I dati sull’inflazione al consumo (consumer price index = CPI negli USA) di maggio in uscita alle 14.30 mostreranno che l’aumento dei prezzi che ha tormentato i consumatori negli ultimi due anni sta probabilmente rallentando. La domanda, tuttavia, sarà se questa decelerazione sarà sufficiente a convincere i funzionari della Federal Reserve che possono smettere di aumentare i tassi di interesse e lasciare che l’economia statunitense respiri da sola per un po’ senza l’assillo di altri rialzi.
L’indice dei prezzi al consumo, che sarà pubblicato oggi pomeriggio, dovrebbe mostrare che l’inflazione media di tutti comparti è aumentata solo dello 0,1% il mese scorso sul mese di aprile, pari a un tasso annuo del 4%, secondo le stime elaborate dal panel Bloomberg. Escludendo le componenti volatili di cibo ed energia, si calcola che la c.d. inflazione “core”, cioè quella che è l’inflazione di fondo dell’economia, sia aumentata rispettivamente dello 0,4% e del 5,3%. Questi numeri potrebbero incoraggiare i responsabili della Fed a credere che l’inflazione stia andando nella giusta direzione, cioè verso il target del 2%statutario della Fed, dopo aver raggiunto un picco superiore al 9% nel giugno 2022.
In effetti, l’inflazione ha fatto molta strada da quando ha iniziato a salire nella primavera del 2021. Fattori legati alla fuoriuscita dalla pandemia, come l’intasamento delle catene di approvvigionamento dei beni (soprattutto quelli importati dall’estero) e la richiesta spropositata di beni e servizi da parte di famiglie in uscita dai lockdown e imprese che avevano accumulato enormi sacche di risparmio durante i lockdown medesimi, si sono combinati con trilioni di dollari di stimoli monetari della Fed e di stimoli fiscali da parte dell’amministrazione americana, provvedimenti usati per stimolare la domanda interna ma anche per portare l’inflazione al livello più alto dall’inizio degli anni ’80.
Dopo un anno di insistenza sul fatto che l’inflazione non sarebbe durata, nel marzo 2022 la Fed cambia idea, e ha iniziato quella che sarebbe stata una serie di 10 rialzi dei tassi di interesse. Da allora, l’inflazione è in graduale discesa, ma ancora lontana dall’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale.
Il rapporto di oggi potrebbe essere sufficiente a convincere i responsabili politici del Federal Open Market Committee (FOMC) a saltare un rialzo dei tassi nella riunione di domani mercoledì, in attesa dei dati in arrivo oggi, per decidere la traiettoria politica a lungo termine. Tuttavia il rapporto CPI di maggio sarà caratterizzato da diverse variabili chiave da tenere d’occhio. Una di queste sarà una probabile anomalia: l’inflazione “core” probabilmente apparirà molto più forte di quella “headline” (che include cibo ed energia), e questo è un evento insolito in quanto la inflazione “core” tiene conto di un minor numero inferiore di variabili ed esclude i generi alimentari e l’energia che tendono ad essere spesso i più “caldi” e passibili di gonfiare il tasso di crescita dei prezzi.
La discrepanza tra “core” ed “headline” è in gran parte il risultato di un confronto anno su anno che comprende un periodo (a fine maggio del 2022) in cui la benzina stava per superare i 5 dollari al gallone alla pompa, una condizione che nel frattempo si è attenuata, (perché adesso siamo a 3,8 dollari al gallone), e questo spiegherebbe perché l’inflazione “headline” (che contiene i dati sulla benzina) è scesa di più dell’inflazione “core” (che non contiene i dati sulla benzina). Altre parti del rapporto che meritano di essere osservate con attenzione sono i prezzi dei veicoli usati, che sono balzati del 4,4% su base mensile in aprile e che si prevede saranno di nuovo alti in maggio.Importanti anche i dati sui costi degli alloggi (affitti) che costituiscono circa un terzo della ponderazione del CPI USA, ma i funzionari della Fed contano su un loro calo nel corso dell’anno. Gli economisti prevedono anche una ripresa dei costi dei biglietti aerei.
In ogni caso non c’è dubbio che nell’ultimo anno l’inflazione ha registrato una tendenza al ribasso.
