L’economia cinese è destinata a crescere del 5% quest’anno, dopo un primo trimestre «forte», ha detto mercoledì 22 maggio il Fondo monetario internazionale, aggiornando la sua precedente previsione di un’espansione del 4,6%, anche se prevede una crescita più lenta negli anni a venire.
Le nuove proiezioni dell’istituto di credito globale arrivano mentre Pechino intensifica gli sforzi per sostenere a tutti i costi una ripresa dell’economia che comunque permane disomogenea. Infatti la Cina, come sapete, è inciampata di fronte a una prolungata crisi immobiliare che ha generato i suoi effetti a catena su investitori (che hanno visto crollare i valori delle quote dei fondi comuni in loro possesso), sui consumatori (che han visto crollare il valore delle case in loro possesso, oppure che hanno pagato anticipi per l’acquisto di case e stanno ancora aspettando che queste vengano consegnate), e ha generato effetti drammatici anche sulle imprese che ruotano al settore immobiliare, perché hanno subito lo stesso effetto “credit crunch” dalle banche, a causa del fallimento delle imprese edili.
Ma il FMI ci informa del fatto che, forse, inizia a vedersi la luce in fondo al tunnel.
Il Fondo monetario internazionale ha dichiarato di aver rivisto al rialzo i suoi obiettivi Pil per il 2024 e il 2025 con un incremento di + 0,4 punti percentuali, ma ha avvertito che la crescita in Cina rallenterà al 3,3% entro il 2029 a causa dell’invecchiamento della popolazione e del rallentamento dell’espansione della produttività, se non interverranno misure correttive (che io mi aspetto) da parte del governo e della banca centrale cinese.
Ora si prevede che l’economia cinese cresca del 5% nel 2024 e rallenti al 4,5% nel 2025.
«L’aggiornamento che abbiamo per quest’anno riflette principalmente il fatto che la crescita del PIL nel primo trimestre è stata più forte del previsto, e che ci sono state alcune misure politiche aggiuntive recentemente annunciate che apporteranno una miglior domanda interna», ha detto a Pechino il primo vicedirettore generale dell’FMI, Gita Gopinath, una brillante e giovane economista statunitense di origine indiana.
Gopinath è intervenuta in una conferenza stampa nella capitale cinese per celebrare la conclusione della revisione annuale delle politiche economiche cinesi da parte del fondo monetario internazionale.
L’aumento stimato del PIL cinese effettuato del FMI per il 2024 è in linea con l’obiettivo di crescita di Pechino di “intorno” il 5%. Questo è un tasso di crescita che l’economia sembra essere sulla buona strada per raggiungere dopo aver superato recentemente le aspettative, registrando una crescita del 5,3% nel primo trimestre del presente anno. Ma le pressioni deflazionistiche continuano a incombere e la prolungata crisi immobiliare continua a rappresentare un ostacolo alla crescita.
Lunedì scorso, in una nota ai clienti, BNP Paribas ha dichiarato di aspettarsi che la Cina raggiunga il suo obiettivo di crescita del 5%, mentre Goldman Sachs alla fine del mese scorso ha alzato le sue previsioni per il 2024 al 5% dal 4,8% di novembre 2023. Anche Citi, dopo il PIL del 1°T 2024, ha alzato le proprie previsioni al 5% dal 4,6% di marzo. Tutti hanno citato gli ottimi dati del primo trimestre come motivazione della revisione della crescita.
Tutti i problemi sono risolti, quindi? Beh, non proprio.
La ripresa “zoppicante” post-COVID della Cina ha rallentato i mercati azionari e anche lo yuan cinese, con diverse misure di sostegno politico (soprattutto di natura fiscale) che non si sono ancora tradotte in una domanda robusta.
La crisi del settore immobiliare rimane il più grande ostacolo ad una vera e propria ripresa economica, dicono gli analisti, e il FMI ha lanciato un avvertimento sui rischi futuri.
