C’è una stima molto preoccupante: per alcuni grandi player il 15% dei lavori entry-level potrebbe essere svolto dall’intelligenza artificiale entro il 2027. Genererebbe molta disoccupazione e tutti noi sappiamo cosa significa. A breve boom per i titoli AI, ma se poi la popolazione non ha più soldi, nel lungo si parlerebbe di crisi no?
Per un investitore questo scenario non è astratto: una contrazione dell’occupazione entry-level su scala globale potrebbe tradursi in pressioni fiscali sui governi europei, in un ampliamento degli spread sovrani e in una rotazione dei flussi istituzionali. Qualcosa da monitorare oggi.
Il meccanismo che ha spinto i multipli oltre ogni media storica
Il punto di partenza sembrerebbe tecnico ma rimane afferrabile. Quando una grande azienda sostituisce risorse umane con capacità computazionale, il costo del lavoro si contrae, i margini operativi si espandono e chi produce o vende quella capacità potrebbe beneficiarne in termini di valutazione di mercato.
È il ciclo che ha alimentato la corsa ai titoli legati all’intelligenza artificiale tra il 2023 e il 2025, con Nvidia, Microsoft e il cluster cloud che hanno visto i propri rapporti price-to-earnings espandersi ben oltre le medie storiche. L’S&P 500 ne ha riflesso la traiettoria: il settore tecnologico rappresenta circa il 25% dell’indice, e le proiezioni di crescita su cui si reggono quei multipli incorporano aspettative di domanda che meritano oggi una lettura più attenta.
Il lavoratore entry-level è anche un consumatore
La variabile che questo ragionamento tende a trascurare riguarda la domanda aggregata. Il knowledge worker entry-level, l’assistente, l’analista junior, l’agente di call center, non è soltanto un costo da ottimizzare nei bilanci aziendali. È un consumatore che alimenta la spesa discrezionale, sostiene il mercato degli affitti e contribuisce ai sistemi di welfare attraverso la fiscalità.
Quando Mo Gawdat, ex responsabile di Google X, indica il 2027 come orizzonte di impatto significativo e precisa che il segnale degli ultimi anni non è stata la perdita di posti ma l’azzeramento del hiring in quei segmenti, sta descrivendo qualcosa che nei dati macro sembrerebbe già presente: la produttività cresce, ma l’occupazione nella fascia bassa dei knowledge worker si è sgonfiata in modo strutturale.
Earnings multiple compression: il rischio silenzioso
Vale la pena introdurre qui il concetto di earnings multiple compression. Quando le aspettative di crescita futura di un’azienda vengono ridimensionate, per qualsiasi ragione inclusa una contrazione della domanda aggregata, il mercato tende a comprimere il rapporto tra prezzo e utili attesi. Un titolo che trattasse a 35 volte gli utili sulla base di proiezioni a doppia cifra potrebbe ritrovarsi a 22 volte se quelle proiezioni venissero riviste, anche in assenza di un crollo degli utili correnti. È un aggiustamento che non fa rumore ma che si traduce in perdite reali per chi detiene quei titoli nel medio periodo.
Il paradosso che emerge è il seguente: le stesse aziende che eliminano posti entry-level per migliorare i propri margini potrebbero stare erodendo la base di domanda su cui si reggono le valutazioni future. Sam Altman ha oscillato pubblicamente su questo punto: nel 2023 indicava interi segmenti occupazionali come destinati a scomparire, nel 2025 ha corretto la rotta dichiarando che l’impatto è stato inferiore alle aspettative. Questo flip-flop non sembrerebbe irrilevante per chi investe, perché segnala che anche chi opera dall’interno del settore non dispone di una previsione stabile sui tempi reali di adozione.
BTP, spread e la risposta fiscale che potrebbe arrivare
C’è un secondo livello di rischio che riguarda più direttamente chi detiene BTP in portafoglio. Se la disoccupazione entry-level crescesse strutturalmente verso il 10-15% entro la fine del decennio, percentuale che alcuni analisti considerano plausibile in scenari di adozione accelerata degli agenti AI, la risposta fiscale dei governi sembrerebbe inevitabile: redditi di sostegno, schemi di reskilling finanziati pubblicamente, espansione della spesa sociale.
Per paesi ad alto debito come l’Italia, questo scenario potrebbe aumentare la pressione sul deficit, con effetti potenzialmente espansivi sullo spread BTP-Bund. Lo spread sovrano italiano ha storicamente reagito con sensibilità agli shock di crescita attesa: non servirebbe un evento di crisi acuta perché un deterioramento strutturale del mercato del lavoro si traducesse in un premio di rischio più elevato sui titoli di Stato. È un meccanismo lento, ma coerente con quanto osservato nei periodi di stagnazione prolungata.
Non tutto il tech reagirebbe allo stesso modo
Va precisato che i comparti del settore tecnologico non sembrerebbero esposti in modo uniforme. Le aziende che producono infrastruttura AI, chip, data center, cloud computing, potrebbero continuare a beneficiare di una domanda crescente indipendentemente dalla dinamica occupazionale, perché sono i fornitori della sostituzione stessa. Il rischio di compressione dei multipli sembrerebbe più concentrato sulle piattaforme applicative che dipendono da ricavi legati all’utente finale, e sulle mid-cap tecnologiche che hanno accumulato debito a tasso variabile nel ciclo precedente. È esattamente la tipologia di azienda più esposta nei mercati del credito privato attualmente sotto stress.