India: il tasso di mortalità da covid è il più basso al mondo

A fronte del secondo maggior numero di contagi al mondo, l’India ha il tasso di mortalità da coronavirus più basso su scala globale. Ma i numeri non raccontano l’intera storia

India: il tasso di mortalità da covid è il più basso al mondo

L’India ha il tasso di mortalità da covid più basso al mondo. Una statistica che può sorprendere considerando che da mesi il Paese lotta per cercare di tenere sotto controllo la pandemia con scarsissimo successo.

Il Paese - che conta 1,3 miliardi di abitanti - registra il secondo più alto numero di casi a livello globale, più di 4,4 milioni, e il terzo per numero di morti, oltre 75.000.

Una cifra quest’ultima che, calcolata sulla base del numero di decessi per ogni 100 casi confermati, è sorprendentemente bassa rispetto alla maggior parte degli altri Paesi.

Il tasso di mortalità da COVID-19 in India è infatti pari ad appena l’1,7%. Per fare un confronto, basti dire che negli Stati Uniti è del 3%, dell’11,7% nel Regno Unito e del 12,6% in Italia.

Ma se il governo indiano evidenzia come questo sia segno del suo successo nella gestione dell’emergenza sanitaria, utilizzando i numeri per sostenere la decisione di revocare alcune restrizioni, in molti fanno notare che ci sono grosse incongruenze alla base.

India: il tasso di mortalità da covid è il più basso al mondo

Il primo ministro, Narendra Modi, in un comunicato stampa diffuso alla fine di agosto ha rimarcato il fatto che la mortalità da covid nel Paese sia in continuo calo, e che possa presto scendere persino sotto la soglia dell’1%.

Ma molti scienziati in India fanno notare come i numeri siano incompleti e fuorvianti, e come fare affidamento su questi ultimi per allentare le misure restrittive potrebbe peggiorare le cose.

L’India ha infatti un’infrastruttura sanitaria pubblica debole e sottofinanziata, al punto che per anni non è riuscita a registrare con precisione le morti dei propri cittadini.
Anche quando non affronta una pandemia, solo l’86% dei decessi a livello nazionale viene registrato nei sistemi governativi.

Appena il 22% di tutti i decessi registrati presenta una causa ufficiale di morte certificata da un medico.
Ci sono alcune ragioni alla base di questo: la maggior parte delle persone in India muore a casa o in altri luoghi, non in ospedale, quindi i medici di solito non hanno nessuna possibilità di assegnare una causa di morte.

In più, anche se un paziente muore in ospedale, non tutti hanno a disposizione il portale web del Ministero della Salute che serve a produrre la certificazione medica della causa di morte.

In costante aumento da marzo, l’epidemia ha fatto registrare a giugno i numeri peggiori sul territorio indiano.
Da 1 milione di casi raggiunti il 17 luglio, ci sono volute appena tre settimane per raggiungere quota 2 milioni, e solo pochi giorni fa ha superato i 4 milioni di contagi.

Nuova Delhi e Mumbai, le due città più popolose del Paese, sono tra le più colpite. Qui l’emergenza sanitaria è aggravata dallo scenario di povertà che vede milioni di persone vivere in spazi ridottissimi, con poca acqua corrente e servizi igienici spesso inesistenti.

Il Paese è rimasto completamente paralizzato a marzo, con milioni di persone costrette in casa. La mossa ha pesato enormemente sul sistema economico, lasciando milioni di lavoratori migranti senza reddito e aumentando a dismisura il gap tra classe sociali.

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