Le previsioni degli economisti interpellati da Reuters sull’esito dell’imminente riunione della BCE e su quando Lagarde tornerà ad alzare i tassi.
L’inflazione dell’area euro misurata dall’indice CPI ha rallentato il passo, salendo nel mese di giugno del 2,8% su base annua. Lo ha annunciato l’Eurostat, confermando i dati preliminari.
L’indebolimento delle pressioni inflazionistiche in Eurozona è evidente, visto che a maggio il dato era balzato del 3,2%.
L’inflazione core, dunque l’inflazione depurata dalle componenti più volatili rappresentate dai prezzi dei beni energetici e dei beni alimentari, è rallentata anch’essa, segnando una crescita su base annua del 2,4%, come indicato nelle stime preliminari, rispetto al +2,6% precedente.
L’energia ha continuato comunque a fare la parte del leone, pur se in modo meno invasivo, con i prezzi energetici che sono balzati dell’8,5%, nel mese di giugno, rispetto al +10,8% di maggio. In evidenza anche la ritirata dei prezzi dei beni alimentari (+1,5% a giugno, rispetto al +1,9% di maggio), e dei prezzi dei servizi, saliti del 3,2% rispetto al +3,5% del mese precedente.
L’ultimo dato market mover chiave in attesa della riunione della BCE di giovedì prossimo, 23 luglio 2026, ha rivelato dunque un quadro dell’inflazione più confortante rispetto al mese di maggio.
Secondo diversi analisti, per la BCE di Christine Lagarde il dilemma tuttavia rimane, a causa delle preoccupazioni per il rischio che l’inflazione torni a scattare di nuovo, per il riaccendersi della guerra USA-Iran.
Euro area annual #inflation down to 2.8% in June 2026 https://t.co/8jgC4UPw5V pic.twitter.com/4M1gVTueHG
— EU_Eurostat (@EU_Eurostat) July 17, 2026
Indicazioni chiave per capire come potrebbe concludersi la prossima riunione di politica monetaria della Banca centrale europea sono arrivate da un sondaggio che è stato lanciato da Reuters, a cui hanno partecipato 74 economisti, nel periodo compreso tra il 13 e il 16 luglio.
Tutti gli economisti si sono detti concordi nel ritenere che, a seguito del primo rialzo dei tassi di interesse annunciato dalla BCE lo scorso 11 giugno, il Consiglio direttivo dell’istituzione lascerà i tassi di interesse dell’Eurozona fermi.
Ciò significa che i tassi sui depositi, i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali e i tassi sulle operazioni di rifinanziamento marginali saranno lasciati invariati rispettivamente al 2,25%, al 2,40%, al 2,65%.
Il 70% degli intervistati (52 su 74) prevede che la BCE tornerà ad alzare i tassi entro la fine del 2026, probabilmente a settembre, percentuale più alta rispetto a circa il 60% rilevato nel sondaggio del mese scorso.
“La BCE probabilmente avrebbe dovuto aumentare i tassi comunque, anche se non ci fosse stato tutto questo ulteriore rumore legato allo Stretto di Hormuz nell’ultima settimana circa”, ha fatto notare Chris Scicluna, responsabile della divisione di ricerca sull’economia di Daiwa Capital Markets, che ha partecipato al sondaggio.
D’altronde “i prezzi del gas sono significativamente più alti e anche i prezzi dell’elettricità sono aumentati. La BCE dovrà tenerne conto quando aggiornerà le proprie previsioni a settembre. Per il momento, tuttavia, riterrà che non ci sia ancora urgenza di aumentare nuovamente i tassi”.
Quasi il 30% degli economisti interpellati ritiene che i tassi dell’Eurozona resteranno invariati per il resto dell’anno, mentre sono solo tre gli economisti a stimare che Christine Lagarde e colleghi opteranno per altre due strette monetarie entro la fine del 2026.
Gli esperti hanno messo in evidenza come in seno alla BCE stia prevalendo in ogni caso un orientamento più hawkish.
In particolare Alain Durre, responsabile della ricerca macroeconomica europea di Natixis, ha osservato che “l’equilibrio all’interno del Consiglio direttivo oggi è leggermente più orientato verso i membri più restrittivi (’falchi’), anche se tutti sanno bene che, considerando l’attuale dinamica della crescita nell’area euro, bisogna essere molto cauti nell’aumentare i tassi di riferimento”.
Allo stesso tempo, gli economisti non solo non ritengono che l’inflazione finirà per andare fuori controllo, ma hanno rivisto al ribasso le loro previsioni sul trend della crescita dei prezzi relativo al 2026 di circa 40 punti base, in media, annunciando così la prima revisione al ribasso in cinque mesi dell’outlook sulle pressioni inflazionistiche dell’area euro.
Questo non significa che il target dell’inflazione pari al 2% a cui tende l’Eurotower sia a portata di mano, visto che gli intervistati hanno riferito a Reuters di credere che l’obiettivo verrà centrato soltanto nel secondo trimestre del 2027.
Simon Wells, capo economista per l’Europa di HSBC, ha commentato che “in questo momento è molto difficile avere fiducia in qualsiasi cosa” anche se, a suo avviso, “più l’inflazione energetica salirà, maggiore sarà il rischio di assistere a effetti di secondo livello sui salari e dunque ad aziende che aumenteranno i loro prezzi per poter pagare stipendi più alti”.
Di conseguenza, ha aggiunto Wells, “se arriveremo alla riunione di settembre con prezzi del petrolio a $90 al barile e in un contesto in cui ci siano ulteriori rischi al rialzo per questo scenario, potrebbe essere senz’altro saggio da parte della BCE alzare nuovamente i tassi”.
Il nodo rimane la crescita del PIL dell’area euro, visto che, nel corso del primo trimestre del 2026, l’economia si è contratta dello 0,2%. Gli economisti che hanno partecipato al sondaggio ritengono che il PIL dell’Eurozona sia cresciuto dello 0,2% nel secondo trimestre e che si espanderà allo stesso ritmo sia nel trimestre in corso che nell’ultimo del 2026, stimando un’espansione generale pari a +0,5% per tutto l’anno. Si tratta comunque del quarto downgrade consecutivo all’outlook degli esperti.