E’ l’eterogenesi dei fini: le sanzioni irrogate alla Russia per sanzionare l’invasione dell’Ucraina non l’hanno fatto collassare, come tutti si aspettavano, ma al contrario le hanno imposto di modernizzarsi, di crescere per vie interne senza più poter contare sulle importazioni di beni occidentali.
Neppure il price-cap imposto sul prezzo di acquisto del suo petrolio, il sabotaggio dei gasdotti North Stream e la sospensione delle importazioni europee, sono riusciti a farla collassare, come accadde ai tempi dell’URSS che fu dilaniata dagli alti costi dell’invasione dell’Afganistan nel 1979 mentre il suo equilibrio economico dipendeva in modo sempre più pericoloso dalle esportazioni all’Occidente del petrolio, contando su un alto prezzo in dollari del barile: l’export energetico della Russia in questi ormai quattro anni di guerra in Ucraina e di sanzioni occidentali si è complessivamente ridotto, nonostante le maggiori forniture ad India e Cina, e ne hanno risentito pesantemente anche le entrate tributarie e le disponibilità del Fondo Sovrano cui affluiscono parte dei proventi.
Ma in fondo questo riequilibrio è stato un bene, perché sta riportando all’indietro l’orologio della Storia economica e politica della Russia, che ai tempi dell’URSS prese una piega regressiva a partire dalla riforma monetaria voluta da Krusciov, che ne approfittó per svalutare violentemente il “nuovo rublo” rispetto alla parità col dollaro stabilita ai tempi di Stalin, e che rendeva non economico l’export di prodotti energetici: fu da allora, che il baratto tra petrolio russo e manufatti degli altri Paesi del Comecon impoverí la Russia che era pure condannata ad esportarne sempre di più sui mercati occidentali per indebitarsi all’estero colmando i costi divenuti stratosferici delle importazioni, fino al collasso della fine degli Anni Settanta.
E’ alle spalle lo stereotipo irridente che è stato usato per anni dai detrattori della Russia: essendo assolutamente incapace di produrre beni e servizi ad un livello qualitativo soddisfacente, dopo il collasso dell’URSS l’hanno paragonata ad una gigantesca stazione di rifornimento per automobili, capace solo di vendere petrolio e gas al resto del mondo per importare di tutto, dai manufatti più semplici alle stesse auto. Inutile parlare del collasso dell’industria aeronautica civile, assolutamente incapace di competere con la Boeing o con Airbus, mentre il Tupolev Tu-144 aveva sfidato la supremazia franco-britannica del Concorde nella costruzione di velivoli civili capaci di volare a velocità supersonica.
Le sanzioni occidentali imposte alla Russia le hanno imposto di affrancarsi progressivamente dalla dipendenza dalle esportazioni di prodotti energetici che durava ormai da mezzo secolo e che aveva portato ad una comoda sopravvivenza fondata sulle importazioni dall’Occidente.
A poco più di un mese dal compimento del quarto anno di guerra in Ucraina, il prossimo 22 febbraio, va dunque fatto un bilancio sulle conseguenze a medio e lungo termine che si stanno determinando sul sistema produttivo russo, e dunque sul suo posizionamento internazionale: più ancora dello sforzo bellico e della trasformazione in una economia di guerra, sono state determinanti le sanzioni comminate dal campo occidentale, sia dall’Unione Europea con i suoi diciannove pacchetti (consultabili in rete) che dagli Usa che sin dal 6 marzo 2014 avevano cominciato ad azionare lo strumentario previsto dall’International Emergency Economic Act (IEEA) e dal National Emergency Act (NEA), per confezionare un insieme di decisioni raccolte per comodità di consultazione dal Department of The Treasury in una pubblicazione intitolata “Ukraine/Russia Related Sanctions Program”, la cui ultima edizione è aggiornata al 16 luglio scorso.
Per capire quello che è successo in questi anni in Russia non bastano i dati comparativi utilizzati di consueto in campo dal FMI per misurare lo stato di salute di un Paese, esaminando andamento del pil, inflazione, tassi di interesse a breve e lungo termine, saldo commerciale con l’estero, consistenza delle riserve e posizione finanziaria netta, struttura del bilancio pubblico con deficit e debito, contenuti nello studio compiuto dal Bruegel Institute che ha pubblicato lo scorso 18 dicembre un working paper dal titolo “How Resilient is Russia’s Economy after Four Year of War?”.
