La Germania dà una lezione all’Italia. Cambiano le pensioni con la “riforma Fornero” tedesca

Simone Micocci

24 Giugno 2026 - 18:00

La Germania lavora alla sua riforma delle pensioni: aumenta l’età pensionabile, ma con il sistema a capitalizzazione possono aumentare le pensioni future.

La Germania dà una lezione all’Italia. Cambiano le pensioni con la “riforma Fornero” tedesca

La Germania, 15 anni dopo l’Italia, si appresta ad approvare quella che per molti versi può essere considerata la sua “riforma Fornero”, una revisione profonda del sistema pensionistico che inizia già a preoccupare i cittadini tedeschi, timorosi di perdere una parte dei vantaggi finora garantiti.

Una riforma che, per diversi aspetti, richiama la strada già intrapresa dall’Italia. Nelle raccomandazioni presentate dalla commissione pensionistica nominata dal governo tedesco figura ad esempio l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, che come ben sappiamo in Italia comporterà già dal prossimo anno un ritardo di 1 mese per il pensionamento.

È la dimostrazione di come il problema della tenuta delle pensioni non riguardi soltanto l’Italia, ma accomuni ormai tutti i principali Paesi europei.

Prima è stata l’Italia, poi la Francia, adesso la Germania. Con una differenza però: Berlino sembra voler accompagnare l’inasprimento di alcune regole con una soluzione pensata per aumentare le pensioni future, attraverso l’introduzione di un nuovo meccanismo obbligatorio di capitalizzazione, che, se ben gestito, potrebbe rappresentare una risposta al rischio di assegni sempre più bassi per le nuove generazioni.

Un tema che riguarda da vicino anche l’Italia. Proprio nei giorni scorsi il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, ha spiegato come il governo italiano dovrebbe prendere in considerazione un maggiore ricorso a meccanismi di capitalizzazione, ad esempio sul Tfr versato dai lavoratori, così da valorizzare risorse che oggi rischiano di non incidere abbastanza sulla costruzione della pensione futura.

La riforma tedesca va quindi osservata da una duplice angolazione. Da una parte ci sono regole potenzialmente più severe per l’accesso alla pensione e per il calcolo dell’assegno, con la perdita di alcuni benefici finora riconosciuti. Dall’altra c’è il tentativo di costruire una pensione pubblica più forte nel lungo periodo, sfruttando anche i rendimenti del mercato dei capitali.

Vediamo allora cosa sappiamo oggi della riforma delle pensioni in Germania, un intervento che potrebbe ridisegnare completamente il sistema previdenziale tedesco, come accaduto in Italia nel 2011 con la riforma Fornero.

Le raccomandazioni per la riforma delle pensioni in Germania

Per il momento, la riforma delle pensioni in Germania è ancora in una fase preliminare.

Il punto di partenza è rappresentato dal lavoro della commissione pensionistica nominata dal governo tedesco, che ha presentato una relazione con 33 raccomandazioni per rendere il sistema più sostenibile nel lungo periodo. Le proposte dovranno essere tradotte in un vero e proprio pacchetto normativo e non è detto che tutte vengano accolte senza modifiche.

Tuttavia, il governo guidato da Friedrich Merz ha già lasciato intendere di voler procedere rapidamente, con l’obiettivo di trasformare le indicazioni della commissione in una riforma organica.

Ma cosa sappiamo oggi? Le raccomandazioni della commissione vanno in diverse direzioni. In particolare, viene proposto di:

  • adeguare l’età pensionabile all’aspettativa di vita, con un aumento graduale dopo il 2031 se la vita media continuerà a crescere;
  • abolire il pensionamento anticipato senza penalizzazioni dopo 45 anni di contributi, considerato troppo costoso e poco compatibile con la necessità di trattenere più a lungo i lavoratori nel mercato del lavoro;
  • evitare nuove forme di pensionamento basate solo sugli anni di contributi, così da impedire l’apertura di ulteriori canali di uscita anticipata troppo onerosi;
  • rendere più severo l’accesso alla pensione anticipata per i lavoratori assicurati da lungo tempo, aumentando l’età minima da 63 a 64 anni e poi adeguandola all’età pensionabile ordinaria;
  • reintrodurre il fattore di sostenibilità, cioè un meccanismo che collega l’andamento delle pensioni al rapporto tra contribuenti e pensionati, con il rischio di adeguamenti più contenuti se cresce il peso demografico degli anziani;
  • prevedere alcune tutele per i casi più delicati, in particolare per chi ha problemi di salute, per chi non può più svolgere il proprio lavoro abituale o per chi ha alle spalle attività particolarmente pesanti.

Il senso della riforma, quindi, è chiaro: mettere in sicurezza il sistema pensionistico tedesco chiedendo però ai cittadini un sacrificio evidente, ritardando il pensionamento attraverso minori possibilità di uscita anticipata e regole più strettamente legate agli equilibri demografici ed economici. Come in Italia, appunto.

La Germania dà una lezione all’Italia con la capitalizzazione della pensione pubblica

Tuttavia, se da una parte la riforma tedesca prevede un irrigidimento delle regole, dall’altra contiene anche un elemento che potrebbe rappresentare una vera e propria lezione per l’Italia: l’introduzione di una componente obbligatoria a capitalizzazione all’interno del sistema pensionistico pubblico.

Nel nostro Paese, infatti, è ancora il sistema a ripartizione a farla da padrone, secondo il quale i contributi versati oggi dai lavoratori servono a pagare le pensioni attuali, secondo un meccanismo che però diventa sempre più fragile quando diminuisce il numero degli occupati e aumenta quello dei pensionati (scenario che potrebbe presto concretizzarsi in Italia).

In Germania, invece, con la riforma potrebbe esserci un cambio di passo. La commissione pensionistica propone infatti di affiancare al sistema a ripartizione una nuova pensione obbligatoria a capitalizzazione, finanziata con un contributo aggiuntivo pari complessivamente al 2% della retribuzione lorda: l’1% a carico del lavoratore e l’1% a carico del datore di lavoro.

Queste risorse verrebbero investite sui mercati finanziari attraverso fondi gestiti e controllati pubblicamente, secondo un modello che guarda all’esperienza svedese. In questo modo, ogni lavoratore avrebbe un proprio conto individuale, potendo così seguire nel tempo l’andamento del capitale accumulato.

È qui che la Germania sembra indicare una strada che anche l’Italia potrebbe osservare con attenzione. Da noi si discute da anni della necessità di rafforzare la previdenza complementare, ma senza riuscire davvero a costruire un meccanismo capace di coinvolgere in modo ampio e automatico i lavoratori, soprattutto quelli più giovani e con redditi più bassi.

La proposta tedesca, invece, prova persino a portare la capitalizzazione dentro il cuore del sistema pubblico, rendendola obbligatoria e collettiva, così da costruire una componente stabile della pensione futura, finanziata durante la vita lavorativa e destinata a integrare l’assegno pubblico.

Naturalmente non mancano le critiche. I rendimenti di Borsa non sono garantiti e una parte del mondo sociale tedesco teme che affidare una quota della pensione ai mercati possa esporre i lavoratori a rischi non pienamente calcolabili. Tuttavia, la direzione è chiara: accanto ai sacrifici richiesti sul fronte dell’età pensionabile e delle uscite anticipate, la Germania prova almeno a offrire una prospettiva di assegni più alti per il futuro.

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