Inflazione USA +2,7% a dicembre come da attese. Che succederà ai tassi con Fed di Powell sotto l’attacco di Trump?

Laura Naka Antonelli

13/01/2026

Reso noto il dato CPI di dicembre, relativo all’inflazione USA. Ma Trump straccerà anche il messaggio dopo aver attaccato la Fed di Powell?

Inflazione USA +2,7% a dicembre come da attese. Che succederà ai tassi con Fed di Powell sotto l’attacco di Trump?

Nel mese di dicembre 2025, l’inflazione USA misurata dall’indice dei prezzi al consumo CPI è salita al ritmo annuo del 2,7%, come previsto dal consensus degli analisti e come a novembre.

Su base mensile, la performance dell’indicatore è stata di un rialzo dello 0,3%, anche in questo caso in linea con le previsioni e come nel mese precedente.

Inflazione core USA sale a dicembre meno delle attese, ma si tratta di una magra consolazione

La buona notizia, per chi teme la persistenza dell’inflazione USA, è che la crescita dell’inflazione core - inflazione depurata dalle componenti dei prezzi dei beni alimentari ed energetici - è stata inferiore alle stime, pari a +2,6%, rispetto al +2,7% previsto. Magra consolazione, tuttavia, visto che anche a novembre l’inflazione core era salita su base annua allo stesso ritmo del 2,6%.

Lo stesso segnale è arrivato dal trend mensile dell’inflazione core, avanzata a dicembre dello 0,2%, meno del +0,3% atteso, ma allo stesso ritmo di novembre 2025.

Il dato market mover, parametro clou che aiuta la Federal Reserve a decidere la direzione dei tassi sui fed funds, è stato pubblicato all’indomani della notizia shock, relativa all’indagine che il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha avviato contro il presidente della banca centrale americana, Jerome Powell.

A dare la notizia dell’indagine penale federale avviata a suo carico è stato lo stesso banchiere centrale, che ha detto chiaro e tondo che il motivo ufficiale dell’inchiesta, così come comunicato alla Fed - ovvero la ristrutturazione del quartiere generale della Banca centrale USA di Washington - è solo un pretesto.

Il vero motivo è un altro, e va considerato nell’ambito degli attacchi inarrestabili lanciati dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump contro di lui.:“La minaccia di incriminazioni penali è una conseguenza del fatto che la Federal Reserve stabilisce i tassi di interesse sulla base della sua migliore valutazione di ciò che è nell’interesse pubblico, piuttosto che seguire le preferenze del Presidente ”, ha detto il numero uno della Fed, aggiungendo che, a questo punto, “la questione è se la Fed potrà continuare a fissare i tassi di interesse basandosi sulle prove e sulle condizioni in cui versa l’economia — oppure se, invece, la politica monetaria sarà diretta da pressioni o intimidazioni politiche ”.Una cosa è certa.

Fino a quando rimarrà al suo posto Powell farà di testa sua, cercando di soddisfare gli obiettivi fissati dal doppio mandato della Fed, ovvero la stabilità dell’inflazione e la massima occupazione.

Cosa accadrà ai tassi USA dopo il feroce attacco di Trump a Powell, ora indagato?

L’interrogativo è cosa accadrà ai tassi USA decisi dalla Banca centrale dopo l’era di Powell quando, a prendere il suo posto, sarà il nuovo numero uno che sarà nominato a giorni dal Presidente Trump: sicuramente un banchiere centrale che, si assicurerà Trump, sarà il più dovish possibile.

Il problema è proprio questo visto che, a quel punto, se il nuovo timoniere della Fed dovesse davvero inginocchiarsi ai desiderata di Trump, a essere messo in dubbio sarebbe non solo - come già è ora, nonostante i nervi saldi di Powell - l’indipendenza della Federal Reserve - ma lo stesso messaggio che arriva da quei dati macro che condizionano in generale la politica monetaria USA, ovvero la direzione dei tassi.

Va ricordato che Jerome Powell, il cui mandato è agli sgoccioli, è stato criticato aspramente da Trump] per la prudenza mostrata nell’allentare la politica monetaria degli States: una prudenza che ha portato la Fed a rimanere sull’attenti di fronte alla crescita ostinata dell’inflazione USA, e a lasciare di conseguenza i tassi sui fed funds fermi dal dicembre del 2024 al settembre del 2025, quando poi infine i tagli dei tassi hanno fatto il loro grande ritorno.

La Fed ha continuato successivamente a sforbiciare i tassi USA, fino all’ultimo (e terzo) atto dello scorso anno del 10 dicembre scorso, con cui i tassi sono scesi dal precedente range compreso tra il 3,75% e il 4% alla nuova forchetta compresa tra il 3,5% e il 3,75%.

Ma cosa succederà, ora che l’attacco di Trump contro Powell si è intensificato, al punto da far scattare una indagine penale federale?

La prospettiva di una Fed meno severa a tenere imbrigliata la crescita dell’inflazione, dunque dei prezzi e ad adottare dunque nel post Powell un approccio più dovish, ha scosso ieri i mercati, che hanno guardato con preoccupazione al futuro di quella che è stata fino ai tempi di Trump una fortezza inattaccabile: l’indipendenza della Federal Reserve.

Indipendenza necessaria per proteggere i tassi dalla rete del populismo, che ha fatto dell’appello a favore dei tagli dei tassi di interesse uno dei suoi cavalli di battaglia, in tutto il mondo. Finora la Fed ha tenuto il punto, nonostante gli assedi reiterati a Powell da parte di Donald Trump.

