Il prezzo dell’oro crolla del 20%. È solo l’inizio?

Tommaso Scarpellini

2 Giugno 2026 - 16:04

L’oro crolla del 20% dai massimi. I mercati globali sembrano cambiare pelle. Tassi reali, dollaro forte e rotazione dei capitali: scenari opposti si scontrano sul metallo.

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Quando un asset considerato rifugio per eccellenza perde un quinto del suo valore, qualcosa di strutturale potrebbe star cambiando nei mercati globali.

E questo perché, non per essere pessimisti, ma quando si supera il 20% di drowdobwn, in gergo tecnico si può iniziare a parlare di bear market. Un termini che non suona esattamente come una «cosa momentanea». E la domanda più calda del momento è proprio: «quanto durerà questo ribasso?».

Chi ha costruito la propria protezione patrimoniale sull’oro negli ultimi anni si trova oggi a dover riconsiderare alcune assunzioni che parevano solide come il metallo stesso. Sta veramente cambiando orizzonte? Oppure è solo un assestamento momentaneo?

Quando il rifugio non protegge più

Il calo del XAUUSD nell’ordine del 20% dai massimi storici non è un episodio isolato da archiviare rapidamente. In termini tecnici, si tratterebbe di un bear market conclamato, soglia convenzionalmente fissata proprio a quel livello di drawdown. Ciò che rende questo movimento degno di attenzione non è tanto la sua ampiezza, quanto la sua struttura: un’erosione progressiva, con volumi crescenti sulle fasi di ribasso e rimbalzi sempre meno convinti, un pattern che gli operatori professionali tendono a interpretare come segnale di distribuzione sistemica più che di semplice presa di profitto.

La narrativa dominante degli ultimi anni aveva posizionato l’oro come copertura naturale contro l’inflazione e l’instabilità geopolitica. Entrambi questi fattori sono ancora presenti sul tavolo, eppure il metallo scende. Questo apparente paradosso potrebbe trovare spiegazione in una dinamica meno visibile: la liquidazione forzata di posizioni da parte di fondi che necessitano di liberare margini su altri mercati, oppure un riorientamento strutturale verso asset che offrono rendimento cedolare, categoria nella quale l’oro per definizione non rientra.

Il contesto macro che pesa sul metallo

Il rialzo prolungato dei tassi reali nelle economie occidentali rappresenta storicamente uno degli ambienti più ostili per il metallo prezioso. Un’obbligazione governativa che rende il 4% o il 5% in termini nominali, con un’inflazione in progressivo rientro, offre un rendimento reale positivo che l’oro semplicemente non può competere sul piano della remunerazione diretta. In questo contesto, la domanda che molti investitori si pongono sembrerebbe lecita: perché detenere un asset che non distribuisce nulla quando esistono alternative che pagano?

I BTP italiani, ad esempio, hanno offerto negli ultimi trimestri rendimenti che avrebbero fatto gola persino agli investitori più avversi al rischio. Per un risparmiatore italiano abituato a costruire portafogli bilanciati, la comparazione tra un’allocazione aurifera e una posizione su carta di Stato domestica potrebbe risultare sempre più scomoda da ignorare. Non si tratta di affermare che i BTP siano privi di rischio, perché ovviamente non lo sono, ma la relazione rischio-rendimento sembrerebbe essersi spostata in modo non trascurabile.

Analisi ciclica: dove si trova l’oro nel grande schema

Chi pratica l’analisi ciclica sui mercati finanziari individua nell’oro un asset con cicli pluriennali ben definiti, storicamente caratterizzati da fasi di accumulazione silenziosa seguite da rally esplosivi e poi da lunghe correzioni distribuite nel tempo. Secondo alcune letture cicliche, il metallo potrebbe trovarsi in una fase intermedia di questo schema, né in fondo assoluto né in zona di ripresa sicura. I livelli chiave da monitorare si collocherebbero nell’area compresa tra $2.000 e $2.100 per oncia: una tenuta su quei supporti potrebbe segnalare che la struttura rialzista di lungo periodo rimane intatta; una rottura convincente al ribasso aprirebbe scenari ben più complessi.

Va detto che le previsioni di chi parla di ulteriori ribassi fino al 30-40% dal picco non sono prive di precedenti storici. Tra il 2011 e il 2015, l’oro perse oltre il 40% dai massimi, in un contesto per certi versi simile all’attuale: tassi reali in risalita e un dollaro strutturalmente forte. La storia non si ripete meccanicamente, ma offre spesso schemi di riferimento utili per calibrare le aspettative.

Cosa osservare nei prossimi mesi

Per un investitore che detiene oro in portafoglio, i segnali da monitorare sarebbero principalmente tre.

  • Il primo riguarda l’andamento dei tassi reali americani: un loro ritorno verso lo zero o in territorio negativo riporterebbe ossigeno al metallo.
  • Il secondo è la direzione del dollaro, con cui l’oro mantiene una correlazione inversa storicamente robusta.
  • Il terzo elemento, spesso sottovalutato, è la domanda fisica proveniente da banche centrali di paesi emergenti, che negli ultimi anni ha rappresentato un supporto strutturale alle quotazioni e che potrebbe attenuare la discesa o accelerarla a seconda che continui o si riduca.

Parallelamente, sarebbe prudente osservare come si comportano le borse europee in questa fase: una correlazione insolita tra equities e oro al ribasso potrebbe indicare un de-risking generalizzato dei portafogli istituzionali, un segnale che merita attenzione indipendentemente da quale asset si detiene.

I mercati attraversano fasi che mettono alla prova non solo i portafogli, ma anche le convinzioni più radicate. Chi ha creduto nell’oro come ancora di salvezza non ha sbagliato nella logica di fondo, perché la diversificazione conserva il suo valore nel tempo. Ciò che sembrerebbe utile oggi è forse una riflessione più attenta su quanto peso assegnare a ciascun asset in funzione del contesto che cambia, senza inseguire narrazioni rassicuranti ma anche senza cedere al panico. I mercati ricompensano raramente le reazioni impulsive, in un senso o nell’altro.

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