Crisi banche: bisogna davvero avere paura? No, ecco perché

R. F.

17 Marzo 2023 - 18:11

Cosa è successo al sistema bancario internazionale nelle ultime settimane? I timori sono giustificati? Un’analisi, senza allarmismo.

Crisi banche: bisogna davvero avere paura? No, ecco perché

Dopo il crack della SVB, Signature e SilverGate, i problemi della First Republic Bank e infine il ciclone Credit Suisse (peraltro annunciato da tempo) e le turbolenze che si sono succedute, i mercati azionari europei si sono stabilizzati giovedì 16 marzo, proprio dopo che Credit Suisse ha dettagliato i piani per prendere in prestito fino a 50 miliardi di franchi svizzeri dalla Banca Nazionale Svizzera per «rafforzare preventivamente la propria liquidità». L’istituto di credito svizzero era infatti stato sottoposto a un nuovo severo esame dopo che il suo principale azionista, la Saudi National Bank, aveva indicato mercoledì che non avrebbe fornito capitale aggiuntivo se richiesto.

L’effetto della cerisi delle banche sui mercati

Le preoccupazioni degli investitori sullo stato di salute del sistema bancario globale si sono ripercosse sui prezzi degli asset di questo comparto negli ultimi giorni. Il sottoindice dell’Eurostoxx 600 delle banche europee (cod. Bloomberg SX7P) è sceso del 6,9% mercoledì 15 marzo, con Credit Suisse in calo del 24%, BNP Paribas del 10% e Société Générale del 12%. La pressione si è estesa al settore bancario asiatico giovedì 16 marzo, con l’indice giapponese Topix Bank e l’indice finanziario Hang Seng in calo rispettivamente del 3,3% e del 2,2%. Dall’8 marzo ad oggi venerdì 17 marzo l’indice delle banche dello Stoxx 600 è sceso del 12%..

In mezzo alla pressione sui titoli bancari, i mercati del reddito fisso governativo si sono mossi rapidamente per prezzare una politica più “dovish” della banca centrale per la seconda parte dell’anno, con acquisti massicci su tutta la curva dei rendimenti. I rendimenti dei Bund tedeschi a 2 anni sono scesi di 48 punti base, quelli svizzeri a 2 anni di 35 pb e quelli statunitensi a 2 anni di 36 pb. Giovedì mattina, i rendimenti dei Bund a 2 anni sono rimbalzati di 20 pb dopo le notizie della BNS. La Banca Centrale Europea nella riunione di giovedì ha alzato, come si prevedeva, i tassi di 50 pb, ma non ci sono stati movimenti significativi, essendo la manovra ampiamente scontata.

Lo stato di salute delle banche a livello internazionale

Qual è il contesto attuale delle banche internazionali?

All’indomani del crollo della Silicon Valley Bank, i mercati sono stati alle prese con tre questioni profondamente interconnesse - ma diverse l’una dall’altra - e tutte e tre attinenti il sistema bancario:

  • la sua solvibilità,
  • la sua liquidità
  • la sua redditività.

1) Solvibilità
La maggior parte degli analisti e l’agenzia Moody’s ritengono che i timori per la solvibilità delle banche siano eccessivi e che la maggior parte di esse – e soprattutto quelle europee – mantengano una forte posizione di liquidità. Pertanto, i depositanti della stragrande maggioranza degli istituti rimangono ben protetti. Tuttavia, un piccolo numero di singole banche potrebbe richiedere il sostegno della propria banca centrale se le condizioni di finanziamento dovessero rimanere difficili per un periodo prolungato e se i venti di redditività del settore dovessero aumentare per pressioni al rialzo dal lato dei costi.

La solvibilità bancaria - il grado in cui le attività di una banca superano le sue passività - è un parametro fondamentale per i depositanti e per le autorità di regolamentazione, perché rappresenta la capacità fondamentale di una banca di rimborsare i soldi ai depositanti. L’indice di solvibilità infatti è il rapporto percentuale tra il «patrimonio di vigilanza» dell’intermediario e il totale delle «attività ponderate per il rischio» che si trovano nel bilancio della banca. Nelle banche – dopo gli accordi di Basilea 2 - questo rapporto non può essere al di sotto dell’8%. Ma il problema recente per le piccole banche americane non è stato il patrimonio, bensì la rischiosità degli asset: non è stato un problema di numeratore, bensi di denominatore del rapporto suddetto.

