800 milioni di persone utilizzano settimanalmente strumenti come ChatGPT, mentre gli assistenti di coding sono ormai standard nel software. Tuttavia, il 2025 non ha ancora prodotto applicazioni consumer rivoluzionarie né una vera esplosione della spesa aziendale.
Questo squilibrio alimenta i timori di una bolla, sostenuta quasi esclusivamente da un ristretto gruppo di big tech. Otto aziende statunitensi valgono oggi più di 1.000 miliardi di dollari ciascuna e hanno triplicato il loro valore dall’arrivo di ChatGPT.

Finora, i colossi tecnologici hanno retto l’urto grazie a flussi di cassa robusti. Ma se il ritmo degli investimenti continuerà senza rallentare, il sistema potrebbe entrare in una fase di stress. Il 2026 sarà probabilmente l’anno della verità: o l’AI dimostrerà di poter sostenere questa crescita, oppure emergeranno le prime fratture strutturali.