Dopo aver individuato le ragioni, ben cinque, che hanno consentito finora alla Russia di resistere e rispondere in modo determinato alle pressioni occidentali ed ai costi del conflitto, confermando che anche per il 2026 non sembrano profilarsi tensioni economiche e finanziarie insuperabili, lo studio si conclude con una posizione intermedia tra le analisi ottimistiche e quelle pessimistiche effettuate finora:
“Le prospettive di medio-lungo termine dell’economia russa appaiono sfavorevoli. Anche se la guerra dovesse finire presto, le spese legate alla guerra non scomparirebbero immediatamente. I costi legati alla guerra, ad esempio nell’ambito della politica sociale, graveranno sul bilancio russo per molti anni a venire. La smilitarizzazione e la smobilitazione sono sempre processi lunghi e costosi, come dimostrò chiaramente l’esperienza post-sovietica. La smilitarizzazione sembra comunque improbabile se l’attuale orientamento della politica estera e di sicurezza russa continuerà. Le sanzioni internazionali, anche se inefficaci nel fermare la guerra e il suo finanziamento, hanno già causato un grande danno al potenziale di crescita a lungo termine della Russia. Le misure di reciprocità della Russia (controsanzioni) peggiorarono ulteriormente la situazione. La cooperazione commerciale e di investimento con la Cina e alcune altre economie emergenti può aiutare a attenuare l’impatto delle sanzioni nel breve termine (vedi Ribakova, 2025), ma non sostituirà l’accesso alle innovazioni, tecnologie, know-how, sistemi finanziari e mercati occidentali. Il mercato europeo del gas naturale russo, ad esempio, sembrerebbe chiuso per il prossimo futuro. Allo stesso modo, la sostituzione delle importazioni non è una soluzione per aumentare la produttività.”
Non c’è dubbio che in Russia la dinamica delle spese militari sia stata velocissima, passando da 3,6% del pil del 2021 al 4,6% del 2022, al 5,’% del pil del 2023 ed al 7,1% dello scorso anno, divenendo col 31,5% la principale spesa del bilancio statale, ma è altrettanto vero che negli Usa le spese per la Difesa sono state assai sempre elevate in assoluto, sfiorando nel 2024 i mille miliardi di dollari alla pari di quelle per gli interessi sul debito, rispetto ai 1.500 miliardi della Social Security, arrivando ad avere un peso pari al 15% del totale della spesa del governo federale statunitense.
C’è da sottolineare al riguardo che, mentre negli Usa c’è una dinamica inarrestabile del deficit e del debito pubblico, in Russia queste due dinamiche sembrano sotto stretto controllo e soprattutto che i costi della guerra in Ucraina non hanno fatto esplodere il debito né portato ad un aumento consistente della tassazione: nel 2025 la spesa pubblica russa è stata pari al 37,8% del pil, con un deficit del 2,7% ed un debito lordo del 23,1% ed un onere per interessi pari al 6,5%, mentre negli Usa la spesa per gli interessi sul debito federale è stata pari al 13% del pil, con un deficit al 6,4% ed un debito pubblico che sfiora il 100% mentre era appena del 35% venti anni fa.
Le sanzioni occidentali non solo hanno costretto l’economia russa a sostituire l’import con la produzione interna, ma hanno comportato la “nazionalizzazione” da parte russa di vasti e complessi sistemi produttivi e commerciali che sono stati abbandonati in fretta e furia.
Intere catene distributive, ad esempio quella dell’americana Mc Donald, hanno solo cambiato il nome sulle insegne commerciali, continuando a vendere praticamente gli stessi prodotti di prima: ora si chiama “Vkusno & tochka” (Buono e basta). Il comparto automobilistico è stato rivoluzionato: se l’abbandono degli impianti produttivi da parte della Renault ha portato al ritorno del vecchio brand sovietico “Moskvich”, l’intero comparto deve ancora fare i conti con l’impossibilità di importare pezzi dall’Occidente e con la concorrenza dei prodotti coreani e cinesi. Sarà durissima, la competizione da parte dei modelli russi, sempre gli stessi, sempre più spartani e sempre più cari per i consumatori: non che in Europa o negli Usa vada molto meglio, visto che l’industria automobilistica vive una crisi globale ed esistenziale, cui solo i produttori cinesi sono in grado di superare per via di una grande integrazione verticale delle forniture e di una profonda innovazione nella struttura del veicolo completamente “ripensata” e non solo riadattata per la motorizzazione elettrica.
L’industria militare guiderà l’innovazione, come insegnano gli USA, viste le nuove forme di guerra fondate sull’uso massivo dei droni e sulla capacità di elaborazione informatica in tempo reale di enormi quantità di dati e di immagini, oltre che sulle tecniche di disturbo delle comunicazioni nemiche e di “immersione” delle proprie: lo prova l’enorme aumento del credito erogato alle industrie nei settori “Computer programming, consultancy and related activities” ed “Architectural and engineering activities; technical testing and analysis”, che ad ottobre del 2025 era cresciuto rispettivamente dell’860% e del 417% rispetto al febbraio del 2022. Più che la frenesia della costruzione dei colossali data center americani preordinati alla gestione dei sistemi di Intelligenza Artificiale, sembra un ritorno alle dinamiche sovietiche dei primi anni Cinquanta, caratterizzate dalla centralità delle scienze matematiche applicate.
Essere costretta ad abbandonare la rendita mineraria e la dipendenza dalle importazioni occidentali sta risvegliando la Russia dal torpore in cui era caduta dopo la dissoluzione dell’URSS: anche il colosso cinese è troppo pericoloso per abbandonarsi nuovamente a facili illusioni.