Questo è stato proprio il problema per la Silicon Valley Bank, che a fronte di una raccolta «a vista» (cioè non vincolata e prontamente smobilizzabile dal depositante) aveva investito un’alta percentuale delle sue attività in titoli a 10 anni 20 anni o 30 anni, il cui valore è poi crollato con il rialzo dei tassi Fed. Questa vulnerabilità è venuta fuori alla luce del sole quando la banca ha dovuto vendere attività per rimborsare i depositanti che avevano richiesto i loro fondi indietro. Quindi attribuire il crack della SVB alla politica monetaria Fed non è esatto: l’incapacità del management SVB di trovare un equilibrio tra duration delle passività e duration delle attività è la vera causa del crack della SVB.

In generale quindi non si può ritenere che la solvibilità sia un problema per la grande maggioranza delle altre banche. Questo vale in particolare per le banche di rilevanza sistematica globale, che dalla crisi finanziaria del 2008 sono state sottoposte a una rigida regolamentazione (accordi di Basilea) per garantire un’eccedenza più che sufficiente di attività rispetto alle passività, anche in scenari economici di stress. Vale la pena ricordare che nelle banche sistemiche, per obbligo della vigilanza della banca centrale, i titoli designati come «disponibili per la vendita» sono regolarmente valutati al mercato - e non a valore nominale - a fronte dei requisiti patrimoniali obbligatori imposti dagli accordi di Basilea.

2) Liquidità
Anche la liquidità bancaria - il grado di capacità di una banca di far fronte alle proprie obbligazioni in modo tempestivo - è un parametro fondamentale. Le autorità di vigilanza verificano regolarmente la capacità delle banche di rimborsare puntualmente le proprie obbligazioni, anche in periodi di temporanea indisponibilità di fondi esterni. Ogni anno la banca centrale effettua un test sul bilancio della banca sottoposta a supervisione ed impone un buffer di liquidità minimo obbligatorio investito in attività ad alta qualità e prontamente vendibili sul mercato, in uno stress test con orizzonte temporale 30 giorni: ma, generalmente parlando, le banche custodiscono un ammontare effettivo ben superiore a quello richiesto dalla BCE. Si chiama LCR liquidity coverage ratio, ed è quasi sempre superiore a 100%.

Il caso limite è quello della BANCA IFIS, che ha una LCR= 500%, cioè ha disponibilità liquide 5 volte quelle richieste dalla BCE, mentre invece Banca Intesa ha una LCR Ratio che rasenta il 180%. Tuttavia, se talvolta accade che una banca non è in grado di ispirare fiducia sufficiente a trattenere i depositi o ad attirare finanziatori all’ingrosso per un periodo molto prolungato, può emergere una crisi di liquidità. Sebbene ciò non influisca necessariamente sulla capacità della banca di pagare i creditori (ossia sulla sua solvibilità), può richiedere l’intervento di un «prestatore di ultima istanza» (la banca centrale) per risolvere i disallineamenti tra la durata delle attività e delle passività.

Le recenti azioni della FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation, l’equivalente USA del nostro Fondo Interbancario per la Tutela dei Depositi) al fine di garantire i depositi dei clienti e gli interventi della Fed per concedere prestiti alle banche che necessitano di fondi, dovrebbero risolvere i rischi legati alla liquidità per le banche statunitensi e per le filiali americane di banche estere. Le autorità svizzere sembrano cercare un risultato simile, con la risposta coordinata dell’autorità di regolamentazione FINMA e della banca centrale svizzera volta ad alleviare i problemi di liquidità e a rispondere alle preoccupazioni del mercato riguardanti Credit Suisse.

3) Redditività
Infine, la redditività bancaria - il grado in cui i ricavi di una banca possono superare in modo sostenibile i suoi costi - è un ultimo parametro chiave, perché la redditività rappresenta la capacità di una banca di fornire rendimenti sostenibili agli azionisti e ai fornitori di capitale alternativo (i sottoscrittori dei CoCo Bond).
Il ROE (return on equity) ne è l’esempio classico. Il mattone fondamentale del ROE per una banca è la prima linea del suo conto economico: il margine di interesse, cioè la differenza tra gli interessi percepiti e gli interessi pagati nello svolgere la sua attività di intermediazione.

