Il 19 maggio si decide il futuro dell’export italiano negli USA: dall’accordo di Turnberry alle nuove minacce di Trump, cosa rischiano le imprese e come prepararsi.
Il conto alla rovescia è finito. Dopo mesi di negoziati, rinvii, ultimatum e tensioni diplomatiche a geometria variabile, domani, martedì 19 maggio 2026, si siede al tavolo ciò che rimane da decidere sull’accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti.
Per le imprese italiane che esportano oltreoceano non si tratta di un semplice aggiornamento di calendario. È la data che potrebbe ridisegnare i margini, i contratti e le strategie di chi ha costruito negli anni il rapporto con il mercato americano.
Il Patto di Turnberry: dove tutto è iniziato
Tutto prende forma il 27 luglio 2025 in Scozia, quando la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente americano Donald Trump raggiungono un accordo politico non vincolante noto come Patto di Turnberry. L’intesa stabilisce un tetto tariffario del 15% sulla stragrande maggioranza delle merci europee esportate negli USA, comprese le automobili e la componentistica, storicamente gravate da tariffe ben più pesanti. In cambio, l’Unione europea si impegna ad eliminare i dazi sulle principali merci industriali statunitensi, a migliorare l’accesso per alcune categorie agricole a stelle e strisce e a mobilitare cifre imponenti: 750 miliardi di dollari in acquisti di energia entro il 2028, 40 miliardi per chip destinati ai data center europei, fino a 600 miliardi di investimenti complessivi delle aziende UE nel mercato americano.
L’accordo ha evitato il precipizio: senza quell’intesa, dal primo agosto 2025 le tariffe americane si sarebbero alzate al 30%, e l’Europa avrebbe risposto con contro-dazi su beni iconici per oltre 21 miliardi di euro in un primo pacchetto, più un secondo da 72 miliardi su tech e automotive. Uno scenario da guerra commerciale aperta che avrebbe colpito tutti, ma l’Italia in modo particolarmente profondo.
A marzo 2026 il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza (417 sì per il primo testo, 437 per il secondo) la propria posizione negoziale, recependo l’accordo di Turnberry ma introducendo una rete di salvaguardie. Tra queste, la clausola di sospensione: se Washington introducesse nuovi dazi, le preferenze tariffarie si sospenderebbero immediatamente. E una sunrise clause: le nuove tariffe entrano in vigore solo se gli USA rispettano i propri impegni.
Il messaggio politico era chiaro: l’Europa è disposta a trattare, ma non ad arrendersi. Il problema è che Trump non considera chiuso il dossier. E lo ha detto senza ambiguità.
Le continue pressioni di Washington
Nei giorni scorsi, il presidente americano è tornato ad attaccare via Truth, ricordando che Bruxelles ha tempo solo fino al 4 luglio 2026 per implementare l’accordo, e minacciando un nuovo aumento immediato delle tariffe doganali se l’Europa non accelerasse. La minaccia più concreta e operativa riguarda il settore automotive. L’ambasciatore statunitense presso l’UE Andrew Puzder è stato ancora più diretto: gli europei devono aspettarsi un aumento dei dazi su auto e camion. Relativamente presto.
Questo è il contesto in cui si inserisce l’incontro del 19 maggio. Le due delegazioni tornano al tavolo dopo oltre cinque ore di negoziato che non hanno prodotto un accordo definitivo. Le distanze riguardano soprattutto i tempi e le modalità di ratifica da parte dei 27 stati membri e alcune esenzioni specifiche che l’Italia considera irrinunciabili, a partire dall’agroalimentare.
Un segnale di apertura, però, c’è stato: la Corte americana del commercio internazionale ha bocciato il 7 maggio 2026 gli ulteriori dazi imposti ai sensi della Section 122 del Trade Act 1974, con aliquota del 10%. Un atto che riduce la pressione sul sistema complessivo, ma non elimina l’incertezza strutturale.
Quanto vale il mercato USA per l’Italia
Per capire la posta in gioco, bisogna guardare ai numeri. Gli Stati Uniti sono tra i principali mercati di sbocco dell’export nazionale: nel 2025, le vendite italiane verso il mercato americano sono cresciute del 7,2% ma si tratta in gran parte di un’illusione ottica. L’analisi della CNA mostra che quella crescita è stata trainata quasi interamente dalla farmaceutica, che ha registrato un balzo del 54% raggiungendo i 15,7 miliardi di euro e diventando il primo settore di export verso gli USA con una quota del 22,7% del totale.
