Non è casuale che, nell’ambito delle sanzioni comminate nei confronti della Russia per punirla della invasione dell’Ucraina, sia stato fissato un price-cap di 60 dollari al barile come livello massimo a cui può essere acquistato il suo petrolio: anzi, sanzioni secondarie sono minacciate per i Paesi che non rispettano questo livello.
In apparenza, questo tetto al prezzo del barile serve per limitare i proventi derivanti dalle vendite all’estero di petrolio da parte della Russia, ma in realtà rappresenta la soglia indispensabile per evitare che il prezzo internazionale scenda sotto quel livello, che rappresenta il minimo vitale per l’industria petrolifera statunitense basata sullo sfruttamento dei giacimenti di scisto, piccoli ed estremamente costosi.
Stavolta non è più come negli anni Ottanta, quando gli Usa erano importatori netti di petrolio mentre l’URSS era esportatrice netta: allora, tanto più il prezzo internazionale in dollari del petrolio si abbassava, tanto più le importazioni americane di petrolio diventavano meno costose e tanto meno rendevano le esportazioni russe di petrolio.
In questi anni, gli Usa hanno conquistato l’indipendenza energetica e sono diventati esportatori netti di prodotti petroliferi e di GNL: è una manna a cui non possono assolutamente rinunciare nel contesto di squilibrio strutturale della loro bilancia commerciale.
Il prezzo internazionale del petrolio non può scendere al di sotto della soglia che rende sostenibile lo sfruttamento dei giacimenti di scisto, da cui vengono prodotti petrolio e gas.
Sul piano strategico, questa situazione ha capovolto le condizioni che portarono al collasso dell’URSS.
Ed infatti, a differenza del 1985, la Russia non è collassa nonostante le sanzioni senza precedenti che le sono state comminate d’intesa tra gli Usa e l’Unione europea come risposta all’Operazione militare speciale con cui Mosca ha invaso l’Ucraina a partire dal 22 febbraio 2022.
È inutile girarci intorno, la Storia non si ripete: la risposta strategica dell’Occidente all’invasione dell’Afganistan da parte delle truppe sovietiche alla fine del 1979, volta a puntellare il regime filocomunista di Kabul messo in pericolo dalle insurrezioni provocate dagli Studenti islamici, i Talebani sostenuti dagli Usa per il tramite di fitte triangolazioni con l’Arabia Saudita, aveva l’obiettivo di trascinare l’URSS in una sorta di conflitto senza alcuna possibilità di successo, replicando il pantano del Vietnam che aveva dissanguato gli Usa per vent’anni dal 1955 al 1985.
La morsa letale in cui l’URSS venne stretta a quei tempi dagli Usa era rappresentata dal venir meno della sostenibilità dell’alto debito estero di Mosca che veniva garantito dai proventi in dollari derivanti dal petrolio esportato in Occidente.
D’altra parte, l’intero sistema delle relazioni di scambio ineguale all’interno del Comecon, fondate sulle forniture di petrolio russo a condizioni di assoluto favore a fronte di merci di scarsa qualità rispetto ai prezzi occidentali.
Le rivolte scoppiate in Polonia sin dal 1978, fortemente sostenute dal fronte occidentale, crearono un ulteriore focolaio di instabilità che per Mosca era difficile da spegnere con le modalità sanguinose con cui aveva represso quelle in Ungheria 1956 e quelle in Cecoslovacchia 1968: era saltata la ripartizione dell’Europa in zone di influenza esclusiva, firmata a Yalta. Il Presidente americano Ronald Reagan fu ultimativo, quando chiese al leader sovietico Michael Gorbachev di abbattere il Muro di Berlino.
Il collasso politico dell’URSS, in una baraonda inizialmente economica e finanziaria, fu causato dal crollo del prezzo internazionale del petrolio, sceso addirittura sotto i 10 dollari al barile per via dell’aumento sbalorditivo della produzione da parte dell’Arabia Saudita: si dimostrarono nefaste le due riforme cruciali volute da Nikita Kruscev nel 1961, l’ancoraggio al prezzo internazionale in dollari delle esportazioni di petrolio e la riforma monetaria volta a sostituire con i nuovi rubli quelli del 1947 che si erano andati progressivamente svalutando, con un rapporto di 1:10 tra nuovi e vecchi.
La bilancia commerciale in passivo ed il pesante debito americano verso l’estero sono le principali preoccupazioni dell’Amministrazione Trump: deve imporre dazi ed ottenere investimenti esteri per la ripresa della propria economia reale, lasciando scivolare il dollaro. Le vendite di gas alla Cina e di petrolio all’India stanno garantendo consistenti introiti alla Russia: a partire dall’inizio 2023, il rublo si è addirittura rivalutato rispetto al dollaro, tornando attorno a quota 80, al pari della maggior parte delle altre valute.
Anche la Russia ha i suoi problemi, ma non è affatto stremata: non c’è stato nessun collasso, infatti, stavolta.
A distanza di 40 anni, dal 1985 ad oggi, nulla è più come allora.