Non si fermano le vendite sui Titoli di Stato USA. Gli investitori continuano a mollare il debito USA, i dati lo dimostrano. Infettati anche i BTP.
Treasury USA sotto attacco anche nella giornata di oggi, martedì 19 maggio 2026.
Esplode ansia sul debito USA, rendimenti Treasury a 30 anni al record dal 2007
In un momento in cui anche la Presidente della BCE Christine Lagarde ammette di essere preoccupata per quanto sta accadendo al mercato mondiale dei bond, i Titoli di Stato USA vengono scaricati a un ritmo tale da portare i rendimenti a 30 anni a volare fino al 5,181%, al record in quasi 19 anni, ovvero dal luglio del 2007.
Sotto il fuoco delle vendite anche i Treasury USA a 10 anni, che vedono i rendimenti salire al 4,659%, valore massimo dal gennaio del 2025, mentre i rendimenti dei Treasury a 2 anni, più sensibili alle aspettative sui tassi USA decisi dalla Fed, avanzano al 4,10%.
La carica di smobilizzi infetta anche i Titoli di Stato dell’area euro: i rendimenti dei BTP e dei Bonos salgono di 4 punti base, rispettivamente al 3,95% e al 3,61%, mentre i rendimenti dei Bund avanzano di 3 punti base al 3,18%.
A pesare sui Treasury, oltre alla costante paura di un’inflazione USA destinata ad accelerare ulteriormente il passo a causa del caro energia da guerra, anche la prova del nove degli smobilizzi in corso, che ha indubbiamente gelato gli Stati Uniti di Donald Trump.
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Schiaffo sonoro ai bond di Trump da Cina e Giappone
Dai dati diffusi dal dipartimento del Tesoro USA, è emerso infatti che, nel mese di marzo, i Paesi tra i più grandi detentori di debito americano hanno deciso di mollare i Treasury.
Motivo: la guerra USA-Iran, che ha costretto diverse banche centrali a liquidare le loro riserve in dollari, al fine di difendere le rispettive valute locali, capitolate a seguito dello shock energetico esploso con il conflitto in Medio Oriente.
A scaricare i bond di Trump è stata soprattutto la Cina, che ha tagliato i propri investimenti in Treasury del 6% circa rispetto al mese di febbraio, a quota $652,3 miliardi.
Risultato: la quota di debito USA in mano a Pechino è crollata al livello minimo dal settembre del 2008.
A vendere in modo significativo il debito degli States è stato anche il Giappone, il principale detentore estero di debito USA.
Tokyo ha smobilizzato $47 miliardi di Treasury, facendo scendere l’ammontare totale detenuto a $1,191 trilioni.
Ma non sono state sicuramente soltanto la Cina e il Giappone a vendere bond USA.
Sempre dai dati diffusi dal Tesoro degli Stati Uniti è emerso che l’ammontare complessivo dei Treasury nelle mani degli investitori esteri è sceso a marzo a $9,25 trilioni, rispetto ai $9,49 trilioni di febbraio.
Perché le banche centrali mollano il debito americano
I sell off si spiegano con le conseguenze dello shock petrolifero, che ha affossato in particolare nel mese di marzo lo yen, la valuta del Giappone, e altre monete asiatiche.
Di fatto il Giappone e altre economie dell’area, che dipendono in modo significativo dalle importazioni di petrolio dal Golfo Persico, si sono trovati a fronteggiare uno shock senza precedenti, il più imponente degli ultimi decenni.
Le banche centrali hanno cercato così di blindare le rispettive valute, vedendo parte degli asset denominati in dollari presenti nelle loro riserve per finanziare gli interventi sui cambi.
Nessuno stupore da parte di Frederic Neumann, responsabile economista della divisione asiatica di HSBC, che ha commentato il fenomeno sottolineando che, “considerato l’aumento della volatilità finanziaria dall’inizio della guerra nel Golfo, e la conseguente pressione sui rapporti di cambio, specialmente in Asia, non è una sorpresa che gli investimenti in Treasury USA da parte delle banche centrali siano scesi”.
E questo perché “ gli interventi sui mercati del forex volti a sostenere le monete locali avrà portato alcune banche centrali a vendere una fetta dei loro investimenti in Treasury USA”.
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