I mercati stanno ignorando un modello economico vecchio di 30 anni. Ed è grande errore

Tommaso Scarpellini

3 Giugno 2026 - 11:37

I tassi potrebbero salire ancora, oppure no. Un’antica formula torna a sfidare le borse mentre i BTP tremano in silenzio. I numeri parlano, ma nessuno li ascolta.

I mercati stanno ignorando un modello economico vecchio di 30 anni. Ed è grande errore

C’è una formula matematica vecchia di trent’anni che potrebbe far tremare i mercati globali, e quasi nessuno ne parla. La regola di Taylor, elaborata dall’economista John Taylor nel 1993, suggerisce che i tassi della Federal Reserve dovrebbero attestarsi intorno al 6%, quasi il doppio del livello attuale. Se questo modello avesse ragione, le implicazioni per chi detiene azioni, obbligazioni e BTP potrebbero essere molto più serie di quanto i mercati stiano oggi prezzando.

Cos’è la regola di Taylor e perché torna d’attualità

La regola di Taylor è una funzione di reazione della politica monetaria che stima il tasso di interesse «neutrale» ottimale combinando due variabili fondamentali: lo scarto tra inflazione effettiva e inflazione target (il cosiddetto inflation gap) e lo scarto tra PIL reale e PIL potenziale (l’output gap). La formula originale, nella sua versione più diffusa, assegna un peso pari a 0,5 a ciascuno dei due gap, aggiungendoli a un tasso reale neutrale di lungo periodo e al target inflazionistico della banca centrale.

Applicando questa formula ai dati macroeconomici americani più recenti, diversi economisti e desk quantitativi ottengono un risultato che oscilla tra il 5,5% e il 6,5%, con una stima mediana intorno al 6%. Considerando che i Fed Funds si trovano oggi in un corridoio significativamente più basso, il messaggio implicito sarebbe che la politica monetaria statunitense risulterebbe ancora accomodante rispetto a quanto la struttura produttiva dell’economia richiederebbe.

Va sottolineato che la regola di Taylor non è un oracolo. Il suo stesso autore ha più volte avvertito che si tratta di una guida di riferimento, non di un algoritmo vincolante. La stima del PIL potenziale, in particolare, è soggetta a revisioni continue e introduce un margine di incertezza non trascurabile nell’output finale.

Cosa succederebbe ai mercati azionari con tassi al 6%

L’impatto teorico di un rialzo dei tassi verso quella soglia sembrerebbe devastante per i multipli di valutazione azionaria. Il meccanismo è noto: quando il tasso privo di rischio sale, il denominatore dei modelli di sconto dei flussi di cassa (DCF) si espande, comprimendo il valore attuale netto degli utili futuri. Questo effetto colpisce in modo sproporzionato le società a lunga duration, ovvero quelle il cui valore è concentrato in utili attesi lontani nel tempo.

L’S&P 500, che tratta oggi a multipli price/earnings storicamente elevati intorno a 24 volte gli utili prospettici, potrebbe subire una contrazione valutativa significativa. Alcune stime accademiche suggeriscono che un rialzo di 200 punti base nel tasso risk-free potrebbe tradursi, a parità di utili, in una discesa dell’indice nell’ordine del 20-30%. Non si tratta di certezze, ma di sensibilità matematiche che sarebbe imprudente ignorare.

Piazza Affari, con la sua elevata concentrazione nel settore bancario e finanziario, presenterebbe dinamiche più complesse: le banche potrebbero beneficiare nell’immediato di margini d’interesse più ampi, ma soffrirebbe il deterioramento della qualità del credito in un contesto di tassi alti prolungati.

Le implicazioni per l’investitore italiano e i BTP

Per un investitore italiano focalizzato sulla protezione del capitale, il nodo centrale potrebbe riguardare proprio nella struttura del proprio portafoglio, orientato molto tipicamente su azioni italiane e BTP. In uno scenario in cui la Fed mantenesse tassi al 6% per un periodo prolungato, la BCE si troverebbe in una posizione di difficoltà strutturale: allentare la politica monetaria significherebbe rischiare un’ulteriore svalutazione dell’euro e un’accelerazione dell’inflazione importata, mentre mantenerla restrittiva significherebbe amplificare le tensioni sui debiti sovrani periferici.

Un aumento dei tassi che seguisse la Fed, in questo scenario sarebbe la cosa più probabile, almeno a giudicare dalle reazioni della BCE del passato. E questo a sua volta aumenterebbe il costo del capitale delle aziende, comprimendo le valutazioni azionarie, e conseguentemente i prezzi. Quindi anche in Italia potrebbero esserci conseguenze negative, seppure i problemi arrivassero oltreoceano. Per quanto riguarda i BTP, la stessa cosa: se aumentano i tassi, i prezzi scendono, come accaduto nel 2022. Senza contare che potrebbe essere un fenomeno di «fly to quality» verso debiti già sostenibili, almeno sulla carta, come quello tedesco.
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Oggi lo spread BTP Bund sembrerebbe essersi stabilizzato in un range vicino ai 100 (di nuovo), potrebbe tornare sotto pressione se il mercato iniziasse a prezzare uno scenario di tassi globali strutturalmente più alti. Il debito pubblico italiano, superiore al 135% del PIL, risulterebbe particolarmente sensibile a questo tipo di shock esogeno.

Perché i mercati potrebbero ignorare il segnale

C’è una ragione per cui la regola di Taylor non ha generato finora l’allarme che forse meriterebbe: i mercati tendono a prezzare scenari centrali, non scenari di coda. La narrativa dominante continua a vedere la Fed orientata verso un ciclo di allentamento graduale, sostenuta da un’inflazione in discesa e da segnali di rallentamento del mercato del lavoro.

Tuttavia, diversi economisti di orientamento monetarista sostengono che questa narrativa potrebbe rivelarsi prematura. L’inflazione core americana, depurata dalle componenti volatili, sembrerebbe mostrare una viscosità (sticky inflation) superiore alle attese. Se i dati delle prossime settimane dovessero confermare questa tendenza, non si potrebbe escludere un cambio di comunicazione da parte della Fed con effetti potenzialmente destabilizzanti per la price action di breve periodo.

Nessuno conosce il futuro dei tassi, e la storia dei mercati finanziari è piena di modelli che sembravano perfetti fino al giorno in cui hanno smesso di funzionare.

Ciò che un investitore attento potrebbe fare, in questo contesto, è semplicemente chiedersi: il portafoglio che ho costruito regge anche in uno scenario che i mercati oggi non stanno prezzando?Quella domanda, silenziosa e scomoda, potrebbe valere più di qualsiasi previsione.