È importante ricordare che all’inizio di quest’anno le banche europee erano salite di oltre il 20% grazie alla speranza che l’aumento dei tassi di interesse avrebbe incrementato la redditività attraverso l’aumento dei margini di interesse netti. Tuttavia, dobbiamo riconoscere che i venti contrari alla redditività stanno aumentando. Alcune banche saranno costrette ad aumentare ulteriormente i tassi di deposito per ridurre il rischio di deflusso dei depositi e anche i finanziatori delle banche “ all’ingrosso” – fondi pensione, fondi comuni di investimento, tesorerie delle imprese - potrebbero richiedere tassi di rendimento più elevati, aumentando i costi di finanziamento. Le banche potrebbero decidere di astenersi dall’emettere nuovi prestiti per aumentare la propria liquidità e una prospettiva economica più debole potrebbe richiedere alle banche di effettuare maggiori accantonamenti contro future perdite sugli impieghi, temendo un aumento delle sofferenze e quindi un innalzamento del loro rapporto NPL/Total Loans, cioè della massa di Non Performing Loans sul totale degli impieghi..

La differenza tra le banche europee e statunitensi

Secondo Moody’s, che ha recentemente pubblicato un’approfondita analisi sulla vicenda SVB, la struttura dei bilanci bancari europei limita il contagio proveniente dalle banche statunitensi in difficoltà.
L’agenzia di rating sostiene che una differenza critica tra i sistemi dell’UE e degli USA, che limiterà la trasmissione dell’impatto negativo USA-UE attraverso l’Atlantico, è che le partecipazioni obbligazionarie incrociate delle banche dell’UE sono più basse e i loro depositi più stabili, essendo cresciuti meno rapidamente, e provenienti da clientela retail più fidelizzata nel tempo.

È importante notare che nell’area euro la liquidità presso la banca centrale è una parte maggiore dei bilanci delle banche dell’UE (16% delle attività), mentre i titoli di debito corporate emessi da controparti bancarie sono una parte minore.

Moody’s infatti ritiene che i titoli di debito delle banche concorrenti rappresentano circa il 12% dei bilanci delle banche dell’area dell’euro, contro oltre il 30% delle banche commerciali statunitensi, e circa il 40% degli investimenti di portafoglio delle banche dell’area dell’euro è costituito da titoli di Stato.

Le banche europee inoltre beneficiano di una quota significativa di finanziamenti stabili derivanti dall’emissione di obbligazioni garantite (per esempio cartolarizzazione di mutui di primaria qualità), che vengono utilizzate come garanzia con la banca centrale nelle operazioni di “repo”, cioè di pronti contro termine di finanziamento. Questo è un fattore di accesso immediato e automatico all’“aiuto” della banca centrale ogniqualvolta se ne presenta la necessità mentre la disponibilità di titoli obbligazionari di elevata qualità non è spesso un’opzione per le banche statunitensi, soprattutto per quelle regionali.

Inoltre, per le banche europee il calcolo del patrimonio minimo richiesto, cioè il fattore al numeratore del rapporto Patrimonio Netto / Attività Ponderate per il Rischio, è più stringente. Infatti, le banche europee sono soggette a maggiori requisiti patrimoniali all’aumentare del rischio di tasso d’interesse presente nel portafoglio, il che implica una minore esposizione netta al rischio di tasso d’interesse rispetto alle loro omologhe statunitensi, poiché aumentare la duration degli attivi «consuma» patrimonio netto e quindi è disincentivata. A meno che non si adottino strumenti derivati per mitigare il rischio di tasso di interesse.

Le banche dell’UE utilizzano ampiamente le coperture per gestire il rischio di duration, attraverso gli interest rate swap, che rendono le perdite non realizzate meno significative, perché trasformano attività a tasso fisso in attività a tasso variabile e viceversa.

Pertanto, le banche dell’UE semplicemente non hanno le significative perdite non realizzate che hanno le banche USA nel loro portafoglio obbligazionario (un fenomeno che ammonta a circa 620 miliardi di dollari di perdite potenziali secondo la FDIC americana).

Infine, per quanto riguarda la attività di vigilanza bancaria negli USA, la supervisione regolamentare statunitense varia a seconda delle dimensioni della banca, e alcuni requisiti patrimoniali sono più bassi e meno stringenti per le piccole banche, che non devono rispettare diversi vincoli di liquidità (questo è accaduto proprio nel 2018 quando il Presidente Trump ha allentato alcune rigide disposizioni della legge federale Dodd-Franck sugli istituti di credito regionali). Per le banche europee no: che tu sia una piccola banca o una grande banca le regole sono le stesse.

