Questo è il tempo del dolore e della speranza, verrà il momento per accertare le eventuali responsabilità. Questa frase andrebbe incisa su tutte le sedi istituzionali italiane. Come La legge è uguale per tutti nei tribunali. Di più, come l’articolo 1 della Costituzione: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Non fosse altro perché quel primo concetto risulta decisamente più credibile e veritiero degli altri due.
Ma, soprattutto, perché l’Italia è un Paese basato sull’emergenza. Condizione nella quale, storicamente, come popolo diamo il meglio di noi. Il problema è che quando si traslano certi concetti alle dinamiche di mercato, l’impalcatura romantica crolla. Esattamente come certe case abusive in attesa di condono ma che il maltempo, a differenza dei vari governi, ha deciso di non sanare. Dopo il decreto del 2018, Legambiente contò 28.000 richieste di condono edilizio nella sola Ischia. Probabilmente tutta la Germania non arriva a metà, ammesso che qualcuno lassù intenda mai sfidare la sorte e il pubblico ludibrio dichiarando di aver platealmente fatto ciò che non poteva. E doveva.
Certo, i fenomeni meteorologici estremi di questi ultimi tempi aggravano drammaticamente le conseguenze. Ma resta un fatto: se costruisci sulla sabbia, prima o poi qualcosa va storto. Difficile però pensare che i cittadini chiudano i conti con un malcostume decennale, se a fronte di continue promesse di interventi strutturali di messa in sicurezza e bonifica che non trovano mai attuazione, lo Stato sa garantire con elvetica puntualità - ed ecumenico spirito bipartisan - solo la scappatoia per condonare. Una voluntary disclosure edilizia permanente. Ma a differenza dei capitali in fuga, quegli edifici generano non solo buchi nelle casse dello Stato ma anche nel territorio. E, conseguentemente, morti, feriti e sfollati
Sul mercato, tutto questo ha un nome: premio di rischio. Nella fattispecie, il rendimento che lo Stato deve corrispondere agli investitori, esteri e interni, affinché decidano di acquistare e detenere nostri titoli di debito. E il famoso spread altro non è che la plastica percezione di quel premio rispetto a carta sovrana di altri Stati, il plus che l’Italia deve pagare per i ritardi e la minor percezione di stabilità rispetto alle altre nazioni europee. E se quello sul Bund tedesco ha fatto storia, ultimamente le sale trading tengono d’occhio con maggior attenzione non più e non solo quello sul Bonos spagnolo ma anche il differenziale sui titoli pari durata greci.
Non un bel segnale. Come d’altronde dimostra questo grafico:
Andamento correlato dei rendimenti di BTP a 2 e 10 anni
Fonte: Pictet
se il nostro Paese vive infatti perennemente a cavallo della cosiddetta zona di pericolo che si colloca fra i 200 e i 230 punti base, livello raggiunto il quale il rendimento del nostro decennale benchmark varca abbondantemente la quota autoalimentante del 4%, occorre prendere atto del fatto che questo nostro viaggiare sul filo del rasoio sia garantito essenzialmente da un solo fattore: gli acquisti della Bce in seno ai vari programmi di Qe, ultimo dei quali il Pepp varato come risposta alla pandemia da Covid della primavera 2020. Terminato lo scorso luglio, il nostro spread resta sotto controllo grazie alla sua prosecuzione in sedicesimi e sotto mentite spoglie: il reinvestimento titoli, ovvero il concambio de facto con cui la Bce scarica Bund a scadenza e acquista Btp.
Non a caso, il 28 ottobre Christine Lagarde ha annunciato la prosecuzione di questo regime di sostegno a tutto il 2023 come parziale calmante per i nostri titoli, a fronte di un trend di rialzo dei tassi non più rinviabile e che rischiava di inviare scossoni. Ma ecco che questo altro grafico
Andamento dell’indice di Bloomberg per la liquidità obbligazionaria
Fonte: IIF/Bloomberg
ci mostra come, nonostante l’impegno Bce, un seno al mercato del debito sovrano europeo dalla scorsa estate sia in atto una pericolosa biforcazione: se la Spagna sta vivendo un periodo di relativo aumento della liquidità del suo mercato obbligazionario, l’Italia invece sta assistendo a un continuo drenaggio dei volumi.
Il problema? Eccolo:
🔸 Domanda di #BTp, perché nel 2023 si rischia la stretta https://t.co/NjB8E6Uq2c pic.twitter.com/wm10UfO5IF
— IlSole24ORE (@sole24ore) November 27, 2022
se infatti IlSole24Ore oggi ha deciso di dedicare un’intera pagina ai rischi connessi al minor sostegno Bce ai nostri Btp nell’anno a venire, sintomo che la questione comincia già ora a porsi come effettiva e non più solo ipotetica e quindi rimandabile, è il catenaccio scelto per l’articolo a disvelare il rischio reale: Il MEF confida che banche e assicurazioni continuino a comprare titoli di Stati ma pesano condizioni Ue più stringenti.
Bene. questo ultimo grafico
Andamento percentuale delle detenzioni di debito italiano per voce
Fonte: IFF
sembra configurarsi come il proverbiale chiodo che sigilla la bara: gli acquirenti di debito su cui il MEF farebbe affidamento, a fronte di uno scenario da potenziale tempesta perfetta per l’anno prossimo, sono rappresentati dall’area in rosa del grafico dell’IIF. E se l’area rossa mostra le detenzioni di soggetti esteri, ecco che quella in azzurro che nell’ultimo periodo pare farla da padrone è appunto la Bce. Al netto di un’area rossa in continuo trend di calo, confermato anche dai dati del terzo trimestre, cioè che deve spaventarci è la figura che si verrebbe a delineare togliendo l’area azzurra o ridimensionandola drasticamente. Insomma, il MEF non confida. Il MEF sta pregando.
C’è un problema, però. Una simile dinamica ha un nome - doom loop - e se da un lato rappresenta paradossalmente una componente fondamentale del nostro premio di rischio, stante la poca propensione estera ad acquistare debito con quel livello di legame simbiotico e ombelicale fra Tesoro e sistema finanziario-creditizio di un Paese, dall’altro l’Europa stessa potrebbe - come ha tentato di fare anche in un recente passato - porre fine a questo succedaneo casalingo di prestatore di ultima istanza, imponendo attraverso l’EBA un tetto massimo alle detenzioni di debito domestico per banche e assicurazioni. A quel punto, game over.