Conviene comprare i BOT a 2 mesi che il Tesoro emette oggi?

Tommaso Scarpellini

13/05/2026

Spread in salita, rendimenti italiani sotto pressione. Il titolo più corto sul mercato potrebbe nascondere più di quanto sembri. O forse no.

Conviene comprare i BOT a 2 mesi che il Tesoro emette oggi?

In un giorno in cui lo spread BTP-Bund ha toccato quota 79 punti base e i rendimenti italiani sono schizzati al 3,87%, il Tesoro si appresta a emettere qualcosa di insolito: un BOT con vita residua di soli due mesi, una scadenza così ravvicinata da sembrare quasi trascurabile. Ma è davvero così?

Mentre i mercati tremano per le minacce di ripresa dei bombardamenti in Iran e gli investitori fuggono dai titoli a lunga durata, questo piccolo strumento da €1,5 miliardi potrebbe offrire qualcosa che i BTP a 20 o 30 anni faticano a garantire in questo momento: la certezza del quando si rientra.

Chi detiene obbligazioni a lunga scadenza sta guardando il proprio portafoglio oscillare al ritmo delle dichiarazioni di Trump, mentre chi avesse scelto uno strumento che scade a luglio 2026 potrebbe semplicemente aspettare. E questo, in certi contesti, vale più di qualsiasi cedola.

Duration zero: il concetto che cambia la prospettiva

Il titolo in questione, codice ISIN IT0005660029, scadenza luglio 2026, offerta da €1,5 miliardi, non sembrerebbe pensato per chi insegue rendimenti. La sua logica potrebbe essere quella opposta: offrire una via d’uscita dall’esposizione al rischio nel minor tempo possibile, senza subire le oscillazioni di prezzo che stanno colpendo la parte lunga della curva dei tassi.

Il nodo tecnico fondamentale da comprendere riguarda la duration. In finanza obbligazionaria, la duration misura la sensibilità del prezzo di un titolo alle variazioni dei tassi d’interesse: più la scadenza è lontana, più questa sensibilità risulta amplificata. Un BTP con scadenza a 25 anni potrebbe subire una discesa significativa del prezzo anche a fronte di un aumento di pochi decimi di punto dei rendimenti di mercato.

La relazione è inversa e non lineare: quando i rendimenti salgono, i prezzi scendono, e su scadenze lunghe questo effetto si moltiplica in modo significativo. Un BOT a due mesi, al contrario, presenta una duration prossima allo zero. Qualunque evento si verifichi nel frattempo, il prezzo rimarrebbe sostanzialmente ancorato al valore di rimborso, semplicemente perché la scadenza è troppo ravvicinata per lasciare spazio a movimenti rilevanti.

Il contesto geopolitico e la fragilità italiana

Il quadro attuale amplifica questa riflessione. La possibile ripresa di intensità del conflitto tra Stati Uniti e Iran genera quello che i mercati definiscono «flight to quality», ovvero una rotazione verso i beni rifugio percepiti come più sicuri. L’Italia, però, non beneficia pienamente di questo movimento difensivo.

Il paese sconta una combinazione di vulnerabilità strutturali che la rendono comparativamente più esposta rispetto ad altri grandi Paesi europei: un debito pubblico tra i più elevati del continente, una dipendenza energetica che amplifica la trasmissione degli shock provenienti dalle aree di conflitto, e una crescita che nel primo trimestre 2026 si sarebbe fermata a un +0,2% congiunturale. Meglio della Francia, rimasta ferma a zero, ma ancora lontana dalla Spagna (+0,6%) e sotto anche rispetto alla Germania (+0,3%).

La fiscalità dei BOT: un dettaglio che pesa

Su strumenti a brevissima scadenza, la componente fiscale assume un peso relativo maggiore rispetto ai titoli a lunga durata. I BOT vengono emessi sotto la pari e rimborsati a 100: il rendimento è interamente rappresentato dallo scarto di emissione, ovvero dalla differenza tra il prezzo pagato in asta e il valore nominale di rimborso. Non esistono cedole periodiche.

Su questo guadagno si applica un’aliquota agevolata del 12,5%, comune a tutti i titoli di Stato italiani. Il rendimento netto, già contenuto per via della durata brevissima, risulterebbe ulteriormente ridotto dall’imposta. Tuttavia, a differenza dei BTP acquistati sopra la pari, non emergono complicazioni legate a crediti d’imposta o disallineamenti tra prezzo di acquisto e valore cedolare. La struttura rimane lineare, il che potrebbe risultare vantaggioso per l’investitore retail che preferisce la semplicità alla complessità.

Un parcheggio difensivo, non una strategia di rendimento

La chiave per comprendere l’utilità di questo strumento sarebbe quella di non valutarlo con i parametri sbagliati. Chi si aspettasse un rendimento significativo rimarrebbe deluso: otto settimane di esposizione al debito sovrano italiano non potrebbero generare guadagni rilevanti. La logica è diversa e potrebbe essere sintetizzata così: restare investiti in titoli di Stato italiani senza affrontare la volatilità che sta penalizzando la parte lunga della curva, recuperando liquidità in tempi certi e brevi.

Per chi detiene obbligazioni a lunga scadenza e valuta una riduzione del rischio senza liquidare completamente la propria posizione sul debito pubblico italiano, uno strumento del genere potrebbe funzionare come transizione tattica in attesa di una maggiore chiarezza sul fronte geopolitico e macroeconomico.

Il BOT a due mesi non promette rendimenti che cambino la vita. Sarebbe ingenuo aspettarselo. Quello che potrebbe offrire, in un momento come questo, è qualcosa di più sottile e forse più prezioso: la possibilità di restare investiti in titoli di Stato italiani senza dover affrontare la volatilità che sta colpendo la parte lunga della curva, e di recuperare liquidità in tempi certi, brevi, prevedibili.

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