Gli USA possono davvero uscire dalla NATO?

Emanuele Di Baldo

2 Aprile 2026 - 18:17

Trump minaccia, la NATO - anzi, l’Europa - ascolta. Ecco come gli USA potrebbero uscire dall’alleanza atlantica e quanto è realmente plausibile oggi

Gli USA possono davvero uscire dalla NATO?

Donald Trump non si ferma ma, anzi, rincara la dose su uno dei temi che gli stanno più a cuore da quando è tornato in sella come presidente degli USA: l’uscita dalla NATO. Un’opzione mai totalmente sopita nella testa e nelle azioni del tycoon e che è tornata alla ribalta dall’inizio del conflitto in Iran.

Il presidente degli Stati Uniti non ama essere contraddetto o rallentato, soprattutto quando ha di fronte un interlocutore minoritario (finanziariamente, politicamente, militarmente etc etc). E l’Europa fa parte di questa folta schiera secondaria. Le posizioni incerte e tiepide o, come in alcuni casi - vedasi la Spagna-, contrarie sono una miccia per il fuoco della politica aggressiva degli USA dell’ultimo periodo.

Ma è davvero così facile uscire dall’alleanza atlantica? Quali sono gli ostacoli che incontrerebbe Trump? Ma, soprattutto, all’Europa conviene? Ecco le possibili risposte.

Come funziona la NATO? Si può davvero uscire in ogni momento?

Partiamo da un assunto. La NATO è più di un’alleanza militare: è un sistema di sicurezza collettiva costruito sulle macerie della più grande tragedia della storia (la seconda guerra mondiale) su un principio tanto semplice quanto potente, quello della difesa reciproca. Il cuore dell’accordo è l’articolo 5, secondo cui un attacco contro uno Stato membro viene considerato un attacco contro tutti. Ma dietro questa formula c’è una macchina complessa fatta di coordinamento politico, pianificazione militare e, soprattutto, di una leadership americana che ne rappresenta da sempre l’asse portante.

Dal punto di vista giuridico, però, l’Alleanza è molto meno rigida di quanto si possa pensare. L’articolo 13 del Trattato del Nord Atlantico stabilisce infatti che ogni Paese può decidere di uscire, senza condizioni particolari, ma seguendo una procedura precisa: è necessario notificare formalmente la decisione al governo degli Stati Uniti, che è il depositario del trattato. Da quel momento scatta un conto alla rovescia di dodici mesi, al termine del quale il ritiro diventa effettivo.

Questo significa che sì, uscire dalla NATO è possibile in qualsiasi momento, ma non è mai immediato. Esiste sempre un periodo di transizione lungo un anno, durante il quale restano in vigore obblighi, impegni e - soprattutto - equilibri politici. Ed è proprio in questo spazio temporale che si giocherebbe comunque la partita delle pressioni diplomatiche, dei ripensamenti e delle trattative dietro le quinte.

Trump dovrebbe “chiedere a sé stesso” di uscire dalla NATO (e al Senato)

Il primo fattore è già incongruente. Gli Stati Uniti sono il perno della NATO, non solo per capacità militare ma anche per ruolo formale: sono il Paese depositario del trattato. Tradotto: qualsiasi Stato che voglia uscire deve notificare la decisione a Washington. E se a voler uscire fosse proprio Washington, il risultato è quasi surreale: gli USA dovrebbero notificare a sé stessi la propria uscita.

Ma il nodo più intricato non è nemmeno questo. Perché Donald Trump, da solo, non può realmente staccare la spina. La politica estera è sì prerogativa presidenziale, ma i trattati internazionali coinvolgono direttamente il Congresso. E qui entra in gioco una barriera molto concreta: una legge approvata nel 2024 (governo Biden) impone che qualsiasi decisione di ritiro dalla NATO debba ottenere il via libera dei due terzi del Senato oppure essere autorizzata da un atto formale del Congresso.

Numeri alla mano, significa che il presidente dovrebbe convincere una larga parte dell’opposizione. Uno scenario tutt’altro che scontato, considerando l’attuale equilibrio politico. E non solo: la normativa prevede anche un obbligo di consultazione preventiva con le commissioni competenti e una notifica fino a 180 giorni prima dell’avvio del processo. Un percorso lungo, esposto e politicamente rischioso.

A complicare ulteriormente il quadro ci sono le elezioni di metà mandato di novembre. Un passaggio chiave che potrebbe ridisegnare i rapporti di forza al Congresso, riducendo o rafforzando il margine di manovra di Trump. In altre parole, anche volendo forzare la mano, il presidente si troverebbe intrappolato in una rete istituzionale che rende l’uscita dalla NATO più un processo politico che una decisione unilaterale.

E allora l’Europa? Cosa succederebbe?

Per l’Europa potrebbe crearsi una sorta di paradosso, anche in virtù della ripetitività della minaccia di Trump. Poco meno di due anni fa, quando la crisi degli USA con l’alleanza atlantica sembrava a un punto di rottura, la situazione era quasi l’opposta: in caso di uscita degli Stati Uniti, sarebbero stati i Paesi UE a trovarsi di fronte a una sorta di guerra convenzionale contro la Russia, un nemico reale e tangibile presente sul suolo europeo e combattuto in maniera parallela con burocrazia e finanza.

Stavolta, invece, il conflitto in Iran impegna solo indirettamente gli stati al di qua dell’Atlantico, tanto che è proprio il tycoon a denunciare una “scarsa sensibilità” del vecchio continente nei confronti di quella che, di fatto, è diventata la propria guerra personale (e di Israele). Insomma, la NATO è diventata una zavorra per il presidente più potente al mondo, una sorta di disturbo tanto diplomatico quanto materiale.

Quindi, in ogni caso l’UE ne uscirebbe con le ossa rotte, non solo perché si ritroverebbe di colpo senza il suo “socio di maggioranza” ma soprattutto per i risvolti più propriamente difensivi. La strada sarebbe quella di un esercito comunitario? Fino a che gli USA garantiscono soldi, appoggio e, in un modo o nell’altro, presenza, tutti i discorsi relativi agli accordi militari tra i Paesi membri passa in secondo piano. Ma se togliamo l’elemento americano dall’equazione, la realtà cambia. E trovare una soluzione celere tra posizioni molto diverse non è sicuramente lo scenario di più facile realizzazione.

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