Se questa tendenza continua, la Fed può dichiarare di aver vinto e concentrarsi sull’aspetto occupazionale dei suoi obbiettivi di mandato. Infatti la Fed, diversamente dalla BCE, ha anche un 2° target della politica monetaria che è il raggiungimento di un indice di disoccupazione moderato, o quanto meno un tasso di disoccupazione “sopportabile” socialmente, e purché compatibile con il target di bassa inflazione del 2%. Non esiste un livello numerico della disoccupazione stabilito per statuto, ma la Fed di volta in volta afferma quale sia il tasso di disoccupazione che è disposta a tollerare. Per esempiuo in questi mesi Powell ha più volte affermato che una risalita verso il 5% del tasso di disoccupazione sarebbe “tollerabile” dal punto di vista sociale. Sulla natura del doppio mandato della Fed si veda una definizione semplice ed efficace della Federal Reserve di Saint Louis.
Tasso di disoccupazione (linea bianca) e tasso di inflazione (linea gialla) negli USA dal 2017 ad oggi
Fonte: database Bloomberg
L’avvento del Covid produce un picco al 14,7% della disoccupazione nella primavera del 2020, con crollo dei consumi e picco negativo dell’inflazione CPI a +0,10% annualizzato. Nei mesi a seguire la fuoriuscita dai lockdown e il ritorno alla fase di normalità fanno diminuire la disoccupazione ma al prezzo di un rialzo dell’inflazione. Si può dire che il Covid ripristina la correlazione negativa disoccupazione-inflazione che era stata azzerata fino a febbraio 2020. Attualmente siamo al 3,7% di disoccupazione e al 4,9% di inflazione.
Mentre le aspettative del mercato sono che la Fed salti un rialzo dei tassi nella riunione di martedì-mercoledì, un ultimo aumento è considerato probabile a luglio prima di una pausa prolungata che ora si prevede durerà fino alla prima parte del 2024, secondo un indicatore del CME Group sul mercato dei futures sui Fed funds.
Il rapporto sul CPI USA di oggi, oltre che precedere un altro mese di dati prima della riunione della Fed del 25-26 luglio, potrebbe essere determinante per stabilire se le aspettative dei mercati sono corrette o se i funzionari Fed decideranno che c’è ancora del lavoro da fare nei prossimi mesi.
La possibilità di ottenere un atterraggio morbido dell’economia (cioè di ottenere quel crollo non troppo brusco dell’inflazione tale da provocare recessione e aumento della disoccupazione improvvisi) dipende in gran parte dall’andamento dell’inflazione dei prossimi due mesi.
Se i dati di oggi dovessero essere troppo “caldi”, se cioè l’inflazione rimanesse ancora alta, i membri del Board of Governors Fed dovranno semplicemente continuare ad aumentare i tassi. E per i mercati sarebbe una doccia fredda con aumento dei tassi di rendimento dei Treasury soprattutto sulla parte corta della curva dei rendimenti (1Y – 3Y) e correzione consistente dei listini azionari, che sono cresciuti da inizio anno ad oggi sulle attese di una Fed più morbida, e nonostante una recessione degli utili e un tasso di rendimento del treasury a 2 anni superiore al 4,50%.
Quindi, di fronte ad una inflazione ancora sostenuta, la Fed continuerà imperterrita ad alzare i tassi: essa rimarrà insensibile al rialzo della disoccupazione e ai rischi di recessione, pur di vedere finalmente il tasso di inflazione scendere verso il target desiderato. È possibile quindi che il percorso per la disoccupazione al rialzo e la produzione industriale al ribasso siano pericoli ben accettati dalla Fed, se questi sono mali necessari ma coerenti con la riduzione dell’inflazione al 2% in un paio d’anni.
La Fed non sarà compiacente verso i mercati finanziari.
La cattiveria della Fed nel continuare a rialzare i tassi si giustifica anche con il fatto che ha già perso l’anno scorso il suo “prestigio”, allorquando si dovette ricredere sulla natura “temporanea” dell’inflazione che aveva proclamato inutilmente ai mercati a partire dalla fine del 2021. Questa volta la Fed non si può sbagliare e farà di tutto per raggiungere i suoi scopi.
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