I tagli dei tassi annunciati fino a oggi dal settembre del 2025 sono stati tre e tutti mini, pari a -25 punti base, a dispetto di quanto chiesto dai politici più dovish.

La persistenza dell’inflazione USA rimane, JPMorgan vede zero tagli tassi in 2026 e un rialzo nel 2027

Probabilmente, nel mantenere un approccio graduale, la Banca centrale USA ha fatto più che bene visto che, esaminando il dato macro di oggi, emerge un quadro che conferma l’ostinazione della crescita dei prezzi.

La componente abitazione (shelter), un elemento chiave dell’indice CPI, è aumentata per esempio dello 0,4%, risultando la voce che ha contribuito maggiormente all’incremento mensile del dato macro, secondo quanto riferito dal Bureau of Labor Statistics (BLS).

Non si tratta di un dettaglio, visto che questi prezzi incidono per oltre un terzo sul paniere del’’indice dei prezzi al consumo (CPI) e se si considera che la performance annua è stata pari, su base annua, a +3,2% su base annua.

Anche altre voci dell’indice hanno evidenziato il persistere delle pressioni inflazionistiche.

I prezzi dei generi alimentari sono balzati dello 0,7% nel mese, accompagnati da aumenti delle voci ricreazione, tariffe aeree e assistenza sanitaria.

Alcune categorie sensibili ai dazi hanno registrato rialzi, tra cui l’abbigliamento.

Al contrario, i prezzi dei beni per le abitazioni sono scesi, dopo che il presidente Donald Trump ha fatto marcia indietro sulle tariffe più elevate, ventilate in precedenza, per le importazioni in questo settore.

L’aumento dell’1,2% della voce ricreazione rappresenta però il maggiore incremento mensile mai registrato dall’inizio della serie storica nel 1993, ha precisato il BLS.

I numeri emersi dal dato di oggi avallano così, in generale, la prospettiva di un FOMC - il braccio di politica monetaria della Fed - che, nella prossima riunione di politica monetaria, con Powell ancora al timone, alimenterà ulteriormente la rabbia di Trump, lasciando i tassi fermi.

Morgan Stanley su inflazione USA, un film già visto. Il commento di Goldman Sachs

Gli stessi mercati prevedono che i tassi USA verranno lasciati fermi per tutta la prima metà del nuovo anno. Un “film che abbiamo già visto”, ha commentato intanto in una nota Ellen Zentner, chief economic strategist di Morgan Stanley Wealth Management.

Ovvero, “l’inflazione non si sta riaccendendo, ma resta al di sopra dell’obiettivo” a cui tende la Federal Reserve, pari al 2%.

Inoltre, “il trasferimento dei dazi sui prezzi è ancora limitato, ma l’accessibilità delle abitazioni non sta migliorando”, il che significa, che “il rapporto sull’inflazione di oggi non fornisce alla Fed ciò di cui ha bisogno per tagliare i tassi di interesse, già nel corso di questo mese”.

In evidenza anche il commento sul trend dell’indice CPI di Alexandra Wilson-Elizondo, Global Co-CIO of Multi-Asset Solutions di Goldman Sachs Asset Management:

“La pubblicazione odierna dei dati CPI rappresenta una gradita iniezione di dati concreti in un contesto abituato a pochi dati e tante notizie. Il dato è risultato più debole delle attese, con il CPI core al 2,6% rispetto a una previsione del 2,7%. L’inflazione dei servizi core rimane sopra il 3%, pur mostrando un trend al ribasso, mentre l’inflazione dei beni core sta risalendo lentamente da livelli molto contenuti. Nel complesso, i dati confermano uno scenario Goldilocks. Detto ciò, è probabile che i dati sull’inflazione siano destinati a non rappresentare più un trigger primario del mercato ma che diventino un vincolo secondario, dato che il mercato è sempre più concentrato sui rischi per l’indipendenza della Federal Reserve. Continuiamo a preferire un approccio long sul rischio, evitando il flusso incessante di notizie e posizionandoci invece su temi duraturi e negoziabili.”

Tassi USA tra indipendenza Powell e Trump destinato a infuriarsi anche con la ’nuova’ Fed

Con Powell che non abdicherà alla sua indipendenza, Trump sarà dunque costretto a ingoiare di nuovo il rospo chiamato tassi USA.

Dal dato di oggi è emerso tuttavia anche il forte capitombolo dei prezzi delle uova, che sono crollati su base mensile dell’8,2%, e scivolati di quasi il 21% su base annua.

Ma non sarà abbastanza, secondo gli analisti, a convincere la Fed - comunque decisamente spaccata - a fare ciò che chiede Trump.

C’è poi chi crede che la Fed rimarrà con le mani in mano per tutto il 2026 anche con il cambio di guardia successivo alla fine del mandato della presidenza di Powell: si tratta di JPMorgan che, in una nota di qualche giorno fa, ha detto di ritenere che quest’anno sarà caratterizzato da una accelerazione dell’occupazione e del PIL USA, e da un CPI core superiore al 3%: situazione macro che non fornirà alla nuova Fed del prossimo nuovo presidente alcun motivo per tagliare i tassi.

Non solo: secondo il capo economista di JPMorgan Michael Feroli, oltre a preservare lo status quo per tutto l’arco del 2027, la Fed “alzerà (i tassi) nel 2027”.

Le previsioni sono di un aumento dei tassi di 25 punti base, che dovrebbe essere annunciato nel corso del terzo trimestre dell’anno prossimo. Morale della favola: il trend dei tassi, Powell non Powell, continuerà a irritare il presidente americano Donald Trump.

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