Ci sono momenti in cui la storia sembra voler impartire una lezione simbolica. Rudy Giuliani, l’uomo che negli anni Novanta salvò New York dal degrado, dalla paura e dal declino urbano, è stato nei giorni scorsi a un passo dalla morte. E proprio mentre l’ex sindaco combatteva fra la vita e la morte — per poi riprendersi quasi miracolosamente — negli Stati Uniti è riemersa una sorprendente nostalgia per la sua figura.
Non soltanto nella destra conservatrice, ma anche in quell’America urbana e moderata che oggi guarda con crescente inquietudine alla crisi delle grandi metropoli democratiche.
Il Wall Street Journal, in un editoriale dedicato all’ex sindaco, ha sintetizzato questo sentimento con parole molto significative: l’esperienza di Giuliani, scrive il quotidiano, “ci ricorda come siano le persone, e non le forze impersonali, a fare la storia, soprattutto uomini di visione e coraggio come lui”. E ancora: “un buon governo può far prosperare una città, mentre un cattivo governo la impoverisce”.
È difficile immaginare un giudizio più netto. Ma soprattutto è difficile non cogliere il sottotesto politico di questa rivalutazione. Perché oggi New York appare di nuovo sospesa fra due idee radicalmente diverse di città. Da una parte il modello Giuliani: ordine pubblico, responsabilità individuale, attrazione dei capitali, crescita economica e tolleranza zero verso il degrado urbano. Dall’altra la New York incarnata da Zohran Mamdani, simbolo della nuova sinistra urbana americana, fondata sulla redistribuzione, sull’espansione del welfare municipale e sulla convinzione che il problema fondamentale della città sia la disuguaglianza più che il disordine.
Non è soltanto uno scontro politico. È uno scontro culturale e perfino antropologico.
Quando Giuliani entrò a City Hall nel 1994, New York era considerata da molti una città “ingovernabile”. Gli omicidi avevano raggiunto quota 2.154 nel 1991 — “circa uno ogni quattro ore”, ricorda il Wall Street Journal. Times Square era dominata da pornografia, droga e criminalità. Spacciatori, mendicanti aggressivi e prostituzione erano diventati parte del paesaggio urbano. I piccoli commercianti vivevano dietro saracinesche abbassate e porte blindate. Molte grandi aziende avevano lasciato Manhattan.
Giuliani ruppe allora con il paradigma progressista dominante secondo cui il crimine sarebbe stato soprattutto il prodotto inevitabile della povertà e delle “cause profonde”. Fece propria invece la teoria delle “broken windows” elaborata da James Q. Wilson e George Kelling: tollerare il piccolo disordine significa aprire la strada al caos più grande.
Con William Bratton alla guida della polizia, New York inaugurò una stagione rivoluzionaria: repressione dei reati minori, presenza capillare delle forze dell’ordine, CompStat (il sistema di analisi dei dati criminali introdotto dal NYPD), lotta ai graffiti, riconquista della metropolitana e degli spazi pubblici. Il principio era semplice: la città appartiene ai cittadini rispettosi della legge, non ai criminali.
I risultati furono spettacolari. Gli omicidi crollarono fino a 649 nel 2001, ultimo anno del mandato Giuliani. Times Square venne bonificata. Disney investì nel recupero dei teatri storici. Bryant Park passò dall’essere un rifugio per spacciatori a un’oasi urbana. Wall Street prosperò. Gli investimenti immobiliari esplosero. New York tornò a essere non solo una città vivibile, ma la capitale simbolica del capitalismo globale.
Il Wall Street Journal riassume quella trasformazione con una formula quasi epica: “New York tornò a vivere con vigore”.
Ed è qui che il confronto con la New York di Mamdani diventa inevitabile.
Mamdani rappresenta infatti una generazione politica che legge la città attraverso categorie completamente diverse. La priorità non è più la sicurezza, ma l’“affordability”: affitti, trasporti gratuiti, childcare universale, espansione dei servizi pubblici, redistribuzione fiscale. Secondo un recente approfondimento di Business Insider, la nuova agenda progressista punta su “free buses, universal childcare, rent freeze and higher taxes on the wealthy” (autobus gratuiti, assistenza universale all’infanzia, blocco degli affitti e tasse più alte per i ricchi).
È una visione che gode di forte sostegno fra giovani progressisti, renters e classe creativa urbana. Ma suscita anche timori profondi nel mondo imprenditoriale e nella middle class newyorchese. Perché molti ricordano che la New York pre-Giuliani era già una città che aveva smesso di pretendere ordine, disciplina civica e responsabilità individuale.
La nostalgia per Giuliani nasce precisamente qui: nella sensazione che l’America urbana contemporanea stia dimenticando le condizioni che resero possibile la rinascita degli anni Novanta.
Non è un caso che editorialisti conservatori, business media e parte dell’establishment economico abbiano ricominciato a evocare il suo nome quasi come quello di un padre fondatore della New York moderna. Persino alcuni suoi vecchi critici ammettono oggi che Giuliani comprese qualcosa che le élite progressiste faticano ancora a capire: le città funzionano solo quando la legalità precede ogni altra ambizione politica.
La differenza fra le due visioni della città è quasi filosofica. Giuliani credeva che ordine pubblico, crescita economica e responsabilità individuale fossero le precondizioni della giustizia sociale. Mamdani parte invece dall’idea opposta: il problema fondamentale di New York sarebbe la redistribuzione della ricchezza e il costo della vita.
Secondo il Wall Street Journal, il nuovo sindaco sembra credere che “imprese e contribuenti siano fonti inesauribili di ricchezza”, tali da poter sostenere indefinitamente tasse più alte e una crescente espansione del welfare municipale. Ma per molti osservatori questo potrebbe rivelarsi, come scrive il quotidiano americano, “un errore costoso e tragico”.
Ed è probabilmente qui che la figura di Giuliani assume oggi un significato quasi simbolico. La sua improvvisa e quasi miracolosa ripresa dopo il grave malore degli ultimi giorni ha finito per sovrapporsi alla memoria di una stagione in cui New York sembrava invincibile: sicura, ambiziosa, orgogliosamente capitalista e convinta di poter dominare il mondo.
Per una parte crescente dell’America, la nostalgia per Rudy Giuliani non è soltanto il rimpianto per un leader. È la nostalgia per una città che aveva ancora fiducia in sé stessa.