Pertanto, le banche europee sono soggette a standard normativi più severi in materia di liquidità e rischio di tasso imposti da Basilea III.
Secondo un recente studio di Barclays del 2022, le banche europee hanno in genere forti indici di copertura della base di liquidità richiesta dalla BCE, e sarebbero certamente in grado di resistere ai deflussi improvvisi di depositi (l’indice LCR medio delle banche europee nel loro campione era del 176% sul dovuto, rispetto al 119% sul dovuto delle banche statunitensi che sono state disponibili a fornire informazioni).

Banche: la paura del mercato è giustificata?

Dobbiamo quindi aver paura nell’investire nelle banche, comprando le loro obbligazioni e le loro azioni?
Generalmente no. E questo vale soprattutto per le banche europee, alla luce delle considerazioni fatte da Moody’s.

Le banche europee sistemiche rimangono un’esposizione interessante al rischio per l’investitore smaliziato, grazie alla resilienza del settore rispetto al ciclo economico, e soprattutto grazie al profilo di liquidità complessivo, a partire dai miglioramenti nella solidità dei loro bilanci che originano dalla crisi Lehman del 2008.
Inoltre, le esposizioni al Credit Suisse sono piuttosto limitate. È una questione di tempismo: le criticità del Credit Suisse erano note da tempo e le difficoltà di bilancio non sono certo state un fulmine a ciel sereno come nel caso del crack della SVB negli USA.

Ma certamente bisogna attuare un investimento responsabile, cioè informato, perché tutto dipende dalla bravura del management,che pubblica trimestralmente i risultati di bilancio e ”parla” al pubblico dei risparmiatori sull’andamento della gestione caratteristica della banca e degli scenari futuri quanto a reddività, solvibilità e liquidità.

I timori per la solvibilità delle principali banche internazionali sono esagerati.
Grazie alle solide posizioni patrimoniali e alla stretta sorveglianza regolamentare non prevedo problemi di solvibilità per le banche sistemiche. Le azioni della FDIC e della Fed dovrebbero inoltre alleviare i rischi di liquidità per le banche statunitensi e le filiali americane di banche estere, e così anche per l’azione tempestiva della Swiss National Bank nel caso Credit Suisse. Per il resto, grazie alla vigilanza della BCE, anche le posizioni di liquidità della maggior parte delle banche europee sono molto solide. In questo contesto, il rischio di perdere tutti i soldi per i depositanti della grande maggioranza degli istituti di grandi dimensioni è a mio avviso estremamente basso.

Allo stesso tempo, però, le condizioni di finanziamento più rigide aumentano i rischi di liquidità per un piccolo numero di singole banche e i venti contrari alla redditività delle banche stanno aumentando in modo più ampio.

Dal punto di vista del mercato azionario, si ritiene che gli investitori con un’esposizione eccessiva alle azioni bancarie dovrebbero iniziare a diversificare la loro esposizione verso altri settori. Diverso è il discorso per gli obbligazionisti delle banche. A meno che voi non deteniate bond subordinati, in questo momento è meglio essere creditori (cioè obbligazionisti) delle banche che non azionisti, dati i tassi di interesse decisamente interessanti offerti dalle banche (soprattutto italiane) sul loro debito “senior”, rispetto al loro dividend yield azionario, che di per sé è intrinsecamente più volatile nel tempo.

Più in generale, ritengo che il reddito fisso di emanazione bancaria di alta qualità (rating da BBB in su) sia una classe d’investimento interessante nell’attuale contesto. Il reddito fisso offre agli investitori che detengono liquidità la possibilità di diversificare il rischio di credito, nonché l’opportunità di bloccare i rendimenti in un momento di incertezza sul futuro andamento dei tassi di interesse.

DISCLAIMER: le notizie contenute nel presente articolo si ritengono veritiere e aggiornate alla data del 17 marzo 2023. Le considerazioni contenute nel presente articolo sono solo mie e non coinvolgono la responsabilità di Money.it e, allo stesso tempo, non costituiscono in alcun modo sollecitazione al pubblico risparmio. L’investimento in azioni è un investimento a rischio e può comportare anche la perdita del 100% del capitale investito.

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