Il mondo intero aspetta con ansia di sapere quale sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America. Servirà ancora un po’ di pazienza, visto che l’esito finale delle elezioni presidenziali Usa si materializzerà soltanto il prossimo 5 novembre, e quindi tra circa nove mesi. Tuttavia, in base a quanto visto finora, la sensazione è che i due sfidanti coincideranno con l’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, e Donald Trump.
Il tycoon è tornato e, al netto dei dossier giudiziari che gravitano sul suo conto, intende diventare presidente per la seconda volta. Ragionando su quest’ultima ipotesi (non proprio remota e fantasiosa), c’è chi ha già iniziato a stendere scenari geopolitici provando a rispondere ad una domanda ben precisa: che cosa succederà se Trump dovesse sconfiggere Biden? Risposta generica: gli Stati Uniti entreranno in un nuovo ciclo (geo)politico ed economico impossibile da prevedere. I mercati finanziari del pianeta trattengono il fiato, consapevoli che la variabile The Donald potrebbe sparigliare le carte in tavola.
In particolare, i mercati cinesi sono preoccupati, non solo per un fantomatico ritorno di Trump, ma anche dal caso Evergrande. L’unione tra questi due dossier equivale, infatti, ad una bomba ad orologeria pronta a minacciare il sistema economico della Cina.
Se un tribunale di Hong Kong ha stabilito che, due anni dopo il suo default, il colosso immobiliare cinese dovrebbe essere liquidato, con tutte le conseguenze del caso per gli investitori stranieri - che probabilmente si troveranno in fondo alla fila per eventuali pagamenti – un Trump bis potrebbe portare un nuovo inasprimento della guerra commerciale tra Stati Uniti e Dragone. Con esiti nefasti per l’economia delle due superpotenze e, di riflesso, del pianeta intero.
La preoccupazione dei mercati cinesi
Da un lato l’economia cinese deve fare i conti con alcuni nodi spinosi ma dall’altro è bene ricordare che la Cina continua pur sempre a crescere ad un ritmo del 5% all’anno. I mercati cinesi sono tuttavia soggetti agli scossoni geopolitici, e una vittoria di Trump provocherebbe senz’altro una grande onda d’urto.
Come ha spiegato il Financial Times, è interessante notare che non sono state le elezioni di Taiwan del 13 gennaio a dare la prima vera scossa al ribasso alle azioni cinesi nel 2024. I giorni di negoziazione successivi sono stati molto tranquilli. Al contrario, è stato il forte risultato di Trump alle primarie dello Iowa, un paio di giorni dopo, combinato con un dato leggermente deludente sulla crescita economica per la Cina, ad aver preceduto un calo del 2% delle stesse azioni cinesi.
È dunque lecito supporre che i titoli delle società cinesi con forti legami con gli Stati Uniti potranno soffrire più di altri, in particolare sulla scia delle notizie secondo cui il leader repubblicano starebbe elaborando tariffe punitive sulle importazioni degli Usa. In quel caso prenderebbe forma una sorta di guerra dei dazi 2.0, destinata ad influenzare l’intero ordine economico globale già sottoposto a varie crisi (dalle tensioni nel Mar Rosso a conflitti regionali con echi internazionali).
Gli investitori focalizzati sui mercati emergenti potrebbero dunque scegliere di orientarsi verso mete più semplici e meno tese, ridimensionando la Cina e aumentando le allocazioni in Paesi come Messico e India, due delle scommesse più calde dell’anno. Strategie intelligenti all’interno della Cina potranno ancora essere messe in atto ma, quasi sicuramente, dovranno rispettare due linee rosse: evitare qualsiasi cosa abbia a che fare con il settore immobiliare cinese e con tutte quelle aziende che hanno vendite significative negli Stati Uniti.
Trump e il rischio di una nuova guerra commerciale Usa-Cina
La minaccia di Trump di imporre dazi superiori al 60% sulle merci cinesi, ha fatto presente Asia Times, ha fatto salire il costo della copertura dello yuan ai livelli più alti dal 2017. In Cina, non a caso, “le domande più frequenti tra gli investitori locali includono le implicazioni per la Cina nel caso in cui Donald Trump dovesse diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti”, ha spiegato Maggie Wei, economista di Goldman Sachs.
Certo è che lo spettro di una guerra commerciale di grandi dimensioni è l’ultima cosa di cui l’economia globale ha bisogno nel 2024. Eventuali ulteriori venti contrari provenienti dall’Occidente aggraverebbero, inoltre, i problemi interni che hanno fatto crollare drasticamente i titoli cinesi, come la suddetta crisi immobiliare (sempre più profonda), le deboli vendite al dettaglio, un’attività manifatturiera instabile e la presenza di forze deflazionistiche.
La minaccia di tariffe più elevate sui beni di fabbricazione cinese destinati al mercato Usa potrebbe mettere a dura prova la fiducia delle imprese e delle famiglie d’oltre Muraglia. I dirigenti delle aziende cinesi potrebbero essere ancora meno propensi ad aggiungere nuovi posti di lavoro in un momento in cui la disoccupazione giovanile è a livelli record.
E ancora, le preoccupazioni per la guerra commerciale potrebbero anche rendere la Cina meno disposta ad aumentare le buste paga, e questo metterebbe in serio pericolo le speranze del presidente Xi Jinping di ricalibrare i motori economici verso un modello di crescita guidato dalla domanda dei consumatori. Potrebbe anche portare ad un forte picco nella volatilità del tasso di cambio ed esercitare pressioni al ribasso sullo yuan. Ecco: un quadro simile è esattamente ciò che Xi non vuole avere nel suo ufficio nei prossimi 11 mesi.