Covid, il plasma iperimmune è inutile nei pazienti gravi: il nuovo studio

Martino Grassi

26 Novembre 2020 - 12:04

condividi
Facebook
twitter whatsapp

Il plasma iperimmune potrebbe essere completamente inutile per il trattamento delle forme gravi di Covid-19. È quanto è emerso da un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine.

Covid, il plasma iperimmune è inutile nei pazienti gravi: il nuovo studio

Il plasma iperimmune potrebbe essere completamente inutile, vanificando gli effetti di quello che da molti veniva considerato una vera e propria panacea. Da un nuovo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine è infatti emerso che questo trattamento non abbia dei particolari risultati nella cura dei pazienti affetti da forme gravi di Covid-19.

Il plasma iperimmune è inutile: lo studio

Lo studio è stato condotto su un totale di 333 pazienti a cui era stato diagnosticato la Covid-19, che mostravano una polmonite evidente dalle radiografie e con una saturazione inferiore al 93%. I pazienti avevano un’età media di 62 anni, ed erano in prevalenza maschi, inoltre il 65% di loro presentava anche una condizione clinica pregressa. L’arruolamento è avvenuto a distanza di 8 giorni dall’insorgenza dei primi sintomi.

I pazienti sono stati divisi in due gruppi, a 228 è stato somministrato il plasma convalescente, ai restanti 105 un placebo. A tutti i pazienti sono stati somministrati anche agenti antivirali o glucocorticoidi. Dopo 30 giorni dalla somministrazione è stato effettuato un controllo degli effetti del trattamento, classificando i pazienti in base ad una scala a 6 punti che va dal migliore dei casi, la dimissione, al peggiore, il decesso.

Dall’analisi dei dati ottenuti però non è emersa nessuna differenza significativa. Il tasso di mortalità è stato pressoché lo stesso nei due gruppi:

  • 10,96% nel gruppo sottoposto al trattamento con il plasma iperimmune;
  • 11,43% nel gruppo di pazienti a cui è stato somministrato il placebo.

In sostanza quindi è stata registrata “una differenza di rischio di -0,46 punti percentuali”, precisano gli autori. L’unica differenza riportata tra i due gruppi è la quantità di anticorpi presenti nell’organismo, più alto nei pazienti a cui è stato somministrato il plasma, dopo due giorni dall’infusione.

I limiti dello studio

“Questo risultato è in contrasto con i risultati di una serie di studi non randomizzati che affermano che il plasma dei convalescenti è di sostanziale beneficio, e illustra l’importanza di studi randomizzati e controllati, specialmente nel contesto di una pandemia”, concludono i ricercatori.

L’esito riportati dallo studio tuttavia non va a smontare completamente le credenze sull’efficacia del plasma, dal momento che la ricerca presenta alcuni limiti, come hanno riportato gli stessi scienziati.

Nello specifico, il reclutamento dei pazienti è avvenuto, nella maggior parte dei casi, 8 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi, solamente 39 pazienti hanno ricevuto il plasma nelle prime 72 ore, il miglior momento per avviare la terapia secondo precedenti studi, tuttavia anche in questo caso non sono state rilevate differenze degne di nota. Inoltre resta la possibilità che questo trattamento possa rivelarsi efficace per il trattamento di altri casi di coronavirus, ad esempio nelle forme più lievi di infezione.

Iscriviti alla newsletter

Money Stories