Dazi, tassi e miliardi promessi. Perché il 2026 sarà l’anno più difficile per Trump?

Andrea Muratore

31/12/2025

Tra ambizioni espansive e il rischio che a pagare l’assestamento, dai dazi all’inflazione, sia la grande massa della popolazione la marcia degli Usa nel 2026 sarà articolata.

Dazi, tassi e miliardi promessi. Perché il 2026 sarà l’anno più difficile per Trump?

Il primo anno del Trump 2.0 si conclude e per l’amministrazione americana guidata da The Donald bilanci e strategie vanno di pari passo. L’anno che ha visto l’esplosione della guerra commerciale globale e l’innalzamento dei dazi medi degli Usa al 18% ha portato con sé un’evidenza mista sulle politiche economiche dell’amministrazione.

Molti dati di partenza parlano di un sistema economico in salute. La crescita americana resta robusta, trainata dagli investimenti in conto capitale in intelligenza artificiale, con un corposo +4,3% del Pil nel terzo trimestre; il deficit commerciale si è ridimensionato da 136 miliardi di dollari a marzo a 78 miliardi a novembre, con un minimo di 52 miliardi a settembre. L’S&P500 ha macinato record su record, espandendosi di circa il 20% in un anno e mentre Nvidia è diventata la prima azienda della storia del capitalismo a superare i 4mila e 5mila miliardi di dollari di valore borsistico, anche le banche americane stanno macinando profitti stellari. Questo, però, non deve far dimenticare agli Usa le sfide strutturali che li attendono nel 2026.

Nel prossimo anno, che culminerà a novembre con le elezioni di medio termine, Trump dovrà doppiare almeno tre scogli. Il primo è quello dell’inflazione che resta vischiosa. In particolare, l’indice dei prezzi al consumo, nonostante un raffreddamento dal 3% di settembre, è rimasto al 2,7% a novembre e in particolare dà da pensare l’aumento del 4,2% dell’indice energetico, con l’effetto paradossale che il boom di export di gas naturale liquefatto, cavallo di battaglia di Trump, sta causando un rincaro dei costi tra i consumatori americani. Inoltre, nota il Guardian, questo dato non sconta ancora completamente l’effetto dei dazi perché “non appena Trump è stato eletto nel novembre 2024, le aziende hanno iniziato ad anticipare le importazioni, al fine di accumulare scorte di beni – in particolare oro dalla Svizzera e farmaci dimagranti dall’Irlanda – prima dell’introduzione dei dazi previsti. Il Penn Wharton Budget Model stima che questa strategia abbia fatto risparmiare agli importatori statunitensi fino a 6,5 miliardi di dollari”, ma ora la situazione sarà più complessa.

In secondo luogo, Trump dovrà decidere il successore di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve e capire se il prossimo governatore della banca centrale americana sarà accomodante con la sua strategia di taglio dei tassi volta a favorire il ciclo del credito, gli investimenti e una maggiore sostenibilità del debito americano, vero e proprio cruccio di The Donald. Kevin Hassett, Direttore del Consiglio Economico Nazionale della Casa Bianca, si gioca con l’ex membro del board e professore a Stanford Kevin M. Warsh la poltrona di Powell in un contesto di fiscal dominance, in cui la politica di spesa dell’esecutivo può condizionare profondamente la politica monetaria. Trump intende aggiungere 4mila miliardi di dollari al deficit Usa con le politiche dello One Big Beautiful Act e i tagli fiscali, contenere il deficit con le entrate da dazi, avere un’inflazione bassa e vedere i tassi scendere: una quadratura del cerchio difficilissima.

Infine, andrà capito se le tariffe produrranno gli effetti politici e industriali sperati in termini di attrattività degli investimenti in America. Trump ha usato la leva daziaria per trattare, ha siglato accordi commerciali e schierato i giganti della tecnologia per condizionare le filiere di approvvigionamento. Ma i dati parlano di circa 60mila posti di lavoro in meno nell’industria nel primo anno del Trump 2.0.

Il sito della Casa Bianca rivendica che Trump ha ottenuto promesse d’investimento per 9.600 miliardi di dollari, di cui 1.400 dagli Emirati Arabi Uniti, 1.200 dal Qatar, 1.000 dal Giappone, 600 a testa da Unione Europea e Arabia Saudita, oltre che da Apple e Meta, 500 miliardi dal programma Stargate di SoftBank, Oracle e OpenAI, altrettanti dall’India e 500 da Nvidia, oltre a 450 miliardi dalla Corea del Sud. Sono poi elencate molte multinazionali, da AstraZeneca a Stellantis e da Tsmc a Boeing, che hanno annunciato spese in conto capitale.

Ora l’obiettivo sarà veder realizzato concretamente parte di questi progetti produttivi e capire se gli Usa possano tornare una potenza industriale. Ma come sul fronte della crescita dell’IA, va ricordato che gli americani non sono macroeconomisti e giudicheranno Trump secondo l’andamento percepito dell’economia e dei beni di consumo di base. Trump deve attrarre gli investimenti di Nvidia mantenendo basso il prezzo di benzina e uova. Una quadratura del cerchio difficile. Tra ambizioni espansive e il rischio che a pagare l’assestamento, dai dazi all’inflazione, sia la popolazione, la marcia degli Usa nel 2026 sarà articolata. E le midterm saranno un referendum sul giudizio degli americani sul Trump 2.0.