Tra ambizioni espansive e il rischio che a pagare l’assestamento, dai dazi all’inflazione, sia la grande massa della popolazione la marcia degli Usa nel 2026 sarà articolata.
Il primo anno del Trump 2.0 si conclude e per l’amministrazione americana guidata da The Donald bilanci e strategie vanno di pari passo. L’anno che ha visto l’esplosione della guerra commerciale globale e l’innalzamento dei dazi medi degli Usa al 18% ha portato con sé un’evidenza mista sulle politiche economiche dell’amministrazione.
Molti dati di partenza parlano di un sistema economico in salute. La crescita americana resta robusta, trainata dagli investimenti in conto capitale in intelligenza artificiale, con un corposo +4,3% del Pil nel terzo trimestre; il deficit commerciale si è ridimensionato da 136 miliardi di dollari a marzo a 78 miliardi a novembre, con un minimo di 52 miliardi a settembre. L’S&P500 ha macinato record su record, espandendosi di circa il 20% in un anno e mentre Nvidia è diventata la prima azienda della storia del capitalismo a superare i 4mila e 5mila miliardi di dollari di valore borsistico, anche le banche americane stanno macinando profitti stellari. Questo, però, non deve far dimenticare agli Usa le sfide strutturali che li attendono nel 2026.
Nel prossimo anno, che culminerà a novembre con le elezioni di medio termine, Trump dovrà doppiare almeno tre scogli. Il primo è quello dell’inflazione che resta vischiosa. In particolare, l’indice dei prezzi al consumo, nonostante un raffreddamento dal 3% di settembre, è rimasto al 2,7% a novembre e in particolare dà da pensare l’aumento del 4,2% dell’indice energetico, con l’effetto paradossale che il boom di export di gas naturale liquefatto, cavallo di battaglia di Trump, sta causando un rincaro dei costi tra i consumatori americani. Inoltre, nota il Guardian, questo dato non sconta ancora completamente l’effetto dei dazi perché “non appena Trump è stato eletto nel novembre 2024, le aziende hanno iniziato ad anticipare le importazioni, al fine di accumulare scorte di beni – in particolare oro dalla Svizzera e farmaci dimagranti dall’Irlanda – prima dell’introduzione dei dazi previsti. Il Penn Wharton Budget Model stima che questa strategia abbia fatto risparmiare agli importatori statunitensi fino a 6,5 miliardi di dollari”, ma ora la situazione sarà più complessa. [...]
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