Nessuno riesce a risparmiare, ma l’inflazione resta alta. Il testacoda per i mercati è vicino?

Tommaso Scarpellini

12 Agosto 2026 - 17:14

Risparmio al minimo, inflazione che non cede e leva record: 3 segnali che raramente coincidono senza conseguenze, eppure i mercati sembrano non volerlo sapere.

Nessuno riesce a risparmiare, ma l’inflazione resta alta. Il testacoda per i mercati è vicino?

Con il tasso di risparmio delle famiglie scivolato ai minimi storici e l’inflazione che torna a mordere oltre il 3% annuo, ci si potrebbe chiedere come questa situazione possa essere sostenibile ancora.

Non a caso, la risposta c’è, e non è per niente positiva. Quando i risparmi si esauriscono e i prezzi salgono, la prima risposta degli investitori è spesso quella di aumentare la leva finanziaria per mantenere i rendimenti, un meccanismo che in passato ha sempre preceduto le fasi di maggiore vulnerabilità dei mercati azionari.

E sapete cosa? Sembrerebbe che questo meccanismo si stia ripetendo anche oggi.

Tre variabili, un solo punto di pressione

Il punto di partenza per leggere questa combinazione sembrerebbe strutturale, non congiunturale. Le famiglie americane avrebbero già consumato gran parte del cuscinetto di liquidità accumulato durante la pandemia, portando il tasso di risparmio personale vicino ai livelli più bassi mai registrati. Nel frattempo, l’inflazione core statunitense viaggerebbe intorno al 3,3% annuo, con le aspettative dei consumatori rilevate dall’Università del Michigan che continuano a salire e con le imprese che dichiarano apertamente di trasferire i costi più elevati sui prezzi al dettaglio. La Federal Reserve, in questo scenario, manterrebbe i tassi fermi in una strategia attendista.

Su questo terreno macro crescerebbe silenziosamente una seconda variabile critica: il debito a margine aggregato, ovvero la somma complessiva che gli investitori hanno preso a prestito utilizzando il proprio portafoglio azionario come garanzia collaterale. Secondo i dati FINRA, questa misura avrebbe raggiunto un livello senza precedenti nella storia moderna dei mercati. Tradotta in z-score, ovvero in quante deviazioni standard si colloca al di sopra della propria media storica, la lettura attuale si avvicinerebbe a 4,0, un valore superiore a qualsiasi picco precedente, incluso il massimo della bolla dot-com del 2000, il picco del credito del 2007 e il massimo dell’everything rally del 2021.

Cosa misura lo z-score e perché conta

Vale la pena soffermarsi su questo strumento per chi non lo avesse incontrato prima. Lo z-score è una misura statistica che esprime quanto un dato si discosti dalla propria media storica in termini relativi, normalizzati per la volatilità della serie. Un valore pari a zero indica una condizione nella norma; un valore di 3 segnala un’anomalia che si verifica meno del 5% delle volte nell’intera storia disponibile; un valore di 4, come quello attuale sul debito a margine, rappresenta un territorio che la serie storica non avrebbe mai raggiunto prima d’ora.

La correlazione tra questa misura di leva estrema e i rendimenti futuri dell’S&P 500 sembrerebbe significativamente negativa. A 18 mesi di distanza, il coefficiente di correlazione si collocherebbe intorno a -0,64. Capisci cosa significa? Che statisticamente, le cose potrebbero mettersi male.

Il meccanismo pro-ciclico della leva

Il debito a margine funzionerebbe come un amplificatore pro-ciclico: nella fase espansiva, l’aumento del valore dei portafogli consente di prendere a prestito somme sempre maggiori, il che alimenta ulteriori acquisti e spinge i prezzi ancora più in alto.

Quando la direzione si inverte, però, lo stesso meccanismo opererebbe in senso contrario con intensità proporzionale: i cali di prezzo eroderebbero il valore delle garanzie, scatterebbero le margin call (le richieste dei broker di reintegrare il capitale a copertura delle posizioni), e gli investitori si troverebbero costretti a vendere esattamente nel momento in cui la liquidità di mercato è più scarsa.

Un esempio recente e concreto di questa dinamica sembrerebbe essere l’implosione di un fondo specializzato sull’intelligenza artificiale che operava con una leva fino al 400%: dopo un guadagno del 439% nella prima metà del 2026, il portafoglio avrebbe perso il 67% del proprio valore in un solo mese, a luglio 2026, quando le margin call avrebbero forzato la liquidazione dell’intera esposizione azionaria. Quello che in un singolo fondo produce una notizia, distribuito su scala di mercato potrebbe alimentare i crolli sistemici.

Sarebbe questo il destino dei nostri portafogli finanziari?

Il parallelo con i nostri portafogli

Il legame con il risparmio ai minimi storici non sembrerebbe casuale. Famiglie con riserve esaurite sarebbero consumatori strutturalmente meno capaci di assorbire ulteriori aumenti dei prezzi, rendendo l’economia reale più fragile davanti a una nuova ondata inflattiva. Alcuni analisti avrebbero già richiamato l’analogia con gli anni Settanta, quando l’inflazione arrivò in due ondate successive.

In questo contesto sono gli asset più amati dai risparmiatori a soffrire, come le obbligazioni, storicamente sensibili agli scenari di inasprimento monetario e alle revisioni al ribasso della crescita globale, le quali potrebbero trovarsi in una posizione di maggiore pressione qualora i rendimenti americani tornassero a salire. L’interazione tra duration lunga e contesto inflattivo persistente rappresenterebbe un elemento da monitorare per chi volesse calibrare l’esposizione obbligazionaria con un orizzonte di protezione del capitale.