Italia ripescata ai Mondiali 2026? È possibile. L’assist arriva direttamente da Trump

Emanuele Di Baldo

23 Aprile 2026 - 11:26

L’indiscrezione è stata lanciata direttamente dal Financial Times, non proprio una testata qualunque. Di mezzo c’è, ovviamente, la politica (e la guerra in Iran)

Italia ripescata ai Mondiali 2026? È possibile. L’assist arriva direttamente da Trump

Non è la prima volta che si mormora di un possibile ripescaggio per l’Italia ai Mondiali di calcio. La notizia era circolata anche prima della competizione qatariota di quattro anni fa, senza mia concretizzarsi davvero. E sembra uno scherzo del destino per una nazionale di calcio che, reduce da ben tre esclusioni consecutive, punta al ripescaggio come all’ultima salvezza di un movimento in declino da anni. Da quel trionfo del 2006, di fatto, gli azzurri hanno vissuto solo atroci delusioni.

Gli Europei del 2021 rimangono un unicum, l’eccezione che conferma la regola. Troppo poco, soprattutto perché è il campo che parla da dodici anni e ci dice che non siamo all’altezza. Ma per le qualificazioni d’ufficio c’è sempre tempo, soprattutto se di mezzo ci sono interessi politici, con tanto di legame, addirittura, tra Donald Trump e Giorgia Meloni. C’entra la guerra in Iran, ovviamente, ma anche delle dinamiche più di corridoio che di spogliatoio che passano sopra a tutto. Con il placet di Gianni Infantino, il presidente FIFA che ha puntato tutto sui Mondiali 2026 americani e che sarebbe ben contento di aggiungere un po’ di prestigio a una competizione allargata e sparsa che, diciamolo, un po’ l’ha perso. E l’Italia, volente o nolente, rappresenta ancora qualcosa, perlomeno per quei ricordi vincenti.

Ma, quindi, davvero si può parlare in maniera tangibile di un ripescaggio dell’Italia? Sì, e poco importa se la nostra nazionale sia al momento concretamente sgretolata, sia a livello federale che di squadra, senza un presidente, manager vari e con un CT ad interim (Silvio Baldini, “prestato” dall’Under-21): l’occasione potrebbe essere di quelle che non si ripresentano, anche se c’è un enorme e maiuscolo “MA” a livello etico. Ecco perché (e come) un’Italia ripescata ai Mondiali oggi è più che mai concreta.

Una premessa doverosa: la situazione dell’Iran

La possibile crepa da cui passa l’ipotesi Italia si chiama Iran, ma sarebbe riduttivo limitarla a una semplice questione sportiva, ovviamente. Il nodo è politico, diplomatico e soprattutto legato alla sicurezza. Dall’inizio dell’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Teheran (e forse anche prima), la partecipazione della nazionale iraniana ai Mondiali è diventata tutt’altro che scontata. Già nei mesi scorsi il governo iraniano aveva ventilato l’ipotesi di non prendere parte al torneo, citando rischi concreti per l’incolumità della delegazione negli Stati Uniti, uno dei tre Paesi ospitanti insieme a Canada e Messico.

A complicare ulteriormente il quadro c’è la questione dei visti, tutt’altro che irrisolvibile in realtà: Washington ha irrigidito le politiche di ingresso per diversi Paesi, tra cui proprio l’Iran, rendendo logisticamente complessa la presenza della squadra. Non a caso, da Teheran era emersa l’idea di disputare le partite in Canada o Messico, soluzione però respinta dalla FIFA. Nel frattempo, i segnali restano contraddittori: la federazione calcistica iraniana vuole giocare, il governo è più prudente e rimanda ogni decisione al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.

La posizione ufficiale della FIFA, ribadita da Gianni Infantino, è chiara: l’Iran si è qualificato e deve partecipare. Ma quella certezza, oggi, è più fragile che mai, soprattutto perché se chiama l’amico Trump anche Infantino potrebbe fare un passo indietro.

L’indiscrezione che riguarda Trump e Meloni: ecco perché il ripescaggio sarebbe (più che mai) politico

È qui che il pallone smette definitivamente di rotolare sul campo e finisce nelle stanze della diplomazia. L’indiscrezione, rilanciata dal Financial Times, porta la firma di Paolo Zampolli, inviato speciale di Donald Trump. Ed è tutt’altro che una suggestione: Zampolli ha dichiarato apertamente di aver suggerito a Trump e a Gianni Infantino di sostituire l’Iran con l’Italia ai Mondiali 2026.

Le motivazioni ufficiali sono quasi romantiche - il “pedigree” azzurro, i quattro titoli mondiali - ma dietro si intravede una strategia molto più ampia. Secondo quanto riportato, la proposta rientrerebbe in uno sforzo per rafforzare i rapporti tra Washington e il governo guidato da Giorgia Meloni, dopo tensioni legate proprio al conflitto in Medio Oriente e ad alcune dichiarazioni di Trump delle scorse settimane, non proprio benevole (ma non è una novità).

Ecco, quindi, che il calcio diventa strumento di soft power. I Mondiali 2026 sono un evento chiave per gli Stati Uniti, sia a livello economico che d’immagine, e avere l’Italia rappresenterebbe un valore aggiunto per tutti i motivi che sono stati detti. Infantino, da sempre vicino agli ambienti americani e in ottimi rapporti con Trump, si trova così al centro di un equilibrio delicato: da una parte la legittimità sportiva, dall’altra pressioni politiche. La FIFA, ufficialmente, non ha ancora commentato i rumors.

Quando e come giocherebbe l’Italia al posto dell’Iran?

Se lo scenario ipotetico dovesse concretizzarsi, l’Italia verrebbe inserita direttamente nel Gruppo G, occupando il posto dell’Iran. Un inserimento immediato, senza spareggi aggiuntivi, anche se nelle ultime settimane era comunque circolata l’idea di un possibile mini playoff intercontinentale.

Il calendario è già definito: gli azzurri debutterebbero il 16 giugno a Los Angeles contro la Nuova Zelanda, per poi affrontare il Belgio il 21 giugno e chiudere il girone il 27 giugno contro l’Egitto. Tre partite distribuite tra diverse città statunitensi, in un torneo che partirà ufficialmente l’11 giugno e che rappresenta la prima edizione allargata a 48 squadre.

Un’occasione clamorosa, dunque, ma anche carica di interrogativi. Perché se è vero che il regolamento FIFA (articolo 6.7) consente al Consiglio di intervenire in casi eccezionali, è altrettanto vero che una scelta del genere riscriverebbe, di fatto, in maniera incontrovertibile i confini tra merito sportivo e opportunità politica. E lì, forse, il problema non sarebbe più solo calcistico.

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