La correzione immobiliare in corso è comunque necessaria per purificare gli eccessi degli anni passati (allorquando le banche concedevano prestiti al settore immobiliare delle costruzioni senza una valutazione scientifica della affidabilità e del debito totale dell’affidatario) ed è quindi utile per indirizzare il settore verso un percorso più sostenibile, anche aiutato da un ulteriore pacchetto di riforme più completo per far risollevare il settore immobiliare e l’indotto da esso generato.
Questo mese di maggio la Cina ha presentato misure “storiche” per stabilizzare il mercato immobiliare, anch’esse di natura fiscale e tendenti anche a facilitare l’accesso al credito bancario, anche se alcuni analisti sostengono che le misure - per il momento - non sono all’altezza di quanto necessario per una ripresa sostenibile.
Gopinath ha affermato infatti che le risorse del governo centrale dovrebbero essere impiegate per aiutare coloro (famiglie e imprese) che hanno acquistato case ancora non finite e stanno aspettando la loro consegna, poiché ciò “spianerebbe la strada all’uscita dal mercato immobiliare dei costruttori insolventi, sostituiti da costruttori affidabili, e consentendo una maggiore flessibilità dei prezzi e aiutando a ripristinare l’equilibrio tra domanda e offerta nel mercato immobiliare”.
Non ho dubbi che il governo cinese ascolterà quello che dice il FMI, pena l’insorgenza di una sollevazione popolare di coloro che, effettivamente, hanno investito i risparmi di una vita per comprare casa e ancora devono farsela consegnare. I programmi di stimolo alla domanda interna non dovrebbero causare contraccolpi inflazionistici inoltre: il FMI prevede che l’inflazione core in Cina aumenterà in media intorno all’1% quest’anno.
Mi rassicurano inoltre una serie di recenti indicatori economici usciti per il mese di aprile, tra cui produzione industriale, commercio e prezzi al consumo, che ci suggeriscono che la seconda economia del mondo (un’economia da 18,6 trilioni di dollari) ha superato con successo alcuni rischi al ribasso a breve termine, e personalmente sono abbastanza convinto della sostenibilità del rimbalzo. Anche perché mi fido della ferma volontà della banca centrale cinese di sostenere l’economia con una politica monetaria assolutamente accomodante per il 2024 e per il 2025, affiancando così la politica economica del governo centrale.
Che dire? Si può tornare quindo ad investire sulla Cina? Forse sì, ma avendo un profilo di rischio medio-alto e con un’ottica di lungo periodo, allocando una quota del portafoglio non superiore al 5%.
Un timido ingresso sul mercato cinese è possibile ovviamente tramite l’utilizzo di ETF quali ad esempio quello emesso da DWS che replica i 300 titoli più liquidi quotati ad Hong Kong: Xtrackers Harvest CSI 300 UCITS ETF 1D ISIN LU0875160326.
Questo replica l’indice CSI 300. L’indice CSI 300 è composto dai 300 titoli azionari con la più vasta capitalizzazione di mercato e liquidità dell’intero universo delle società quotate con classe A della repubblica popolare cinese. Questo ETF non è il solo, ma sicuramente è fra i più grandi, con un portafoglio titoli che supera i 300 milioni di euro, mentre gli altri ETF sulla Cina si aggirano - di solito - su dimensioni di 50/60 milioni di euro.
Il secondo ETF che vi consiglio, sempre se avete una buona propensione al rischio e se avete una buona pazienza per aspettare e vedere dei buoni profitti nel tempo, è emesso da Franklin Templeton: Franklin FTSE China UCITS ETF ISIN IE00BHZRR147.
Questo replica l’indice FTSE China 30/18 Capped, che a sua volta replica le aziende cinesi a grande e media capitalizzazione le cui azioni sono quotate nel mercato borsistico in Cina (classe A) o al di fuori della Cina (classe B, classe H, P chips, red chips, S chips, classe N). La più grande azienda nell’indice è limitata al massimo ad un 30 per cento della capitalizzazione dell’indice, mentre tutti gli altri componenti dell’indice ad un massimo del 18 per cento.
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