Al netto del farmaceutico, la realtà è ben più dura: le vendite sul mercato americano accusano una contrazione dell’1,7%. I settori tradizionali del Made in Italy hanno ceduto terreno su tutta la linea: alimentare -4,5%, mobili -8,2%, prodotti in metallo -7,9%, meccanica -3,4%. L’automotive ha contribuito con un calo del 18,5% nel segmento autoveicoli, nonostante la cantieristica abbia compensato in parte.
Secondo una stima di Confindustria, con i dazi al 15% l’impatto complessivo per l’Italia si misura in circa 23 miliardi di euro di potenziale perdita. A questo si aggiunge l’effetto cambio: il dollaro debole erode automaticamente i ricavi in euro delle imprese esportatrici, riducendo i margini anche quando i volumi reggono.
Il dato che preoccupa di più, però, è strutturale. Le piccole imprese generano il 14% dell’export italiano verso gli USA, ma in molti comparti la loro quota è ben superiore: il 38% delle vendite di legno, il 30% del tessile, il 25% dei mobili e della componentistica, il 20% dell’alimentare. Sono proprio quelle che hanno meno strumenti per assorbire uno choc tariffario improvviso.
Cosa è incluso e cosa resta fuori dall’accordo
L’accordo di Turnberry ha un perimetro preciso, con zone d’ombra e zone di luce che le imprese devono conoscere.
- Dentro il 15%: la maggior parte dei beni industriali europei, automobili e parti di automobili (prima gravate da tariffe fino al 27,5%), semiconduttori, legname, molti farmaci. L’intesa include anche impegni sulla resilienza delle catene di approvvigionamento e sulla cooperazione in materia di investimenti.
- Esenti dai dazi aggiuntivi: aeromobili e componenti aeronautici, prodotti energetici, determinati prodotti chimici. La Commissione europea ha precisato che i settori già colpiti da tariffe per motivi di sicurezza nazionale (come acciaio e alluminio, dove si può arrivare fino al 50%) e automotive (intorno al 25%) non subiscono una doppia tassazione.
- Fuori dall’accordo: qui sta il nodo più delicato per l’Italia. Il comparto di vino, birra e liquori non è riuscito a rientrare nell’intesa. Il commissario al commercio Maros Sefcovic ha ammesso che non si è riusciti a ottenere questo risultato, aggiungendo che le porte non sono chiuse per sempre. Ma per Coldiretti e le associazioni dei produttori, la stangata è reale: perdite potenziali superiori al miliardo di euro per la filiera del cibo, con effetti su olio, pasta e prodotti suini, oltre che sul vino.
Le nuove regole su acciaio, alluminio e rame hanno poi introdotto una novità che colpisce molte PMI esportatrici: i dazi non vengono più applicati solo al valore del metallo contenuto nel prodotto, ma all’intero valore del bene esportato. Per un’azienda che produce macchinari o componenti con un’elevata quota di acciaio, questo significa un aumento significativo dei costi doganali, difficile da trasferire sul prezzo finale senza perdere competitività.
Cosa possono fare le imprese ora
In attesa di un esito definitivo, le imprese esportatrici non possono permettersi di restare ferme. Alcune mosse concrete sono già disponibili:
- Monitoraggio continuo
Il contesto normativo cambia con frequenza, a volte nel giro di settimane. Avere un presidio aggiornato sulle tariffe effettive che si applicano ai propri prodotti è diventato un requisito non più opzionale. - Diversificazione dei mercati
Il 2025 ha già mostrato la direzione giusta, la crescita dell’export italiano è venuta per il 4,2% dai mercati UE e per il 2,4% dall’extra-UE non americano: India (+9,4%), Paesi OPEC (+9,4%), UK (+3,4%). Costruire una presenza strutturata su mercati alternativi non è una rinuncia agli USA, è una protezione del modello di business. - Posizionamento premium
I prodotti ad alto valore aggiunto reggono meglio agli shock di prezzo e tariffari. Il segmento medio dell’export italiano è più vulnerabile, quello di eccellenza, dove il prezzo è parte della proposta di valore, mostra maggiore tenuta anche in contesti ostili. - Strumenti di supporto istituzionale: SACE, ICE e Simest offrono strumenti specifici per le imprese che vogliono proteggere i crediti export, diversificare i mercati o ottenere garanzie su operazioni internazionali. In una fase di volatilità come questa, non utilizzarli significa esporsi a rischi evitabili.
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